sabato, 26 aprile 2008

Storia di un figlio giustamente ribelle: Pinocchio

Un paio di settimane fa ho seguito insieme a mio figlio lo sceneggiato su Pinocchio diretto da Luigi Comencini nei primi anni ’70. Sei puntate, di circa 50 minuti ciascuna, che riproponevano le vicende del più famoso burattino del mondo.

Il mio bambino, che già conosceva la versione disneyana della storia, si è appassionato anche a quest’altra, tempestandomi di domande ogni volta che qualcosa gli era poco chiaro.

Lo sceneggiato è piaciuto anche a me e mi ha spinta a leggere, per la prima volta nella mia vita, il romanzo originale di Carlo Collodi (al secolo Carlo Lorenzini).

 

Il racconto fu pubblicato a puntate, tra il 1881 e il 1883, sul “Giornale per i bambini”. I primi quindici capitoli ebbero per titolo “La storia di un burattino” e la vicenda si concludeva con l’impiccagione di Pinocchio da parte del Gatto e della Volpe. Successivamente l’autore decise di dare un prosieguo alla storia e a due riprese concluse il romanzo, che ricevette il nuovo e definitivo titolo “Le avventure di Pinocchio”.

 

La trama è celebre, almeno nelle sue linee generali. Un vecchio falegname si costruisce un burattino di legno, a cui dà il nome di Pinocchio; ma prima ancora d’essere compiuta, la marionetta si rivela dotata di intelligenza e parola e di un carattere pigro e dispettoso. Pinocchio affronterà mille peripezie fantastiche e surreali prima di comprendere gli errori dettati dalla sua superficialità e dalla sua indolenza: solo allora la Fata Turchina lo trasformerà in un bambino in carne e ossa.

 

Il romanzo ha alle spalle una tradizione comica e teatrale popolaresca tutta toscana, che le conferisce una freschezza ed una vivacità che si apprezzano ancora oggi. È però anche un’opera realizzata in un periodo particolare della storia italiana: l’Unità nazionale si era appena compiuta e l’Italia si trovava ad affrontare non pochi problemi concreti.

In un anno molto vicino (1886) venne pubblicato anche un altro celebre libro per l’infanzia che si cita sempre accanto a “Pinocchio”: “Cuore” di Edmondo de Amicis. Entrambi furono concepiti per quel giovane, giovanissimo pubblico di scolari italiani che occorreva educare ad una lingua e a valori comuni, dopo secoli di frammentazione politica e culturale.

Leggere però le due opere, e soprattutto quella di Collodi, esclusivamente in questa chiave significa precludersi la loro piena comprensione.

 

“Le avventure di Pinocchio” ha infatti avuto vasta risonanza e grandi apprezzamenti anche presso un pubblico adulto, e ben oltre i limiti cronologici della fine dell’Ottocento. Questo ha naturalmente attirato l’attenzione e l’interesse degli studiosi che si sono interrogati, e continuano ad interrogarsi, sulle ragioni di un successo così strepitoso. Numerose sono, conseguentemente, le interpretazioni (alcune anche francamente anacronistiche o fuorvianti) che sono state proposte.

In questa sede, però, non mi interessa approfondire questo aspetto: ampia bibliografia sull’argomento è reperibile facilmente sulle antologie scolastiche o in rete.

Mi piace piuttosto mettere a confronto il romanzo con lo sceneggiato, il quale, se certamente ne riprende tutti gli episodi salienti e perfino le battute più famose, dall’altro mi sembra offrire una chiave di lettura molto interessante.

 

“Le avventure di Pinocchio” è quello che si definisce un romanzo di formazione, poiché descrive il processo di maturazione del suo protagonista. La maturità in questo caso consiste in senso del dovere e rispetto delle regole.

Il percorso di crescita è segnato da diverse cadute, provocate dalla volontà debole del burattino che preferisce seguire ciò che più lo diverte e lo alletta, e i cattivi consiglieri, piuttosto che i saggi insegnamenti della Fata e del Grillo parlante.

Tuttavia in molti hanno rilevato una certa ambiguità nel modo in cui l’autore ha affrontato e descritto questo percorso: è infatti evidente la simpatia dello scrittore verso il suo scapestrato, dispettoso, capriccioso burattino.

L’autore, e così il suo romanzo, oscillano tra l’intento pedagogico edificante e un’istintiva disposizione d’animo più libera e ribelle.

 

Lo sceneggiato di Comencini, a quasi un secolo di distanza, va ancora oltre.

Le monellerie di Pinocchio, all’inizio della versione cinematografica, non sono gravi quanto quelle descritte nel romanzo; le punizioni inflitte dalla fata sono invece ancora più dure, alcune perfino crudeli. Successivamente le birbonate del burattino diventano più serie e continuano ad essere punite sempre più severamente.

La storia del Pinocchio di Comencini mi sembra dimostrare che diventerà certamente “cattivo” un bambino a cui si ripete continuamente ed aspramente, e senza dare spiegazioni, che si comporta male; un bambino che viene punito in maniera sproporzionata per delle sciocchezze. Il bambino, a questo punto, sente di non avere nulla da perdere.

Una battuta dello sceneggiato mi ha colpita particolarmente (e naturalmente manca nel romanzo): quando Pinocchio, dopo aver ritrovato il suo babbo dentro il ventre della balena, racconta a Geppetto le sue avventure e gli interventi della fata, il padre commenta: “Più che una fata, mi sembra una strega”.

 

Per chi, come me, svolge in due vesti diverse – di madre e di insegnante – il difficilissimo compito dell’educatore; in un tempo come il nostro, per giunta, in cui sembra che gran parte degli educatori abbia abdicato a questo impegno, il tema proposto è di fondamentale interesse.

Non trascorre giorno in cui io non mi interroghi su ciò che sia più giusto dire e fare per accompagnare nella loro crescita il mio bambino e i miei allievi: amandoli senza soffocarli e nello stesso tempo senza rinunciare ad un ruolo normativo, spronandoli a dare il meglio di sé senza farli sentire caricati di eccessive aspettative, educandoli senza castrarli nella loro personalità e nelle loro attitudini; affinché possano (perché devono) ribellarsi senza perdere di vista i valori irrinunciabili, affinché possano diventare uomini e donne senza perdere curiosità e voglia di sperimentare e continuando a ribellarsi a ingiustizie e soprusi.


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categorie: recensioni, libri, educazione
venerdì, 18 aprile 2008

Recensione semiseria e acida, nonché di parte, al libro “La principessa che credeva nelle favole” di Marcia Grad

L’autrice è laureata in psicologia, tiene seminari presso scuole e università e insegna tecniche di crescita personale a gruppi di manager e professionisti. Già questo curriculum dovrebbe rendere diffidenti.

Nutro poca fiducia negli specialisti delle scienze della psiche, ma le mie perplessità aumentano non di poco quando ho l’impressione che sfruttino conoscenze e competenze, vere e presunte, per riscuotere successo personale e soldoni piuttosto che per contribuire al benessere della gente.

 

“La principessa che credeva...” è un libro smaccatamente a tesi: già i nomi dei luoghi e dei personaggi alludono chiaramente ai significati che l’autrice ha inteso esprimere.

Victoria è una principessa graziosa e ben educata e va in sposa al tanto sognato Principe Azzurro. Quando il consorte si rivela immaturo, egoista e aggressivo, la principessa comincia un faticoso e doloroso viaggio attraverso il Sentiero della Verità, e dopo aver passato il Mare delle Emozioni, la Terra delle Illusioni, il Campeggio per viaggiatori smarriti, la Terra di Ciò che è, il Viale dei Ricordi e la Valle della Perfezione, giunge al Tempio della Verità dove una pergamena sacra le rivela ciò che infine ha meritato di sapere.

 

Attraverso il personaggio di Victoria e quello del suo alter ego infantile immaginario, l’ingenua, sognatrice, ribelle Vicky, Marcia Grad ha voluto rappresentare ogni donna che ha bisogno di liberarsi del mito del Principe Azzurro per comprendere che l’amore vero è qualcosa di meno perfetto, e anche di meno melenso e retorico, ma di più sincero e appagante nella sua imperfezione. E ha voluto anche spiegare che per essere felici accanto ad un compagno occorre essere anzitutto soddisfatte e realizzate in se stesse.

Una morale, direi, ineccepibile! Ed anche estremamente originale. Pare d’altronde, stando al risvolto di copertina, che questo volumetto sia un bestseller a livello mondiale.

 

Ho acquistato il libro in un autogrill (dove, altrimenti?). L’ho scelto col preciso intento di dedicarmi ad una lettura leggera, ma speravo pure, non lo nego, di trovare anche io l’arma per uccidere il Principe Azzurro.

Mi auguravo un approccio ironico dell’autrice, che invece si prende terribilmente sul serio nel tracciare il percorso verso l’ “imperfetta perfezione”.

La delusione è stata massima.

Insomma, in questi mesi di scrittura del mio blog personale ho detto esattamente le stesse cose della Grad, il percorso di Victoria l’ho vissuto sulla mia pelle: sono passata anche io dai sogni romantici della bambina al brusco, doloroso risveglio della donna; ho scoperto anche io, fino ad allora accecata dall’amore e da falsi miti, di avere accanto un uomo completamente diverso da quello che tutti avevamo creduto che fosse; ho dovuto anche io barcamenarmi tra mari in tempesta e salite erte e sdrucciolevoli sforzandomi sempre di riemergere e di rimettermi in piedi; infine anche io ho ritrovato me stessa, più forte e più volitiva, consapevole di non aver perso nulla che valesse la pena possedere. Quando mi ci metto, i toni patetici so usarli alla perfezione. Così come sono capacissima di partorire qualche frase ad effetto sul senso della vita.

Intanto però il mio blog non ha una diffusione planetaria ed io non diventerò mai milionaria grazie al mio percorso esistenziale.

 

Ma c’è un motivo in più per il quale detesto il libro e la sua autrice, come certe trasmissioni di Alda d’Eusanio (che si collocano, per me, quasi allo stesso livello): ho pianto.

“La principessa che credeva...” mi ha fatto rivivere i mesi della mia sofferenza senza aggiungere nulla di nuovo e di utile. Io ho percorso la mia strada senza l’ausilio di nessun manuale, e in verità dubito che una guida del genere possa davvero aiutare qualcuna (che non sappia già farlo da sé).

Soprattutto mi ha fatto rabbia la descrizione della principessa che compie il suo viaggio verso l’autocoscienza dovendo rispondere solo di se stessa a se stessa e che alla fine della favola riparte rafforzata e determinata verso una nuova vita.

Non mi risulta che, né qui né altrove, Marcia Grad abbia affrontato il problema di ritrovare se stesse mentre contemporaneamente si accudiscono i frutti dell’errore più grande mai compiuto nella vita, cercando di non confondere i piani.

Se non altro, però, ho capito le ragioni dello straordinario successo commerciale (nell’accezione più negativa del termine) del libro: punta tutto su un coinvolgimento emotivo viscerale e del tutto acritico.

 

In conclusione.

Non perdete tempo e denaro per questo libro. Per sbarazzarsi del Principe Azzurro è molto più utile, e divertente, seguire la serie dei film di animazione di Shrek.

Se invece avete proprio voglia di cimentarvi con questi temi in chiave patetica e di psicologia salottiera, leggetevi tutto d’un fiato il mio blog personale. Per lo meno è gratis. Ed è una storia vera.


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domenica, 06 aprile 2008

«Come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre?»: “Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov

Soltanto dopo quasi trent’anni dalla morte del suo autore, venne pubblicato il romanzo “Il maestro e Margherita”. Bulgakov vi aveva lavorato dal 1928 fino a poche settimane prima di morire, nel 1940, senza riuscire a portarlo a termine. Fu sua moglie, che già negli anni precedenti lo aveva aiutato a revisionare il lavoro, ad ultimarlo. Nell’Unione Sovietica della fine degli anni ’60 il romanzo fu pubblicato in forma censurata e solo qualche anno dopo in edizione integrale. L’opera fu accolta immediatamente, anche in Italia, tra grandi entusiasmi.

 

Nella Mosca degli anni ’20 o ’30, in un afoso giovedì di primavera, compare, con uno sgangherato e grottesco seguito di accoliti, Satana in persona. Presentandosi come un esperto di magia nera di nome Woland, il diavolo semina per tre giorni disordine e terrore, e molte delle sue vittime vengono ricoverate in manicomio. La domenica il demonio torna da dove è venuto e tutti gli eventi a lui legati vengono spiegati dalle forze dell’ordine sovietiche come l’opera di illusionisti abilissimi e senza scrupoli.

A questa linea narrativa se ne intreccia un’altra, che domina tutta la seconda parte del romanzo: è la storia dell’amore sconfinato tra un personaggio chiamato il Maestro e la sua amante Margherita. Lui non aveva accettato la stroncatura di un romanzo su Ponzio Pilato che aveva scritto anni addietro ed era uscito di senno. Perciò era stato ricoverato in manicomio (lo stesso nel quale si riversano poi le vittime di Woland) e si era separato dalla sua Margherita, senza mai dimenticarla e senza esserne mai dimenticato. Alla fine i due amanti si ricongiungono e ricevono da Dio il dono del riposo in una sorta di limbo isolato e sereno.

Una terza linea narrativa è costituita proprio dalla storia di Ponzio Pilato, il quinto procuratore della Giudea che aveva mandato a morte Gesù. Le vicende che vedono protagonista il governatore romano, dalla condanna all’esecuzione di Jeshua Hanozri (come è chiamato nel romanzo), sono diverse da quelle tramandate dai testi tradizionali: a narrarle sono in parte Woland e in parte il Maestro, il quale si rivela quindi una sorta di profeta non creduto. Solo nelle ultime pagine del libro la storia di Pilato si conclude: egli riceve finalmente il perdono per la colpa di quella crocifissione che non avrebbe voluto che fosse compiuta ma che non seppe evitare.

Accanto a quelli già citati, sono tanti altri i personaggi più o meno rilevanti all’interno del romanzo: essi vengono a comporre un quadro della Mosca di epoca staliniana molto poco edificante, in cui dominano avidità, arrivismo spregiudicato, egoismo, inganno, volgarità. Una figura che spicca è quella del poeta Bezdomnyj, sul quale il libro si apre e si chiude. Al principio è giovane, scrive brutti versi ed è profondamente convinto del proprio ateismo; l’arrivo di Woland sconvolge completamente la sua vita e le sue certezze, lasciandogli in eredità un incubo che ritorna ad ogni plenilunio di primavera.

 

Il romanzo ha una struttura complessa, di cui qualcuno ha messo anche in evidenza degli elementi di debolezza, dovuti probabilmente al fatto che l’opera non fu revisionata compiutamente dall’autore.

Resta però un libro originalissimo e potente, al tempo stesso fantastico e surreale, ironico e dissacratore, tragico e lirico. Nelle sue pagine, ricorrendo a toni comici e sarcastici, ma anche spietati e violenti, si mettono a nudo le meschinità e le debolezze degli uomini, si confutano l’ateismo e le credenze religiose tradizionali. In quelle stesse pagine si descrivono però anche voli di streghe e Sabba infernali e si parla d’amore in maniera intensa e appassionata.

Quello che resta, dopo la lettura – non semplice, non breve, ma assolutamente avvincente ed emotivamente coinvolgente – è un senso di vertigine, un dubbio che si insinua.

 

Satana è un servo di Dio: provoca la follia, la distruzione, anche la morte; ma la sua azione serve a ristabilire la giustizia, a punire la vanità e la malvagità degli uomini. È ironico e sprezzante, questo demonio, ma porta con sé anche la consapevolezza lucida, drammatica, della sua impotenza.

D’altra parte il mondo della luce è visto solo in lontananza, di scorcio: è quello che infine rende la libertà al governatore della Giudea e concede serenità ai due amanti; è rappresentato da un ironico, umanissimo Gesù che su un raggio di luna si allontana discutendo animatamente del senso delle cose proprio con Pilato.

A tratti si ha l’impressione che Dio non abbia un potere assoluto. Di certo esercita il suo dominio in una maniera diversa da quella a cui una certa cultura ci ha abituati a credere.

 

Amo questo romanzo. Non ha messo in crisi le mie certezze, ma mi ha travolto nelle atmosfere surreali di certi episodi, mi ha commosso con la dolcezza di altri, mi ha spinto ad un’ennesima riflessione sul significato della vita, sul bene e sul male.

Lo rileggerò di certo ancora, per la quarta volta, alla scoperta dei mille risvolti che, ne sono sicura, ancora mi sfuggono.


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martedì, 25 marzo 2008

Al di là del bene e del male: “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino

Nel 1952 usciva il primo dei romanzi che, insieme al “Barone rampante” e al “Cavaliere inesistente”, sarebbe rientrato nella raccolta “I nostri antenati” del 1960.

 

In un’epoca non precisata, ma che sulla base di indizi interni dovrebbe essere la metà del Settecento, il giovane visconte Medardo di Terralba è appena giunto in Boemia per combattere contro i Turchi. Una palla di cannone lo centra in pieno e lo divide in due parti perfettamente simmetriche. La metà destra viene miracolosamente ritrovata viva e rientra in patria, ma ben presto si rivela essere la parte malvagia del nobiluomo, che in maniera spietata e disperata insieme si dà a devastare i luoghi e ad opprimere gli abitanti. Col tempo si scopre che anche la metà sinistra è sopravvissuta: si tratta della parte buona, che con un impegno costante, ma anche pedante e molesto, si dedica a rimediare alle malefatte dell’altra. Infine le due metà saranno ricucite insieme e il visconte tornerà “intero”.

 

Come nei due romanzi successivi, l’elemento che immediatamente balza all’attenzione del lettore è il gusto calviniano per la narrazione fantastica, ironica ed anche amara. Lo stesso autore, trentuno anni dopo, spiegava a degli studenti pesaresi di aver voluto trasmettere il suo messaggio attraverso un racconto che fosse divertente, che invogliasse alla lettura.

D’altra parte la “morale della favola” è assolutamente chiara. L’uomo, nella sua interezza, nella sua completezza, è costituito di luce e di ombra: la sola parte oscura, e così anche la sola metà luminosa, sono disumane, non-umane.

Il romanzo è dunque, come scrisse ancora lo stesso Calvino su “Mondo nuovo” nel 1960, una riflessione sull’ “essere”.

 

Che si tratti della prima riflessione sul tema si avverte chiaramente, poiché dei romanzi della trilogia “Il visconte dimezzato” è il meno vivace e originale sul piano dell’inventiva e quello in cui più pesano i significati simbolici e metaforici che vengono attribuiti ai personaggi (questi significati li spiegò lo stesso autore sull’ “Unità” nello stesso anno 1952).

Le conclusioni sono però a mio parere condivisibili. L’essere umano contiene in sé il bene ed il male: questa è l’essenza del suo limite ma anche il seme della sua grandezza, se riesce a dominare la componente negativa senza perdere la straordinaria ricchezza che deriva dalla sua fragilità e dalla sua fallibilità.

 

 

“E al carpentiere veniva il dubbio che costruir macchine buone fosse al di là delle possibilità umane, mentre le sole che veramente potessero funzionare con praticità ed esattezza fossero i patiboli e i tormenti”.


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categorie: recensioni, libri, il bene e il male
venerdì, 14 marzo 2008

Esserci o non esserci:

Nel 1959 Calvino pubblicava l’ultimo dei tre romanzi che sarebbero poi confluiti, l’anno successivo, nella raccolta “I nostri antenati”. Nel volume unico “Il cavaliere inesistente” venne ad occupare il primo posto in ragione della sua ambientazione medievale, anteriore a quella del “Visconte dimezzato” e del “Barone rampante”.

 

L’esercito di Carlo Magno è impegnato nella guerra contro i musulmani di Spagna e si avvale anche del contributo prezioso di un cavaliere “che non c’è”: Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez è infatti niente altro che  un’armatura vuota. Una conversazione alla tavola del sovrano rivela al cavaliere che l’impresa da cui sono scaturiti i suoi titoli non è stata un’azione onorevole e meritoria quanto si credeva e Agilulfo rischia così di perdere nome e privilegi. Parte allora alla ricerca della donna che, sola, potrebbe dimostrare come stanno le cose. In conclusione la verità viene svelata, ma Agilulfo, avendo ascoltato solo una parte dei fatti e convinto di non meritare titoli e onori, fugge. L’armatura, smembrata, sarà ritrovata proprio dal giovane guerriero Rambaldo a cui Agilulfo ha voluto lasciarla in eredità.

 

Il romanzo, come gli altri due che compongono la trilogia, mostra anzitutto il gusto calviniano per la narrazione fantastica e ironica: l’autore si diverte a coniare nomi che suscitano ilarità per la lunghezza o per il suono, si diverte a collocare i suoi personaggi in situazioni grottesche, si diverte a ideare improbabili colpi di scena.

Dall’altro lato, come Calvino stesso spiegava nel 1960 sulla rivista “Mondo nuovo”, “Il cavaliere inesistente” costituisce anche una terza riflessione sul tema dell’ “essere”, già affrontato nei due romanzi precedenti.

La persona degna di questo nome non è Agilulfo, il cavaliere preciso e impeccabile che non accetta la debolezza e rifugge dai sentimenti. Né esiste, nel senso pieno del termine, lo scudiero Gurdulù, lo scemo del villaggio che crede di essere qualunque uomo, animale o cosa lo circondi, che conserva gli istinti primari, ma non ha alcuna coscienza di sé.

Tra la sarabanda delle avventure e delle trovate comiche, Calvino dedica al suo protagonista inesistente anche qualche passaggio malinconico, in cui si descrive il cavaliere irreprensibile e orgoglioso, condannato alla solitudine dall’incapacità di stabilire rapporti con gli altri, che pur di non essere sovrastato dalle emozioni si impegna in attività materiali che cerca di svolgere nella maniera più accurata. L’esistenza di Agilulfo è pura esteriorità (tanto è vero che l’identità del paladino si identifica con le imprese compiute) e rispetto delle norme.

 

Umanissimi invece vengono presentati i giovani cavalieri Rambaldo e Torrismondo, ed anche le due figure femminili, la guerriera Bradamante e la principessa Sofronia. Accompagnati da incertezze, da paure, da desideri oscillanti, trovano infine ciascuno la propria strada. E questa via è percorsa sempre insieme a qualcun altro, non nella solitudine di Agilulfo (o di Gurdulù).

Sembra dunque questa, infine, la “morale della favola”. La vera umanità è coscienza di sé e accettazione anche dei propri tentennamenti; la realizzazione dell’individuo passa inevitabilmente dai rapporti umani e sociali.

Perciò anche l’attività della scrittura, a cui Calvino dedica ampie riflessioni attraverso il personaggio di suor Teodora, narratore interno della vicenda, è arte nobile e appassionante, purché non si sostituisca alla vita realmente vissuta.

 

In questa ottica mi sembra che venga confermata anche l’interpretazione che proponevo tempo fa del “Barone rampante”: la selvatica solitudine di Cosimo non rappresenta una orgogliosa, anticonformistica realizzazione di sé, quanto piuttosto una testardaggine infantile che lo esclude dalla vera umanità.

 

 

“L’applicarsi a queste esatte occupazioni gli (ad Agilulfo, n.d.r.) permetteva di vincere il malessere, d’assorbire la scontentezza, l’inquietudine e il marasma, e di riprendere la lucidità e compostezza abituali”.


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categorie: recensioni, libri
venerdì, 29 febbraio 2008

L'insostenibile peso dell'essere:

Il piccolo principe” è un breve romanzo – si può bene definirlo un racconto – pubblicato dal conte de Saint-Exupéry nel 1943, un anno prima di scomparire senza lasciare alcuna traccia di sé. Il libro è arricchito dagli acquerelli dello stesso autore, celebri almeno quanto la storia che illustrano.

 

Un aviatore è costretto ad un atterraggio di fortuna nel deserto del Sahara. Mentre è alle prese con la riparazione del guasto, gli si avvicina un bambino dall’età imprecisata, che gli rivolge richieste stravaganti e che rivela di provenire da un piccolissimo pianeta di cui era l’unico abitante. Dopo un approccio iniziale difficile, tra il piccolo principe e l’uomo nasce un’amicizia intensa, rivelatrice, per entrambi, del significato dell’esistenza. L’aviatore riesce infine a riparare il suo aereo, ma deve contemporaneamente dire addio al suo piccolo amico, che, morso da un serpente, cade tra la sabbia senza fare alcun rumore. Il giorno dopo il suo corpo è scomparso.

 

Molti hanno rilevato il carattere parzialmente autobiografico del racconto: l’autore era lui stesso un aviatore, proprio come il protagonista adulto (e voce narrante) della storia, ed aveva avuto una disavventura nel deserto nel 1935. Inoltre la sorte del piccolo principe appare una sorta di presagio della fine dello scrittore, di cui non è mai stato possibile ricostruire esattamente le circostanze della sparizione.

Il romanzo gode inoltre da sempre di un’ammirazione pressoché unanime, che ne ha fatto un best-seller come pochi. I toni sognanti e magici del racconto, gli insegnamenti sull’amicizia e sul senso della vita che esso contiene, ne hanno decretato un successo immediato e duraturo.

 

La storia del piccolo principe mostra come i bambini siano capaci, con la loro semplicità e la loro disarmante coerenza, di leggere la realtà molto meglio degli adulti. Questi infatti non sono più in grado di cogliere gli aspetti veramente importanti, quelli che si trovano sotto la superficie dell’egoismo, dell’avidità, della smania di successo e di potere.

Solo i bambini riescono a vedere ciò che non c’è, o per meglio dire ciò che c’è, ciò che è, guidati dall’istinto, dalla fantasia, dal sogno.

Solo i bambini possono comprendere il vero valore dei rapporti umani, che riempiono la vita e la rendono unica.

Solo i bambini non mascherano le proprie emozioni e sono capaci di arrossire di fronte ad una domanda imbarazzante.

 

Non c’è dubbio che dietro la favola c’è un testo che parla anche, se non soprattutto, agli adulti. Un testo scritto da un adulto che, con i suoi rossori (simili a quelli del piccolo protagonista) e il suo amore sviscerato per il volo, era rimasto in qualche modo bambino.

D’altra parte i giudizi che sono generalmente espressi sul racconto trascurano, a mio parere, la conclusione della storia.

Il piccolo principe stringe un accordo con un serpente del deserto: si farà mordere da lui nel giorno del primo anniversario del suo arrivo sul pianeta Terra. Un’atmosfera particolarmente malinconica domina le ultime pagine del libro, quando il bambino si avvia alla fine che lui stesso ha scelto e l’aviatore assiste impotente, incapace di impedire il dolorosissimo evento.

Il bambino, nel suo girovagare tra i pianeti, ha imparato a conoscere i propri sentimenti e a riconoscere ciò che per lui era più importante, e sulla terra ha trovato un amico. Eppure decide di morire: sa benissimo che il morso del serpente non lo riporterà vivo sul suo pianeta, che non è quello il “ricongiungimento” che lo attende.

 

In questa conclusione io leggo la morte dell’infanzia, anche se il racconto è da sempre presentato come il suo trionfo. Quella del piccolo protagonista è una resa di fronte alla complessità dell’esistenza e alla difficoltà di coniugare lo sguardo infantile con gli impegni dell’età adulta.

E sono portata a pensare che la misteriosa scomparsa dell’autore non sia stata affatto dovuta ad un incidente o ad un attacco di aerei nemici, ma sia stata piuttosto la scelta deliberata di un uomo che si è arreso all’inconciliabilità tra realtà e sogno.

 

 

“Solo i bambini sanno quello che cercano [...] Perdono tempo per una bambola di pezza, e lei diventa così importante che, se gli viene tolta, piangono...”

 

Dedicato ad un amico che si sente perso nel mare della vita da parte di chi ha appena raggiunto la riva, e sa cosa vuol dire.


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categorie: recensioni, libri, favole, fantasia
venerdì, 22 febbraio 2008

Il buio della coscienza: "Notte dentro" di Léonora Miano

“Notte dentro” è il romanzo d’esordio di Léonora Miano, scrittrice proveniente dal Camerun e residente in Francia. L’opera, edita nel 2005 e pubblicata nel 2007 anche in traduzione italiana, ha ricevuto numerosi riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale.

 

Ayané si è trasferita in Francia per studiare e torna ad Eku, il suo villaggio nel cuore dell’Africa nera, per visitare la madre morente. La sua famiglia è stata sempre guardata con diffidenza e perfino con disprezzo dalla piccola comunità per il suo modo di vivere non del tutto rispettoso delle tradizioni; l’arrivo della giovane in abiti occidentali non fa che allargare la distanza che la separa dai suoi compaesani. Lei stessa, d’altro canto, rifiuta gli usi e i costumi della sua terra d’origine.

Nel paese infuria la guerra civile e, proprio la sera del ritorno di Ayané, dei miliziani esaltati e violenti piombano ad Eku in cerca di nuove reclute da arruolare. La ragazza riesce a rimanere nascosta e in questo modo assiste solo in parte, e da lontano, agli orrori di quella lunga notte.

Tuttavia l’impressione suscitata da un grido disumano, udito dal suo nascondiglio, tormenterà Ayané finché l’orribile, indicibile verità le sarà svelata.

 

Il romanzo mostra che i pregiudizi nei confronti del diverso dividono anche quelle comunità che spesso sono vittime del razzismo dei bianchi.

“Notte dentro” apre però soprattutto uno squarcio sulle guerre tribali dell’Africa nera, che vedono contrapposti gruppi spesso ugualmente poveri e disperati. L’autrice non nega le responsabilità del colonialismo e del neo-colonialismo occidentali, ma vuole soprattutto mettere in evidenza l’inerzia colpevole con cui i neri africani accolgono gli eventi, per cui diventano essi stessi i primi responsabili dello sfruttamento a cui sono sottoposti, dell’ignoranza e dell’indigenza in cui vivono.

Il romanzo si legge speditamente, anche nei passaggi più drammatici e crudi che suscitano incredulità, rabbia e repulsione. E la figura di Ayané, divisa tra due mondi molto diversi e in realtà estranea ad entrambi, resta davvero impressa nel ricordo di chi ha seguito la sua storia.

 

A differenza di Ayané, Léonora Miano si considera (http://dweb.repubblica.it/dweb/2007/09/01/attualita/attualita/060afr56360.html) una donna che ha il privilegio di vivere a cavallo tra due culture e ciò a cui più tiene è proprio che l’Africa nera acquisti coraggio e ammetta i propri errori, in modo da poter cominciare a risorgere.

 

“Ora basta! Lo dico e lo ripeto. Basta far finta, basta accusare sempre gli altri. Hanno le loro colpe, e le loro mani sono macchiate del sangue con cui si sono dissetati. Ma qualunque cosa abbiano potuto fare e qualsiasi siano potute essere le manipolazioni che hanno tramato contro di noi, non possiamo attribuire a loro i nostri crimini. [...] Mentre mendichiamo il senso di colpa dell’Occidente, a chi chiederanno soddisfazione i nostri figli?”.


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giovedì, 14 febbraio 2008

L'urgenza del ricordo

“Ogni cosa è illuminata” è un film statunitense diretto da un regista esordiente, Liev Schreiber, e tratto dal romanzo omonimo di uno scrittore esordiente, Jonathan Safran Foer. La pellicola è uscita nel 2005.

 

Il giovane Jonathan, ebreo americano, parte per l’Ucraina alla riscoperta delle radici della sua famiglia: suo nonno, morto qualche anno prima, era scampato fortuitamente al massacro dei nazisti e si era rifatto una vita in America; non aveva però mai dimenticato il suo passato e aveva trasmesso al nipote l’esigenza del ricordo. Nella sua ricerca del paese natale del nonno, Trachimbrod, Jonathan è accompagnato da due guide locali, il giovane Alex e suo nonno.

La voce narrante della storia è quella di Alex, col suo inglese stentato e buffo. La storia è quella del viaggio, un viaggio che sarà prima di tutto dell’anima, e nell’anima.

Attraverso le campagne dell’Ucraina, sterminate e splendide ma segnate anche dalla lotta d’indipendenza dai Sovietici, dall’ignoranza e dalla povertà, i tre personaggi impareranno a conoscersi e a rispettarsi. Infine sarà ritrovato il villaggio di Trachimbrod, dimenticato da tutti perché la sua popolazione era stata interamente massacrata dai nazisti nel 1942, e tutto sarà chiaro: a Jonathan, che potrà anche portare a casa importanti ricordi per la sua collezione di memorie di famiglia; al giovane Alex, che scoprirà di avere origini insospettate; al vecchio nonno di Alex, che troverà finalmente pace, anche se in una decisione estrema.

 

La prima parte del film ha un tono vivace e divertente, accentuato anche dalla colonna sonora etnica: la comicità, che non scade mai nel cattivo gusto, scaturisce dalle nevrosi del protagonista americano, dallo strano inglese di Alex, dagli scontri involontari tra le culture a cui i personaggi appartengono. La seconda parte della pellicola, senza che si avverta una sgradevole frattura rispetto alla prima, ha un andamento più lento e malinconico, avvicinandosi e poi compiendosi lo svelamento di terribili verità.

 

In questa pellicola l’orrore degli stermini nazisti resta sullo sfondo, ma non per questo il dramma personale e collettivo viene sminuito. Anzi, il film punta in particolare sul tema della memoria, della necessità del ricordo: chi ricorda, vive; chi sceglie di dimenticare, di rimuovere, di rinnegare, non può vivere.


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categorie: recensioni, film
venerdì, 08 febbraio 2008

Luce tra le tenebre: "Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia

“Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia fu pubblicato per la prima volta nel 1961 ed esplose come una bomba.

 

Un mattino di gennaio, in un paesino siciliano denominato semplicemente S., viene assassinato un piccolo imprenditore edile di nome Salvatore Colasberna. Le indagini vengono affidate ad un giovane capitano dei carabinieri originario di Parma. Ex-partigiano, innamorato della libertà, della giustizia e della povera terra siciliana martoriata dalla mafia, il capitano Bellodi riesce a risalire a don Mariano Arena, il boss della zona, e a farlo incarcerare. Il mafioso, però, può contare su amici molto influenti a Roma e viene liberato e completamente scagionato; l’intera indagine del capitano viene smantellata. Ritornato per un breve periodo nella sua città natale, Bellodi viene raggiunto dalla notizia dell’insabbiamento della sua inchiesta. Tuttavia non si arrende: tornerà in quella regione fantastica e terribile e riprenderà la lotta alla mafia.

 

“Il giorno della civetta” è stato il primo testo che abbia parlato in maniera esplicita e concreta della mafia siciliana, dei suoi meccanismi di speculazione e di violenza e delle connivenze tra mafia e politica. Erano i primi anni ’60 e in quel periodo l’esistenza stessa della mafia era negata, non tanto da chi viveva lontano dalla realtà siciliana (come le giovani amiche parmensi del capitano Bellodi), bensì, e anzitutto, da quegli esponenti della classe dirigente che avevano ogni interesse a tenere nascosto ciò su cui si fondava il loro stesso potere.

Perciò il romanzo di Sciascia fece tanto scalpore e costrinse anche il suo autore a tagliare via alcuni episodi e a rinunciare a definizioni più precise di luoghi e persone.

Nonostante questo, il romanzo resta una testimonianza preziosa e assolutamente attendibile.

 

Ad alcuni, a dire il vero, il giudizio di Sciascia sulla mafia è parso ambiguo: come se l’autore avesse finito col giustificarla, almeno in qualche misura.

A mio giudizio, non è una corretta interpretazione.

Il romanzo, nel suo stile semplice e lineare, è un’opera anche romantica, quasi lirica. L’amore di Sciascia verso la sua terra si percepisce costantemente, così come l’indignazione nei confronti di una politica, recente e meno recente, che ha messo in ginocchio la Sicilia e l’ha condannata, consegnandola di fatto nelle mani della mafia.

Un episodio a mio parere emblematico è quello che ha per protagonista un vecchio pastore che ha chiamato il suo cane cattivo e feroce col nome di Barruggieddu: Barruggieddu significa “bargello”, poliziotto. Il contadino dunque associa le forze dell’ordine alla ferocia, alla malvagità. Perché per tanti, troppi Siciliani l’autorità è stata sinonimo di violenza e di sopruso più spesso che garanzia di giustizia e libertà.

Questo passaggio del romanzo mi ha sempre messo i brividi. Esprime infatti il dramma siciliano (e meridionale in generale) nella maniera più immediata e in certo modo toccante.

Ma appunto non bisogna commettere l’errore di leggere in quelle righe un cedimento dell’autore di fronte alla mafia. C’è invece dolore, ma anche rabbia, e una riflessione profonda: quella di Bellodi, che rendendosi conto del significato del nome di quel cane, ripensa a se stesso e si ripromette una volta di più di combattere la mafia senza mai ricorrere a sistemi aggressivi e prevaricatori. Perché il fine non giustifica qualunque mezzo.

 

Le due figure dominanti del romanzo sono proprio Bellodi e don Mariano Arena.

Il primo rappresenta il senso profondo della giustizia e l’amore incondizionato per la verità, accompagnati dall’ardore e dall’entusiasmo della giovinezza. Il secondo rappresenta il sistema mafioso, a suo modo coerente, ma assolutamente disumano.

Celeberrimo è l’episodio in cui i due si confrontano durante il serrato interrogatorio del boss da parte del capitano. Anche in questo passaggio qualcuno ha colto un cedimento dell’autore, soprattutto laddove don Mariano riconosce il valore del suo antagonista (migliore, anche ai suoi occhi di mafioso, di quanti lo hanno preceduto nell’incarico), ricevendo a sua volta una sorta di riconoscimento da un Bellodi profondamente imbarazzato.

Bisogna però andare oltre la superficie. Bellodi, e Sciascia dietro di lui, capiscono che ci sono delle ragioni che hanno determinato le scelte mafiose di don Mariano, ragioni storiche e politiche, oltre che personali, ragioni profonde e gravi. E condannano la mafia, ma insieme a lei un sistema politico corrotto che dietro la mafia si nasconde e grazie alla mafia prospera.

 

Confesso di essermi innamorata di Bellodi, della sua determinazione, della sua rettitudine, della sua pensosità malinconica, della sua incrollabile speranza.

Nei romanzi successivi di Sciascia si avverte un incupirsi della sua visione del mondo, un pessimismo sempre più profondo.

Ma per quanto folle possa sembrare questa speranza, ho voglia di credere che un mondo diverso e migliore sia un giorno possibile, grazie ai tanti capitani Bellodi sparsi sulla Terra e tra le più diverse professioni.


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categorie: recensioni, libri, mafia
domenica, 03 febbraio 2008

Storia di un bambino mai cresciuto: "Il barone rampante" di Italo Calvino

Il romanzo “Il barone rampante” di Italo Calvino fu pubblicato per la prima volta nel 1957. Tre anni dopo rientrò, insieme a “Il cavaliere inesistente” e a “Il visconte dimezzato” nella trilogia intitolata “I nostri antenati”.

 

È il 15 giugno 1767 e Cosimo Piovasco di Rondò ha 12 anni quando, a séguito di una banale lite con il padre, sale su un albero e dichiara che non ne scenderà mai più. E così effettivamente avviene: Cosimo diventa adulto e poi vecchio, continuando a muoversi di ramo in ramo tra i giardini e i boschi di immaginari paesi liguri. Questo non gli impedisce di restare in contatto con il mondo, per quanto egli si faccia sempre più selvatico e solitario: diventa un uomo molto colto e di orientamenti illuministici; prende parte attivamente a diversi avvenimenti politici e conosce di persona Napoleone Bonaparte; intreccia numerose relazioni amorose, tra cui, travolgente, entusiasmante e infelicissima, quella con l’unico amore vero della sua vita, la capricciosa Viola. Vecchio e malato, un freddo giorno del 1820 Cosimo si aggrappa ad una mongolfiera e di lui non si saprà mai più nulla. Rimane quindi vuota la sua tomba, la cui lapide recita: “Visse sugli alberi. Amò sempre la terra. Salì in cielo”.

 

Nella prefazione scritta con lo pseudonimo di Tonio Cavilla per l’edizione ridotta destinata alle scuole medie del 1965, l’autore stesso lasciava aperta l’interpretazione di questo romanzo.

La storia era scaturita dall’immagine, che accompagnava Calvino da tempo, di un bambino arrampicato su un albero. Indubbiamente, come scrive Cavilla, il gusto per la narrazione fantastica domina il romanzo e ne costituisce l’aspetto probabilmente più evidente e caratteristico.

La vicenda di Cosimo è raccontata con toni ironici, divertiti e divertenti, ma a tratti anche commossi e commoventi: si percepisce ad esempio il grande amore dell’autore per la sua terra ligure, un tempo ricoperta di vegetazione a perdita d’occhio, ma vittima ormai, negli anni ’50, delle speculazioni edilizie più aggressive.

La storia personale del protagonista si intreccia costantemente con quella della Rivoluzione Francese, dell’impero napoleonico e della Restaurazione e lo sfondo storico rivela l’interesse e la vicinanza dell’autore alle tematiche libertarie dell’Illuminismo e agli atteggiamenti morali del romanzo filosofico.

Tuttavia “Il barone rampante” non è “Le confessioni d’un Italiano” di Ippolito Nievo né un racconto filosofico di Voltaire o di Diderot. Cosa sia l’autore non dice, le conclusioni sono lasciate alla nostra interpretazione.

 

C’è chi ha visto in Cosimo il simbolo dell'individuo che si ribella al conformismo e alla grettezza; chi invece quello dell’intellettuale impegnato, che solo creando una distanza tra sé e gli uomini comuni può davvero comprendere la realtà e offrire un contributo al progresso.

Per quanto impopolare potrà risultare quello che sto per dire, a me il personaggio di Cosimo non è mai stato particolarmente simpatico.

Ho sempre visto in lui l’emblema di un fallimento, personale e storico.

Non sono mai riuscita, infatti, a considerare un eroe positivo un individuo che volontariamente si estranea dal consorzio umano, salvo poi voler mantenere i contatti con il mondo esclusivamente alle proprie condizioni. Nella sua determinazione ho riconosciuto sempre la testardaggine di un bambino piuttosto che una scelta adulta consapevole.

E il fatto che, vecchio e malato, Cosimo scompaia in piena Restaurazione, quando il vento della grande rivoluzione sembra passato senza lasciare tracce e prima che quel vento torni a soffiare con i moti risorgimentali, mi sembra una conferma del mio giudizio.

 

Pertanto, se l’autore ha lasciato aperta l’interpretazione del romanzo questo potrebbe anche dimostrare l’imbarazzo dello scrittore di fronte ad una storia certamente affascinante, scritta con immenso amore e straordinaria fantasia, ma sfuggita al suo controllo per quel che riguarda il messaggio che intendeva trasmettere.

D’altro canto il secondo Novecento non è epoca di slanci entusiastici ed ottimistici di stampo illuministico. Lo dimostra anche, più chiaramente, la produzione successiva dello stesso Calvino.

 

"Persisteva in lui il testardo orgoglio giovanile di chi non vuole ammettere di subire influenze altrui"


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categorie: recensioni, libri