venerdì, 04 luglio 2008

Cronaca di un massacro annunciato

Il conto in banca che langue mi ha costretta a dare la disponibilità per i corsi di recupero estivi, nonostante, come ho scritto in altra occasione, non creda affatto alla loro utilità sul piano didattico.

In questi giorni di canicola, in cui già alle 8,30 del mattino l’afa mozza il respiro, io e miei ragazzi siamo in aula per lezioni che durano due ore e trenta minuti.

Personalmente ho una discreta resistenza al caldo e fare lezione mi galvanizza sempre: ciò nonostante mi costa non poca fatica tenere il ritmo per cinque ore consecutive. I ragazzi dal canto loro sono a pezzi. Indubbiamente la componente emotiva ha un notevole peso, anche perché questa generazione non è neppure lontanamente abituata a pensare di poter perdere un anno scolastico “in seconda battuta”; ma il caldo contribuisce certamente a buttarli giù.

 

Ho organizzato le mie lezioni nella maniera migliore che ho saputo concepire, differenziando le attività e concedendo qualche breve pausa.

Lo stesso corso, svolto in condizioni ambientali diverse, forse non avrebbe avuto utilità molto maggiore però almeno non sarebbe stato un tormento fisico.

Quindici ore per recuperare il programma di un anno sono oggettivamente risibili, ma se ben utilizzate possono sortire un seppur minimo effetto. Tuttavia al ministero non hanno pensato che le nostre scuole (a volte perfino prive dei riscaldamenti in inverno: ricordo un gennaio, in un liceo importante della mia regione, trascorso con guanti e sciarpe in aula) non sono attrezzate per accogliere docenti e studenti nella stagione più calda.

 

Si insiste tanto sui rischi del caldo, invitando soprattutto la popolazione “a rischio” a restare in casa tra le 12.00 e le 16.00 e poi si mandano in giro alle 13.30 studenti, insegnanti anche di età avanzata, mamme con bambini che vengono a prendere i figli più grandi a lezione.


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categorie: scuola, follia, efficienza

La scuola che vorrei (un anno dopo)

Qualche giorno fa parlavo col mio compagno che mi chiedeva, tra il serio e il faceto, della chiusura dell’anno scolastico.

Di qui è partita una discussione molto impegnativa, che purtroppo, per ragioni di tempo, non abbiamo potuto completare. Ma non ne mancherà l’occasione.

 

L’insuccesso scolastico degli studenti, a suo dire, dipenderebbe esclusivamente dalla scuola. Non dagli insegnanti, bensì dalle strutture.

Se un istituto scolastico non offre collegamento alla rete, corsi avanzati di inglese, tirocini professionali seri..., non è in grado di svolgere il proprio ruolo.

In linea di principio non posso dargli torto. Mi piacerebbe molto non dover contendere ai colleghi l’unico apparecchio televisivo in dotazione all’istituto (per giunta rimesso insieme col nastro adesivo. NON SCHERZO!). Mi piacerebbe che i ragazzi non dovessero portarsi il computer da casa per presentare i loro lavori multimediali. Mi piacerebbe una scuola in costante contatto col mondo del lavoro.

Ma non è realistico, e forse non lo sarà mai. Come osservava giustamente il mio compagno, non c’è denaro per pagare i professori per i corsi di recupero estivi; certamente non ce n’è per ristrutturazioni più profonde.

Tuttavia le mie conclusioni si sforzano di essere meno disfattiste di quelle del mio interlocutore.

Se non possiamo avere una scuola attrezzata, non per questo dobbiamo rinunciare del tutto al nostro compito formativo. Il danno sarebbe solo maggiore.

(E credo anche, sia detto tra parentesi perché il discorso porterebbe troppo lontano, che non di rado la questione delle carenze strutturali sia solo un comodo alibi per nascondere la mancanza di motivazione al lavoro degli insegnanti e il disinteresse delle famiglie nei confronti della formazione).

 

Sono docente di Italiano e Latino e per me è indubbiamente più facile, perché non insegno materie tecniche che hanno necessariamente bisogno di supporti particolari. Quando non si può avere di più, a me bastano un libro e la giusta atmosfera.

Penso però ai miei colleghi di scienze e di fisica, che portano il materiale per gli esperimenti da casa; penso ai ragazzi che a turno portano a scuola il lettore dvd o il pc.

È una vergogna, certamente. Ma da parte nostra è una forma di resistenza che ha un valore ed un significato inestimabili.

 

Dubito che ci sarà mai un governo, di qualsivoglia colore (ammesso che i colori significhino ancora qualcosa), che investirà davvero sulla istruzione e sulla sanità pubblica. Non c’è una volontà reale di garantire al cittadino questi due indispensabili servizi ad un livello accettabile di qualità. Troppi interessi, non solo economici, premono in altra direzione.

Non per questo però bisogna mollare. Al contrario!

Quando ho letto ad esempio l’ultimo compito in classe dei miei allievi di quest’anno, mi sono resa conto che qualche piccolo “miracolo” è possibile: hanno imparato tanto e molti hanno anche rielaborato in maniera personale e originale gli spunti che ho offerto loro.

Dunque questi ragazzi sono, oggi, un po’ più preparati e un po’ più maturi rispetto al 15 settembre. Non mi sembra cosa da poco.

 

 

Passando ad un altro aspetto del gigantesco problema-scuola, il mio compagno sostiene che il biennio della scuola superiore dovrebbe essere uguale per tutti per fornire ai ragazzi la stessa preparazione di base in tutte le discipline, compreso ad es. il latino.

La questione è antica.

Personalmente resto convinta che se la scuola media inferiore funzionasse come dovrebbe (e purtroppo non è così, è quella che attualmente funziona peggio, fatte salve le rare eccezioni), essa potrebbe assolvere proprio questo compito. Ricordo di aver preso la licenza media con discreti rudimenti di biologia, di storia dell’arte, di musica, di disegno tecnico, oltre che delle materie cosiddette fondamentali (matematica, inglese etc.).

Indubbiamente la scelta del corso di studi superiore a 13 anni comporta qualche rischio, soprattutto se manca, alle spalle dello studente, una famiglia consapevole. D’altra parte anche qui la scuola media potrebbe ricoprire un ruolo molto importante, segnalando attitudini e interessi degli allievi e indirizzandoli opportunamente. Dovrebbe farlo. Indubbiamente spesso non lo fa.

Il biennio superiore, però, deve a mio parere restare differenziato. Non bastano i tre anni successivi a fornire una formazione specifica e specializzata.

 

 

L’ultimo punto che abbiamo toccato riguarda la meritocrazia. I miei 25 lettori sanno già come la penso.

Nessuna scuola, scalcagnata o super-attrezzata, riuscirà davvero nel suo compito formativo se manderà avanti indiscriminatamente i ragazzi che studiano e quelli che non hanno il minimo interesse per la scuola; se farà crollare le motivazioni e le ambizioni degli studenti impegnati che si vedranno promossi al pari degli altri; se rinuncerà a mettere i giovani davanti ai loro errori e alle loro responsabilità; se cederà ai ricatti dell’arroganza o del pietismo attuati da famiglie che considerano il “pezzo di carta” l’unico obiettivo da perseguire, e a qualunque costo.

Questo non significa trascurare problemi e disagi dei ragazzi (che però non devono diventare un ennesimo comodo alibi).

Significa invece che a noi docenti, costretti per lo più a lavorare con mezzi insufficienti e circondati da una scarsa considerazione sociale, si richiede una volta di più di resistere, resistere, resistere.


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categorie: scuola, educazione, efficienza
martedì, 01 luglio 2008

Porompompero-però!

Qualche settimana fa ho assistito al saggio di fine anno organizzato dalla scuola di mio figlio. Erano coinvolte la sezione primavera, la scuola dell’infanzia e le cinque classi della primaria.

Il lavoro non mi è dispiaciuto: ho trovato veramente notevole, prima di tutto, che siano riusciti a far ballare due interi pezzi a bambini di 2-3 anni e che siano riusciti a trattenere i piccoli per lunghe mezz’ore dietro le quinte in attesa del loro turno.

 

Lo spettacolo era incentrato sull’opposizione tra il bianco e il nero e proponeva la tesi secondo cui bisogna superare le categorizzazioni nette per apprezzare le mille sfumature della realtà. Un tema importante, pretenzioso perfino, affrontato in maniera non sempre chiara e coerente. Nel complesso, però, è stato realizzato un discreto lavoro.

 

Nell’intervallo tra la prima e la seconda parte del saggio hanno mandato su uno schermo immagini della vita scolastica dei bambini e stralci dei progetti realizzati nel corso dell’anno. Il tema dominante, in questo caso, era il rapporto con l’ambiente (più che mai d’attualità in questi tristissimi tempi dominati dalla “monnezza”).

Purtroppo, come si dice, lì è cascato l’asino.

In una delle schermate campeggiava un “pò” scritto con l’accento invece che con l’apostrofo.

La mia sedia ha avuto un sussulto e ho cominciato a domandarmi come farò ad insegnare la corretta ortografia a mio figlio, senza creare rapporti tesi con la sua futura insegnante e senza confondere le idee al mio bambino.

 

Recentemente non sono stati assegnati degli ambitissimi posti da magistrato a causa dei numerosi, gravi errori di ortografia rilevati nelle prove scritte di tanti candidati.

Errori del genere, dunque, non consentono di diventare giudici, ma non impediscono di esercitare l’insegnamento. E di perpetuare in questo modo il danno, generazione dopo generazione.

 

Mi torna alla mente quanto ha scritto, ironicamente e amaramente, Paola Mastrocola in “La scuola raccontata al mio cane”: “Io non voglio vivere in un mondo in cui metà della gente scrive un po senza apostrofo, e l’altra metà scrive un pò con l’accento”.


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categorie: scuola, efficienza
giovedì, 19 giugno 2008

La cattiva educazione - seconda parte

Gli ultimi giorni dell’anno scolastico, come ha ben detto un mio collega, sono strazianti.

Ai numerosi, ineludibili e noiosissimi impegni legati alla chiusura delle attività didattiche si aggiunge il teatrino, ora grottesco ora semplicemente squallido, di alcuni genitori e colleghi.

Volutamente non ho citato gli studenti tra gli attori. Non che non offrano anch’essi il loro spettacolo, ma, come ho scritto anche in altre occasioni, sono giovani ed inoltre sono il frutto di una cattiva educazione diffusa per cui li considero meno responsabili degli adulti che li circondano.

 

Ecco quindi entrare in scena, in ordine sparso: il vicepreside, con la sua lista personale di amici e conoscenti: “Che mi dici di...? Mi ha telefonato il padre ieri, era così preoccupato!”; l’anziana collega a me quasi sconosciuta che, dopo tre giorni dall’ultimo colloquio scuola-famiglia, mi chiede notizie del nipote di una vecchia amica: “Io nemmeno lo sapevo che il ragazzo fosse iscritto qui, l’ho scoperto per caso ieri e ho pensato di venire a domandare. Tu conosci la difficile situazione familiare, vero?”; genitori onnipresenti anche dopo la chiusura ufficiale dei colloqui: “Fa progressi, mio figlio? L’ho messo a ripetizione”; l’insegnante privata di 20 anni (!!!) che si stupisce dei risultati negativi del nostro comune allievo: “Sono rimasta senza parole. Ieri pomeriggio abbiamo lavorato su questo argomento per tre ore!”; la madre che si fa viva per la prima volta agli inizi di maggio dopo l’ennesima comunicazione scritta della scuola sulle gravi insufficienze del figlio ancora non recuperate: “Io vorrei capire la situazione. Ma cosa sta succedendo?”.

E poi ancora: la collega severa e intransigente che si è messa in politica ed ora, dopo aver distribuito materiale elettorale nelle classi (ma è legale?), è propensa a promuovere tutti; il collega sindacalista che dice di rimpiangere il buon tempo andato, ma sguazza a perfetto agio nel lassismo; la collega che, dopo aver dato il debito per anni allo stesso allievo ed essersi lamentata anche del suo comportamento ineducato, ora se ne dice entusiasta (c’entrerà forse la partecipazione dello studente in questione ad un costoso viaggio-studio da lei organizzato?).

 

Negli ultimi giorni dell'anno, più che mai, preferisco chiudermi dentro l’aula a chiacchierare con i miei ragazzi. Molti di loro, domani se non già oggi, saranno risucchiati da questo sistema ed io non riuscirò ad evitarlo (sarebbe presuntuoso anche illudersi di riuscirci); ma per adesso sono per me gli interlocutori più puliti e sinceri.


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categorie: scuola, educazione, futuro

La cattiva educazione - prima parte

Approfitto del computer di amici e posto qualche cosina che ho scritto in queste settimane.

Qualche pomeriggio fa, quando sono andata a prendere mio figlio all’asilo, lui mi ha accolto dicendo: “Voglio anch’io la coppa”.

Naturalmente non ho capito a cosa si riferisse. Immediatamente è intervenuta la maestra, che mi ha spiegato che uno dei bambini più grandi aveva ricevuto un premio per il miglior disegno e aveva portato a scuola, tutto orgoglioso, la coppa.

Scusandosi, l’insegnante mi ha spiegato che il vincitore era stato premiato senza che la cosa fosse pubblicizzata per evitare che gli altri allievi restassero delusi. Ma il piccolo - “Sa come sono i bambini” - ha raccontato tutto ai compagni e mostrato in classe il premio.

Mio figlio, facendo eco, ha aggiunto: “Il mio compagno ha sbagliato a portare a scuola la coppa, vero?”.

 

Non avevo tempo, perché sono sempre di corsa, ma avrei avuto molto da ribattere.

Dunque è così che comincia il lavaggio del cervello: i meriti individuali devono essere occultati il più possibile e i giovani devono essere protetti a qualunque costo dalle delusioni. Ma in questo modo non si svilupperà mai un sano desiderio di mettersi in gioco e i ragazzi cresceranno ignari e fragili nei confronti della vita. A chi giova?

 

Il giorno dopo ho spiegato a mio figlio che si può vincere oppure no, ma che ciò che è più importante e più avvincente è gareggiare dando il meglio di sé. Chi vince non deve essere superbo, ma può e deve essere orgoglioso del suo successo. Chi non vince, pur deluso, non deve avvilirsi né essere invidioso. Ognuno peraltro riesce meglio in un campo o piuttosto in un altro.

 

Il mio bambino ama mettersi in mostra e primeggiare, ed io mi sto sforzando di coltivare nella maniera più appropriata questa sua caratteristica, perché non diventi arroganza e presunzione. Proprio in questo senso ritengo molto formativo che una piccola sconfitta non venga celata, bensì anzi spiegata e sdrammatizzata.


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categorie: scuola, educazione, futuro
giovedì, 01 maggio 2008

La mia strada (parte prima)

Ho cominciato a lavorare a 29 anni. Non pochi, in assoluto; ma con i tempi che corrono mi ritengo una privilegiata. A maggior ragione perché sono entrata in ruolo passando direttamente, come sono solita dire, “dal banco alla cattedra”.

Ho vinto un concorso, e credo di averlo meritato: per due anni ho lavorato puntando esclusivamente a quell’obiettivo e le mie prove d’esame non erano affatto malvagie. Sono però consapevole di essere stata anche fortunata: colleghi d’università non meno preparati di me, se non addirittura più ferrati, non ce l’hanno fatta.

D’altro canto, come in ogni altra vicenda della vita (e forse più che in altre), la sorte si è rivelata un fattore niente affatto trascurabile.

 

Sono entrata nella mia prima classe il 13 settembre 2001, due giorni dopo l’attacco alle Twin Towers di New York, e in me si agitavano emozioni molto diverse, ma tutte molto intense.

Avrei voluto assaporare le sensazioni di orgoglio e di timore che l'ingresso nel mondo del lavoro portava con sé; ma gli avvenimenti internazionali rendevano meschine le mie emozioni personali.

Ricordo che mi tremavano leggermente le mani, mentre parlavo a quei 27 ragazzini di primo liceo scientifico, confidando loro che in qualche modo stavamo condividendo l’esperienza del primo giorno di scuola. E mi tremavano ancora mentre accennavo ai fatti di New York, cercando di mantenermi quanto più neutra possibile nel giudizio: sottolineai soprattutto l’importanza di ritornare alla normalità nel tempo più breve possibile, per non darla vinta a chi combatte le sue battaglie seminando terrore, distruzione e morte; senza al tempo stesso rinunciare ad una riflessione profonda sulle cause e sui fatti stessi dell’11 settembre.

Ricordo i visi più o meno emozionati, turbati, interessati dei ragazzi.

Ricordo di essere uscita dall’aula con l’impressione di essermela cavata piuttosto bene nella mia prima prova sul campo.

 

Cominciava così la mia grande avventura da insegnante. Nonostante i miei (non pochi) 29 anni, ero la più giovane tra 100 professori, titolari e supplenti. Sentivo gli occhi puntati su di me e sentivo anche, nei colleghi di corso più seri, preoccupazione e diffidenza verso questa "matricola" bassina e mingherlina, dallo sguardo lievemente spaesato, che loro temevano non avrebbe saputo gestire la situazione. Soprattutto quella terribile classe seconda per nulla scolarizzata che mi era toccata (sono i "regalini" che si fanno agli ultimi arrivati, l’ho imparato poi).

In capo a due mesi la mini-prof. si fece valere.

Dentro di me restavo consapevole di avere ancora tutto da imparare, e spesso ero preoccupata di non essere all’altezza del mio ruolo; ma di questo non traspariva nulla all’esterno e colleghi ed allievi impararono a conoscermi come un’insegnante preparata e appassionata delle sue materie; seria e precisa; autorevole e determinata. Così guadagnai la stima e la fiducia di alcuni compagni di viaggio, e l’antipatia e l’invidia di tanti altri.

 

Dopo sei anni trascorsi nella mia prima scuola ho ottenuto il trasferimento nel liceo vicino casa e alcune situazioni si sono riproposte.

Mi è stato affidato per la prima volta il triennio e di nuovo ho temuto di non essere all’altezza del compito. La classe più scalcagnata e meno scolarizzata del liceo è toccata a me. I colleghi più anziani mi hanno guardata inizialmente con diffidenza e paternalismo, a maggior ragione visto che dimostro ancora i 30 anni che avevo quando ho cominciato ad insegnare.

Questa volta mi sono bastate due settimane per farmi conoscere, e apprezzare da chi ha voluto farlo. Ed ora che l’anno volge al termine il mio bilancio è assolutamente positivo.

Più che mai sono consapevole di avere tanto da imparare. Ma sono anche orgogliosa di quanto ho appreso in questi sette anni: dai libri, perché non si impara mai tanto e tanto bene come quando si ha l’obiettivo di condividere la conoscenza; e dai tanti ragazzi e dai tanti colleghi che hanno compiuto una parte più o meno lunga della strada insieme a me.

E sono più che mai convinta che la sorte e le mie energie mi abbiano portata a svolgere il lavoro per il quale sono nata.

 

Avevo altri progetti, fino a dieci anni fa. Mi sarebbe piaciuto restare dentro l’Università, diventare col tempo ricercatrice o che so io.

Non ce l’ho fatta, perché per sfondare nell’Università, come purtroppo è noto, occorre essere dei geni o dei raccomandati: ed io non appartengo a nessuna delle due categorie.

Ero amareggiata, perfino furiosa - soprattutto quando scoprii che mi era stata offerta l’opportunità di pubblicare qualcosa su un argomento che in realtà interessava alla nipote di una docente dell’Ateneo per la sua tesi… sicché il mio lavoro non sarebbe mai uscito a mio nome. Me ne andai senza lasciare una riga di ciò che avevo scritto: che l’illustre raccomandata s’arrangiasse!

Ma non tutti i mali vengono per nuocere, si dice.

Con la mia laurea in Lettere non potevo fare altro, a quel punto, che tentare la via dell’insegnamento. Credevo che l’avrei considerato per tutta la vita un ripiego, che mi avrebbe ricordato sempre la delusione delle mie speranze.

Invece è diventato per me, semplicemente, il lavoro più bello del mondo.

 

Grazie ai colleghi più anziani che in questi anni mi hanno consigliata e incoraggiata; grazie ancora a loro per la fiducia, la stima e l’amicizia.

Grazie ai miei studenti, di cui ricordo ancora tutti i nomi (anche se temo che la memoria non potrà sostenermi in questo senso ancora per molto), che mi hanno regalato e continuano a regalarmi ogni giorno una stilla di giovinezza, anche quando mi fanno disperare; grazie in particolare a quelli che non sono più miei allievi, ma che ancora mi scrivono e vengono a trovarmi, che vorrebbero che tornassi nella loro classe, che mi permettono di accompagnarli ancora nel loro percorso di crescita.

Grazie, perché se la mia vita ha un senso e una direzione è anche merito vostro.


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categorie: scuola, lavoro, emozioni
venerdì, 11 aprile 2008

Piccoli professori crescono

Qualche mattina fa due dei miei studenti, un ragazzo ed una ragazza, hanno tenuto una lezione al posto mio con splendidi risultati.

Avevo fornito loro del materiale bibliografico e per il resto hanno proceduto autonomamente, indirizzati da me solo in un paio di occasioni. Ne sono venuti fuori due lavori notevoli.

Soprattutto la relazione del ragazzo è stata pregevole: ha parlato per più di un’ora, con proprietà di linguaggio e sviluppando il discorso in maniera coerente e compiuta.

Nel corso della sua esposizione, invece, la ragazzina si è emozionata e ha avuto un vuoto di memoria: mi ha guardata mortificata e avvilita, ma l’abbiamo tutti incoraggiata (i compagni le hanno anche fatto un applauso) ed è arrivata brillantemente alla conclusione.

 

Avevo proposto ai due studenti questa sfida perché li considero complessivamente i migliori della classe: desiderosi di apprendere e di emanciparsi dalle proprie origini modeste attraverso la cultura, prima ancora che desiderosi di buoni voti.

Hanno lavorato per settimane per preparare la loro lezione, mi hanno sottoposto le bozze. Il ragazzo, in particolare, non soddisfatto della prima versione, ne ha elaborata un’altra effettivamente molto meglio strutturata e quando mi sono complimentata con lui per il salto di qualità i suoi occhi scintillavano.

 

Ho presentato loro il compito come un gioco, divertente e serio al tempo stesso, come ogni gioco che si rispetti.

Loro si sarebbero messi in cattedra al posto mio, io seduta nei loro banchi. E loro avrebbero dovuto anche cercare di abbandonare quel tono un po’ cantilenante tipico dell'esposizione degli argomenti da parte degli studenti e assumere toni più spigliati e spontanei.

 

Il gioco è riuscito. I compagni hanno fatto festa ed io ho premiato i miei due “sostituti” con un bellissimo voto.

Sono uscita dall’aula anche io entusiasta, mentre ancora si festeggiava e i due protagonisti, rossi in viso e felici, si godevano il loro momento di gloria.

 

La prossima volta, in quella stessa classe, mi tocca tenere una noiosa “lezione curricolare di recupero e di consolidamento delle conoscenze e delle abilità”, dedicata in particolare agli studenti in difficoltà.

Cercherò di organizzarla, come sempre, nella maniera più vivace e nuova possibile; d’altro canto è mio dovere fare tutto il possibile per portare avanti l'intero gruppo, senza che nessuno rimanga indietro.

Ma alternando le attività evito il rischio della noia e della ripetitività e soprattutto evito che i ragazzi più capaci e ambiziosi, come spesso accade nella nostra scuola attuale, si demotivino perché costretti ad ascoltare sempre le stesse cose e non stimolati a migliorare a loro volta.


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categorie: scuola, emozioni
domenica, 30 marzo 2008

L'ennesima farsa: i corsi di recupero estivi

Nel 1995, per volontà del ministro della Pubblica Istruzione D’Onofrio, furono aboliti gli esami di riparazione nella scuola secondaria di secondo grado (legge n. 352 dell’8 agosto). A sostituirli fu introdotto il sistema dei “debiti formativi” da saldare nel corso del successivo anno scolastico, secondo modalità che i singoli istituti avrebbero previsto e programmato. In parole povere, non si rischiava più di essere bocciati a settembre.

 

Il nuovo sistema non ha funzionato. Nei fatti gli studenti hanno potuto da quel momento proseguire il loro corso di studi superiore in presenza di lacune gravi e gravissime perfino in quattro materie, e senza colmarle mai.

Il fallimento è dipeso non tanto dalla nuova normativa in sé quanto dalla sua scriteriata gestione da parte di molti dirigenti scolastici e di tanti insegnanti.

Consentire infatti il passaggio alla classe successiva con quattro debiti (ad es., in una mia classe, in Italiano, Latino, Inglese e Matematica) anche con voti di 3 e di 4 (è lo stesso esempio) è semplicemente folle. A quel punto è inevitabile che lo studente pensi che gli sia stata garantita una impunità perpetua.

Tanto più che la verifica del cosiddetto “saldo del debito” si è fatta sempre più superficiale, per il lassismo e la demotivazione dei docenti, ma anche a causa di precise direttive (ufficiose, ma non per questo meno vincolanti) di alcune dirigenze: per timore dei ricorsi, sempre più numerosi, e per poter diffondere all’esterno l’immagine di una scuola nella quale la percentuale di successo formativo è molto alta, si rinuncia ad esprimere una valutazione degli studenti che sia aderente al vero.

Oggi le scrivanie dei dirigenti scolastici sono invase da centinaia di ricorsi da parte di genitori che non accettano un esito negativo. Molti colleghi e dirigenti ritengono che sia meglio evitare simili rogne promuovendo il più possibile, senza pensare che si tratta di un circolo vizioso: se le famiglie sono diventate tanto arroganti e pretenziose è perché la scuola ha perso autorevolezza e credibilità.

Ho visto inoltre con i miei occhi i grafici che misurano il successo formativo non sulla base delle conoscenze e delle abilità effettivamente acquisite dai ragazzi, bensì sulla base del numero di studenti promossi. Come vengano promossi, non conta. Salvo poi piangere lacrime di coccodrillo sulla crassa ignoranza dei nostri giovani. Salvo poi stupirsi, ipocritamente, se ad un recente concorso sono rimasti vacanti degli ambitissimi posti da magistrato, poiché molti candidati sono stati respinti a causa di grossolani e ripetuti errori di ortografia e morfo-sintassi.

 

Resosi conto di questo sfacelo, l’attuale ministro Fioroni ha cercato di correre in qualche modo ai ripari e ha reintrodotto gli esami di riparazione (D.M. 80 del 03.0.2007 e O.M. 92 del 05.11.2007).

A dire il vero, non si dovrebbe definirli in questo modo, bensì “nuove modalità di recupero dei debiti scolastici”. La sostanza comunque non cambia: a giugno, in presenza di una o più insufficienze, si sospende il giudizio sull’allievo e prima dell’inizio dell’anno scolastico successivo lo studente viene sottoposto a prove di verifica che determinano la sua promozione o la sua bocciatura.

Rispetto al passato c’è però anche qualche novità.

Con l’introduzione del sistema dei debiti formativi le scuole hanno dovuto destinare una parte dei propri fondi alla organizzazione degli IDEI (“interventi didattici e educativi integrativi”, i cosiddetti corsi di recupero), affidati di norma a docenti interni all’istituto stesso nel corso dell’anno scolastico. Si tratta di lezioni extra-curricolari che hanno lo scopo di aiutare gli studenti in difficoltà a colmare le proprie lacune.

Col ritorno degli esami di riparazione, che devono tenersi, salvo casi eccezionali, entro il 31 agosto, il ministro ha stabilito che le scuole debbano attuare degli interventi di recupero anche per il periodo estivo.

 

La mia esperienza dei corsi di recupero è stata disastrosa, tanto che ho deciso di non tenerne più, anche se mi fruttavano un piccolo guadagno supplementare non disprezzabile.

I fondi sono insufficienti e l’organizzazione carente sotto vari punti di vista: ero in pratica obbligata, e i miei studenti con me, a lezioni pomeridiane di Italiano o di Latino della durata di 2 o addirittura 3 ore e il totale delle ore a mia disposizione non ha mai superato le 14.

L’utilità sul piano didattico di corsi del genere è praticamente nulla. 2 o 3 ore di lezione pomeridiana su un’unica materia, dopo una mattinata trascorsa di già tra i banchi, non fruttano quanto lo stesso numero di ore diluito in più giorni; e comunque 14 ore complessive sono del tutto insufficienti. A maggior ragione se vengono iscritti al corso studenti di classi diverse, parallele o addirittura neppure parallele.

 

Per l’estate si profila lo stesso scenario, perfino più grottesco.

Se 14 ore non bastano nel corso dell’anno, a maggior ragione non saranno sufficienti a giugno, quando ci sarà da recuperare un intero programma e se, ancora una volta, verranno aggregati allievi di diversa provenienza.

Come se non bastasse, per non riunire i consigli di classe a fine agosto a scapito delle ferie di docenti e famiglie di studenti, alcuni istituti si sono impegnati a chiudere tutte le attività di recupero e le prove di verifica per la fine del mese di luglio.

Dunque, ricapitolando: in poco più di un mese, con 14 ore di corso, si pensa di permettere il recupero di una materia (o magari due, tre o anche quattro).

È chiaro che alle famiglie converrà, come già avviene durante l'anno scolastico, rinunciare agli IDEI e ricorrere alle lezioni private. Se possono permettersele.

 

Il sistema dei debiti, come quello degli esami di riparazione (o comunque si voglia chiamarli), non è di per sé efficace o inefficace.

Il nocciolo della questione è un altro. Il problema sta nell’inadeguatezza dei fondi stanziati, nella cattiva organizzazione, nella scarsa motivazione di docenti e dirigenti.

Fino a quando la scuola sarà concepita (quasi) esclusivamente come un parcheggio per bambini e adolescenti; fino a quando la cultura sarà considerata accessoria rispetto al “pezzo di carta”; fino a quando non saranno gli insegnanti per primi a ritrovare passione e fede nel proprio lavoro; non ci sarà normativa che potrà risollevare le sorti della scuola.


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categorie: politica, scuola
venerdì, 25 gennaio 2008

A chi interessa la cultura

Tempo fa ho scritto un articolo dedicato al costo dei libri scolastici in cui giungevo alla conclusione che, in linea di massima, i prezzi sono decisamente elevati rispetto al sostegno economico che ricevono le famiglie in difficoltà (ed anche rispetto all’effettiva validità di molti di questi testi sul piano didattico).

Per chi, come me, crede nell’istruzione di massa, ma al tempo stesso anche di qualità, questa è una stortura gravissima, poiché rischia di creare delle intollerabili discriminanti di carattere socio-economico nell’accesso alla cultura.

Nel pezzo pubblicato allora rilevavo anche l’assenza di un tetto di spesa per i libri delle scuole superiori e registravo l’impegno del ministro Fioroni a colmare questa lacuna.

Anche questa non è una questione trascurabile, soprattutto dal momento che il cosiddetto “obbligo scolastico” si estende ormai per 10 anni: è pertanto doveroso porre dei limiti al prezzo complessivo della dotazione libraria almeno dei primi anni della scuola secondaria di secondo grado (scuola superiore).

 

Una recente Circolare Ministeriale (n. 9, del 15 gennaio 2008) e i Decreti collegati (D.M. n. 7 e D. M. n. 8 dello stesso 15 gennaio) ritornano su questi e su altri aspetti del problema e meritano qualche osservazione a commento.

La nuova normativa, in verità, non è ancora completa, poiché manca proprio, in quanto “in corso di definizione”, il decreto relativo alle scuole superiori.

I provvedimenti già emessi stanno però già provocando delle polemiche, poiché i tetti di spesa fissati per la scuola secondaria di primo grado (scuola media) sono aumentati quasi del 2,1% (da 280 a 286 euro per la prima classe).

Sembra quindi che la situazione non sia per nulla destinata a migliorare.

 

La lettura della Circolare Ministeriale mi suggerisce anche altre considerazioni.

 

Nel mio precedente articolo sull’argomento denunciavo il vergognoso mercato legato alle nuove edizioni, imposte da molti insegnanti anche quando non vi sono modifiche rilevanti al testo.

Apprendo ora (allora non avevo approfondito questo aspetto) che a norma dell’allegato A annesso al decreto n. 547/1999, l’adozione delle nuove edizioni è consentita solo in caso di “obiettive necessità determinate da sostanziali innovazioni scientifiche o didattiche, mediante aggiunta, eliminazione, sostituzione o riedizione di singole parti o sezioni”.

La dicitura, come spesso accade nei testi legislativi, è solo apparentemente precisa e dettagliata, mentre in realtà è sufficientemente vaga da consentire l’imposizione di fatto delle nuove edizioni, senza che il testo risulti davvero significativamente aggiornato. Basta che sia stato diviso in 10 volumetti “modulari” piuttosto che in 5 grossi tomi “tradizionali” e che siano state aggiunte due pagine di approfondimento.

I libri devono illustrare le modifiche apportate nelle nuove edizioni, in modo che i docenti possano valutare con cognizione di causa. Questo è corretto e dovuto, ma come sempre tutto continuerà a dipendere dall’etica professionale degli insegnanti.

 

Nel mio articolo mi soffermavo infine, seppur brevemente, sui canali alternativi di distribuzione dei libri di testo scolastici e tra questi citavo il comodato d’uso.

 Secondo quanto prescritto dalla legge n. 296/2006 (finanziaria 2007), questa pratica è incentivata attraverso fondi destinati alle regioni. Quale sia la loro entità e come vengano effettivamente utilizzati sarà interessante approfondire in un prossimo articolo.

 

In conclusione, mi sembra giusto toccare alcuni altri aspetti della questione relativa ai libri scolastici.

Nel primo caso, dirò una banalità. Che però, come tutte le banalità, è una verità profonda e incontestabile. Ci sono figli di professionisti benestanti che accedono ai rimborsi per l’acquisto dei libri di testo e figli di operai che non rientrano nei parametri previsti per ottenerli: perché gli introiti dichiarati dalle prime famiglie sono fasulli, mentre quelli delle seconde sono controllabili al centesimo sulle buste paga. Sommando banalità a banalità, posso solo aggiungere che questo è semplicemente vergognoso.

La situazione che ho appena descritto rientra però in un àmbito più vasto. Troppe persone, e quel che è peggio spesso in misura direttamente proporzionale alle loro risorse economiche, considerano uno spreco le spese di carattere culturale, si tratti di libri scolastici o di altri “articoli” del settore. Se devono spendere 200 euro per un paio di jeans del loro figliolo, lo fanno ben volentieri; ma 20 euro per un romanzo che rientra in un progetto scolastico di letture sembrano una cifra improponibile.

Tutto ciò suscita in me tristezza e in prospettiva mi terrorizza, perché queste sono le priorità a cui si stanno educando le nuove generazioni.


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categorie: scuola, futuro
giovedì, 10 gennaio 2008

Una scuola da cani

Ho appena terminato di leggere “La scuola raccontata al mio cane” della professoressa Paola Mastrocola, pubblicato nel 2004.

È un libro a tratti ironico e pungente, ma io ho percepito tra le pagine soprattutto delusione e amarezza. Un’amarezza molto vicina alla mia, nonostante apparteniamo a due generazioni diverse.

 

La Mastrocola racconta di essere rimasta lontana dalla scuola a due riprese, negli anni ’90, per incarichi universitari; al suo rientro tutto era cambiato, e in peggio.

Aboliti gli esami di riparazione di settembre, introdotti i debiti, i crediti, i recuperi, i progetti...; ma soprattutto svalutata la cultura nelle sue forme più alte.

In linea di massima concordo con i giudizi della collega scrittrice.

Nella scuola superiore la riforma attesa da trenta anni ha prodotto dei mostri. I debiti e i crediti formativi ci hanno imposto anzitutto una terminologia mutuata dall’àmbito economico, che applicata alla fucina della cultura provoca già di per sé profonda tristezza; ma soprattutto hanno comportato una drastica riduzione della selezione meritocratica. I progetti extra-curricolari, oltre a riguardare spesso argomenti per nulla attinenti al curricolo dei diversi indirizzi o a limitarsi a ripetere parti dei programmi delle materie curricolari – come se si potessero imparare nuove discipline o apprendere la scrittura creativa in 20-30 ore di attività progettuali), sottraggono linfa vitale (tempo e denaro) allo svolgimento dei programmi.

La professoressa Mastrocola fotografa alla perfezione una scuola nella quale si impara sempre meno, e in forma sempre più dispersiva e superficiale.

Parallelamente – ma sono due facce della stessa medaglia, come lei stessa osserva – registra la crescente maleducazione diffusa tra gli studenti. Senza arrivare agli eccessi, parliamo di quei piccoli, banali (ma in realtà né piccoli né banali) comportamenti quotidiani, come il parlare sovrapponendo la propria voce a quella dell’insegnante. E gli esempi si potrebbero moltiplicare.

 

L’analisi della collega scrittrice giunge alle mie stesse conclusioni.

La generazione della Mastrocola (nata nel 1956), ovvero quella di coloro che oggi hanno tra i 45 e i 55 anni, è stata l’ultima a ricevere un’educazione rigida ed una formazione scolastica prevalentemente nozionistica ed elitaria. Si è combattuto contro tutto questo, ed è stato assolutamente giusto; ma ora si sta decisamente eccedendo nel senso opposto.

Si è infatti rinunciato, in molti casi, da parte di docenti e genitori, ad impartire un’educazione fondata sul rispetto e sulla responsabilità; e la scuola fornisce ormai migliaia di frammenti di informazioni, presunte utili, ma in realtà del tutto inutili proprio perché disorganiche e superficiali.

 

A chi giova?

La Mastrocola è giustamente preoccupata per i nostri ragazzi abbandonati per lo più a se stessi, da una famiglia ed una scuola che li vogliono perennemente felici e soddisfatti, dinamici e alla moda, anche se questo deve significare sacrificare l’educazione e la formazione.

La collega scrittrice osserva che questo si tradurrà in un grave danno individuale e sociale, visto che questi giovani saranno del tutto incapaci di affrontare qualsiasi tipo di responsabilità e non possiederanno la formazione necessaria per accedere alle professioni.

D’altro canto, se i nostri studenti sono mediamente ignoranti (e quelli del mio povero sud trascinano tragicamente verso il basso le percentuali positive), incapaci di leggere e comprendere testi anche semplici; se nel recente concorso non è stato possibile assegnare tutti i posti disponibili in magistratura a causa dei diffusi madornali errori di italiano contenuti negli elaborati dei candidati; queste sono già riprove inoppugnabili, che è superfluo commentare.

 

Le riflessioni conclusive della Mastrocola sono a mio giudizio ugualmente condivisibili.

Che la scuola sia diventata di massa è una conquista preziosissima a cui non bisogna rinunciare; ma questo non deve significare un livellamento verso il basso: dovrebbe anzi costituire un’opportunità di emancipazione per tutti, ed in particolare per chi proviene da ambienti socio-culturali depressi.

Invece questa scuola di massa superficiale, frammentaria, alla moda, non fa altro che favorire proprio le élites socio-culturali che possono ricorrere a canali di formazione diversi e migliori.

Ed io rifletterei sul fatto che mentre i figli di ministri e miliardari hanno accesso a un’educazione di altissimo livello, proprio la politica (di destra e di sinistra) negli ultimi 10-15 anni ha smantellato la scuola italiana, rendendola quanto mai velleitaria e inefficiente.

 

“[...] cerchiamo di attrezzarli al meglio per vivere in questo mondo; ma così li condanniamo (gli studenti) a non vivere mai più nell’altro mondo, quello non utile, non pratico, non veloce, non informato: il mondo della letteratura e dell’arte”.

“Io non voglio vivere in un mondo in cui metà della gente scrive un po senza apostrofo, e l’altra metà scrive un pò con l’accento”.

“L’intelligenza oggi nella scuola è altamente mortificata. È offesa, inaridita, repressa, soffocata, umiliata, resa infruttuosa, punita, intorpidita, ottusa. [...] Questo processo macabro riguarda sia l’intelligenza degli allievi, sia l’intelligenza dei docenti”.


postato da: CuoreMagico alle ore 19:44 | link | commenti (2)
categorie: scuola, futuro