Non scrivo mai diffusamente di politica, perché ritengo di non padroneggiare l’argomento e non mi piace parlare senza cognizione di causa.
I risultati di queste ultime elezioni, però, sono tali che non riesco a restare lontana dalla tastiera.
Che Berlusconi avrebbe vinto era prevedibile, perché il PD non rappresenta nulla: è un conglomerato informe e perfino patetico.
Non ho potuto votare per Veltroni, neppure turandomi naso bocca orecchie e cervello: ho una dignità e posseggo anche facoltà raziocinanti che non si lasciano ottundere da discorsi accattivanti e da allettanti promesse che celano il vuoto assoluto di idee (non parlo di ideali: mi informano da più parti che non esistono più – prendo atto, anche se non ne sono convinta).
Come dicevo anche in passato, anche se con immenso rammarico, il centro-destra ha qualcosa di concreto da dire e sa realizzare obiettivi altrettanto concreti.
Quelli del centro-destra sono a volte messaggi contraddittori, non mancano imbonitori che cercano di convincere l’uditorio solleticando lo stomaco piuttosto che il cervello, le false promesse e gli scambi di favori si incontrano a tutte le latitudini e a tutte le longitudini della politica. Tuttavia solo il centro-destra, da decenni, è riuscito a portare a termine una legislatura; ed è stato sostituito da un centro-sinistra ben più composito e confuso che aveva vinto le elezioni (ammesso che le avesse vinte) per un pugno di voti.
Questa volta il centro-destra ha trionfato: lo scarto è tale da non dare adito a dubbi. Governerà altri cinque anni, a vantaggio del futuro premier e di determinate categorie socio-economiche.
Si era detto che sarebbe stata una partita a due, ma in realtà non c’era nessuna partita. Spero solo che questi risultati dimostrino al PD che è necessario dire qualcosa che sia davvero di sinistra, combattere senza tentennamenti e compromessi le battaglie della libertà, della laicità, della giustizia sociale, perché altrimenti non si potrà proporre mai un’alternativa credibile.
I risultati deludenti del PD e il tracollo della Sinistra l’Arcobaleno danno però, secondo me, anche altri segnali.
La somma dei loro voti resta comunque lontana dai risultati del PDL e dei suoi alleati.
Significa, per come sono in grado di interpretare io i dati, che gli elettori di sinistra non hanno creduto in nessuna delle due principali formazioni che si proponevano di rappresentarli. Il PD avrà anche tolto qualche voto, parecchi voti, a Bertinotti, ma la somma delle percentuali è comunque tragicamente bassa.
L’elettorato di sinistra, a mio parere, ha perso fiducia nei partiti istituzionali, da cui non si è sentito né rappresentato né tutelato: il PD era solo una scelta anti-berlusconiana, che non ci ha convinti tutti. Tutt’altro.
Personalmente, ho votato per
Ho fatto una valutazione sbagliata, ma non sono pentita. L’alternativa vera, unica, per me sarebbe stata il non-voto. Ma non appartiene alla mia cultura.
In conclusione, ho un timore che mi opprime.
Ho paura che l’elettorato di sinistra, deluso da un bipolarismo solo apparente, privo di rappresentanti autorevoli, possa dare vita ad una deriva irrazionale e anche violenta. Temo che possano acquistare vigore sempre maggiore forme di ribellione aggressive, perfino terroristiche.
I problemi non mancano: le reti Mediaset hanno proposto ogni giorno, per mesi, servizi giornalistici sul caro-vita, sulla precarietà, sui disservizi della scuola pubblica e degli ospedali. Lo hanno fatto, evidentemente, per dimostrare le mancanze del governo Prodi.
Ora cosa succederà? Nasconderanno i drammi delle famiglie per dimostrare che va tutto bene, quando le cose, per molti, non potranno che peggiorare? E come potrà reagire la gente comune, sempre più disperata e sempre più incattivita?
Nel 1995, per volontà del ministro della Pubblica Istruzione D’Onofrio, furono aboliti gli esami di riparazione nella scuola secondaria di secondo grado (legge n. 352 dell’8 agosto). A sostituirli fu introdotto il sistema dei “debiti formativi” da saldare nel corso del successivo anno scolastico, secondo modalità che i singoli istituti avrebbero previsto e programmato. In parole povere, non si rischiava più di essere bocciati a settembre.
Il nuovo sistema non ha funzionato. Nei fatti gli studenti hanno potuto da quel momento proseguire il loro corso di studi superiore in presenza di lacune gravi e gravissime perfino in quattro materie, e senza colmarle mai.
Il fallimento è dipeso non tanto dalla nuova normativa in sé quanto dalla sua scriteriata gestione da parte di molti dirigenti scolastici e di tanti insegnanti.
Consentire infatti il passaggio alla classe successiva con quattro debiti (ad es., in una mia classe, in Italiano, Latino, Inglese e Matematica) anche con voti di 3 e di 4 (è lo stesso esempio) è semplicemente folle. A quel punto è inevitabile che lo studente pensi che gli sia stata garantita una impunità perpetua.
Tanto più che la verifica del cosiddetto “saldo del debito” si è fatta sempre più superficiale, per il lassismo e la demotivazione dei docenti, ma anche a causa di precise direttive (ufficiose, ma non per questo meno vincolanti) di alcune dirigenze: per timore dei ricorsi, sempre più numerosi, e per poter diffondere all’esterno l’immagine di una scuola nella quale la percentuale di successo formativo è molto alta, si rinuncia ad esprimere una valutazione degli studenti che sia aderente al vero.
Oggi le scrivanie dei dirigenti scolastici sono invase da centinaia di ricorsi da parte di genitori che non accettano un esito negativo. Molti colleghi e dirigenti ritengono che sia meglio evitare simili rogne promuovendo il più possibile, senza pensare che si tratta di un circolo vizioso: se le famiglie sono diventate tanto arroganti e pretenziose è perché la scuola ha perso autorevolezza e credibilità.
Ho visto inoltre con i miei occhi i grafici che misurano il successo formativo non sulla base delle conoscenze e delle abilità effettivamente acquisite dai ragazzi, bensì sulla base del numero di studenti promossi. Come vengano promossi, non conta. Salvo poi piangere lacrime di coccodrillo sulla crassa ignoranza dei nostri giovani. Salvo poi stupirsi, ipocritamente, se ad un recente concorso sono rimasti vacanti degli ambitissimi posti da magistrato, poiché molti candidati sono stati respinti a causa di grossolani e ripetuti errori di ortografia e morfo-sintassi.
Resosi conto di questo sfacelo, l’attuale ministro Fioroni ha cercato di correre in qualche modo ai ripari e ha reintrodotto gli esami di riparazione (D.M. 80 del 03.0.2007 e O.M. 92 del 05.11.2007).
A dire il vero, non si dovrebbe definirli in questo modo, bensì “nuove modalità di recupero dei debiti scolastici”. La sostanza comunque non cambia: a giugno, in presenza di una o più insufficienze, si sospende il giudizio sull’allievo e prima dell’inizio dell’anno scolastico successivo lo studente viene sottoposto a prove di verifica che determinano la sua promozione o la sua bocciatura.
Rispetto al passato c’è però anche qualche novità.
Con l’introduzione del sistema dei debiti formativi le scuole hanno dovuto destinare una parte dei propri fondi alla organizzazione degli IDEI (“interventi didattici e educativi integrativi”, i cosiddetti corsi di recupero), affidati di norma a docenti interni all’istituto stesso nel corso dell’anno scolastico. Si tratta di lezioni extra-curricolari che hanno lo scopo di aiutare gli studenti in difficoltà a colmare le proprie lacune.
Col ritorno degli esami di riparazione, che devono tenersi, salvo casi eccezionali, entro il 31 agosto, il ministro ha stabilito che le scuole debbano attuare degli interventi di recupero anche per il periodo estivo.
La mia esperienza dei corsi di recupero è stata disastrosa, tanto che ho deciso di non tenerne più, anche se mi fruttavano un piccolo guadagno supplementare non disprezzabile.
I fondi sono insufficienti e l’organizzazione carente sotto vari punti di vista: ero in pratica obbligata, e i miei studenti con me, a lezioni pomeridiane di Italiano o di Latino della durata di 2 o addirittura 3 ore e il totale delle ore a mia disposizione non ha mai superato le 14.
L’utilità sul piano didattico di corsi del genere è praticamente nulla. 2 o 3 ore di lezione pomeridiana su un’unica materia, dopo una mattinata trascorsa di già tra i banchi, non fruttano quanto lo stesso numero di ore diluito in più giorni; e comunque 14 ore complessive sono del tutto insufficienti. A maggior ragione se vengono iscritti al corso studenti di classi diverse, parallele o addirittura neppure parallele.
Per l’estate si profila lo stesso scenario, perfino più grottesco.
Se 14 ore non bastano nel corso dell’anno, a maggior ragione non saranno sufficienti a giugno, quando ci sarà da recuperare un intero programma e se, ancora una volta, verranno aggregati allievi di diversa provenienza.
Come se non bastasse, per non riunire i consigli di classe a fine agosto a scapito delle ferie di docenti e famiglie di studenti, alcuni istituti si sono impegnati a chiudere tutte le attività di recupero e le prove di verifica per la fine del mese di luglio.
Dunque, ricapitolando: in poco più di un mese, con 14 ore di corso, si pensa di permettere il recupero di una materia (o magari due, tre o anche quattro).
È chiaro che alle famiglie converrà, come già avviene durante l'anno scolastico, rinunciare agli IDEI e ricorrere alle lezioni private. Se possono permettersele.
Il sistema dei debiti, come quello degli esami di riparazione (o comunque si voglia chiamarli), non è di per sé efficace o inefficace.
Il nocciolo della questione è un altro. Il problema sta nell’inadeguatezza dei fondi stanziati, nella cattiva organizzazione, nella scarsa motivazione di docenti e dirigenti.
Fino a quando la scuola sarà concepita (quasi) esclusivamente come un parcheggio per bambini e adolescenti; fino a quando la cultura sarà considerata accessoria rispetto al “pezzo di carta”; fino a quando non saranno gli insegnanti per primi a ritrovare passione e fede nel proprio lavoro; non ci sarà normativa che potrà risollevare le sorti della scuola.
Quello che vedo affacciandomi al balcone sono cumuli di immondizie (nella foto). Quello che incrocio sulla via andando al lavoro o facendo una passeggiata sono cumuli di immondizie. Ovunque. La mia regione è su tutti i tg, e l'emergenza si sta aggravando giorno dopo giorno.
Intanto sono arrivate, l'una dietro l'altra, le cartelle esattoriali relative ai rifiuti di due anni. Quasi 600 euro da pagare per il 2006 e il 2007 per avere le strade ridotte in questo modo. Oltre al danno, la beffa!
Qualche giorno fa una collega mi ha annunciato di essersi candidata per le prossime elezioni amministrative nelle file del tal partito, ed ha aggiunto: "Se t'avanza un voto, ricordati di me". Comincerei col dire che non "m'avanza" nessun voto: dispongo di un solo voto, come qualunque cittadino, e cerco di utilizzarlo nel modo migliore. I tempi attuali non sono affatto incoraggianti, ma piuttosto che cedere completamente le armi, lasciando il paese in assoluta balìa delle clientele, continuerò a dare il mio voto a chi mi sembra meno marcio. Devo dire anche che il partito per il quale correrà la mia collega non mi dispiace: appartiene a quella che, nonostante tutto, considero sempre la mia area politica, e anzi è un partito che attualmente offre maggiori garanzie di laicità rispetto a quello per il quale ho sempre votato. Certo è anche un partito condannato ad una scarsa visibilità proprio in ragione del suo vessillo di laicità, che in un paese come l'Italia è considerata una malattia grave; però è vero pure che a livello locale la situazione acquista connotati parzialmente diversi e si potrebbe quindi anche ambire a qualche traguardo.
Ma il problema è un altro. Quando incrocerò la mia collega la prossima volta, voglio proprio chiederle: "Se do a te il voto "che m'avanza", cosa cambia?". Lasciamo da parte i massimi sistemi: in questo caso ho un interrogativo molto concreto e urgente. Saremo liberati dal pattume che inonda le nostre strade o continueremo a camminare rasente i marciapiedi, zigzagando tra i rifiuti, le auto parcheggiate e le auto in corsa?
A chi devo dare il voto che "m'avanza" per ottenere che mio figlio non cresca in mezzo alla "monnezza"?
Tra il novembre del 1943 e il febbraio del 1944, mentre infuriava la Seconda Guerra Mondiale, lo scrittore di origini scozzesi George Orwell portava a termine un progetto concepito già diversi anni prima: il romanzo “La fattoria degli animali”, che insieme a “1984” resta la sua opera più celebre.
È il 24 giugno quando nella fattoria del signor Jones scoppia la rivoluzione. Sotto la guida dei maiali, gli animali scacciano l’odiato padrone e i due capi della rivolta, Palla di Neve e Napoleon, si danno ad organizzare una nuova società di bestie libere e uguali.
Con il trascorrere dei mesi, però, la situazione muta. Tradendo gli ideali che hanno animato la rivoluzione, i maiali si appropriano del potere e con un’abile, spregiudicata propaganda mistificano la verità agli occhi degli altri animali. Napoleon espelle Palla di Neve, entra in rapporti commerciali con gli esseri umani e insieme agli altri maiali va ad occupare la casa che era di Jones.
La fattoria sopravvive tra enormi difficoltà, mentre i maiali esercitano un potere sempre più crudele e contemporaneamente assumono comportamenti sempre più simili a quelli degli uomini.
Nell’ultimo capitolo il ritmo narrativo subisce un’accelerazione. Sono trascorsi diversi anni: gli artefici della rivoluzione sono in gran parte morti ed il ricordo di essa diventa sempre più vago. Le condizioni di vita degli altri animali peggiorano senza sosta, al contrario di ciò che afferma la propaganda. I maiali, invece, sono diventati ancora più ricchi e potenti e ormai indistinguibili, nei comportamenti e perfino nell’aspetto fisico, dagli uomini.
Nella forma della favola, l’autore ha inteso descrivere la rivoluzione russa, dagli inizi fino all’epilogo ideale e politico.
Napoleon rappresenta evidentemente Stalin e l’involuzione autoritaria della rivoluzione. Palla di Neve altri non è che Trotzky, che paga a caro prezzo la sua opposizione a Stalin. Le fattorie vicine, con le quali Napoleon alternativamente stringe rapporti commerciali, sono la Germania e l’Inghilterra... Tra i tanti colpisce anche il personaggio di Benjamin, l’asino taciturno e ombroso, unico a comprendere la realtà dei fatti, ma convinto che sia inutile qualunque opposizione: simbolo dell’intellettuale disincantato e disimpegnato.
Come spiega Orwell stesso nella prefazione intitolata “La libertà di stampa”, il romanzo incontrò numerosi ostacoli ad essere pubblicato. Nel pieno della guerra, in Gran Bretagna, un apologo satirico che alludeva palesemente al potente e prezioso alleato sovietico non poteva che essere avversato.
Trovò comunque infine un editore ed uscì nel corso dello stesso 1944.
Il libro si legge senza difficoltà, coinvolge e appassiona, suscita sdegno e rabbia mentre fa anche sorridere e commuovere.
È certamente un ottimo spunto di riflessione su un interrogativo di straordinaria attualità a tutt’oggi: se sia realisticamente possibile evitare la degenerazione della politica in corruzione e ambizione sfrenata.
Lo considero però anche e soprattutto un inno contro tutte le dittature e tutte le menzogne del potere e a favore di un’autentica libertà di pensiero e di parola. Perché mi ostino a credere che quella degenerazione non sia ineluttabile.
“Per una volta Benjamin consentì a rompere la sua regola e lesse ciò che era scritto sul muro. Non vi era scritto più nulla, fuorché un unico comandamento. Diceva: TUTTI GLI ANIMALI SONO EGUALI, MA ALCUNI ANIMALI SONO PIÙ EGUALI DEGLI ALTRI. Dopo ciò non parve strano che i maiali che sorvegliavano i lavori reggessero fruste nelle loro zampe”.