venerdì, 08 febbraio 2008

Luce tra le tenebre: "Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia

“Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia fu pubblicato per la prima volta nel 1961 ed esplose come una bomba.

 

Un mattino di gennaio, in un paesino siciliano denominato semplicemente S., viene assassinato un piccolo imprenditore edile di nome Salvatore Colasberna. Le indagini vengono affidate ad un giovane capitano dei carabinieri originario di Parma. Ex-partigiano, innamorato della libertà, della giustizia e della povera terra siciliana martoriata dalla mafia, il capitano Bellodi riesce a risalire a don Mariano Arena, il boss della zona, e a farlo incarcerare. Il mafioso, però, può contare su amici molto influenti a Roma e viene liberato e completamente scagionato; l’intera indagine del capitano viene smantellata. Ritornato per un breve periodo nella sua città natale, Bellodi viene raggiunto dalla notizia dell’insabbiamento della sua inchiesta. Tuttavia non si arrende: tornerà in quella regione fantastica e terribile e riprenderà la lotta alla mafia.

 

“Il giorno della civetta” è stato il primo testo che abbia parlato in maniera esplicita e concreta della mafia siciliana, dei suoi meccanismi di speculazione e di violenza e delle connivenze tra mafia e politica. Erano i primi anni ’60 e in quel periodo l’esistenza stessa della mafia era negata, non tanto da chi viveva lontano dalla realtà siciliana (come le giovani amiche parmensi del capitano Bellodi), bensì, e anzitutto, da quegli esponenti della classe dirigente che avevano ogni interesse a tenere nascosto ciò su cui si fondava il loro stesso potere.

Perciò il romanzo di Sciascia fece tanto scalpore e costrinse anche il suo autore a tagliare via alcuni episodi e a rinunciare a definizioni più precise di luoghi e persone.

Nonostante questo, il romanzo resta una testimonianza preziosa e assolutamente attendibile.

 

Ad alcuni, a dire il vero, il giudizio di Sciascia sulla mafia è parso ambiguo: come se l’autore avesse finito col giustificarla, almeno in qualche misura.

A mio giudizio, non è una corretta interpretazione.

Il romanzo, nel suo stile semplice e lineare, è un’opera anche romantica, quasi lirica. L’amore di Sciascia verso la sua terra si percepisce costantemente, così come l’indignazione nei confronti di una politica, recente e meno recente, che ha messo in ginocchio la Sicilia e l’ha condannata, consegnandola di fatto nelle mani della mafia.

Un episodio a mio parere emblematico è quello che ha per protagonista un vecchio pastore che ha chiamato il suo cane cattivo e feroce col nome di Barruggieddu: Barruggieddu significa “bargello”, poliziotto. Il contadino dunque associa le forze dell’ordine alla ferocia, alla malvagità. Perché per tanti, troppi Siciliani l’autorità è stata sinonimo di violenza e di sopruso più spesso che garanzia di giustizia e libertà.

Questo passaggio del romanzo mi ha sempre messo i brividi. Esprime infatti il dramma siciliano (e meridionale in generale) nella maniera più immediata e in certo modo toccante.

Ma appunto non bisogna commettere l’errore di leggere in quelle righe un cedimento dell’autore di fronte alla mafia. C’è invece dolore, ma anche rabbia, e una riflessione profonda: quella di Bellodi, che rendendosi conto del significato del nome di quel cane, ripensa a se stesso e si ripromette una volta di più di combattere la mafia senza mai ricorrere a sistemi aggressivi e prevaricatori. Perché il fine non giustifica qualunque mezzo.

 

Le due figure dominanti del romanzo sono proprio Bellodi e don Mariano Arena.

Il primo rappresenta il senso profondo della giustizia e l’amore incondizionato per la verità, accompagnati dall’ardore e dall’entusiasmo della giovinezza. Il secondo rappresenta il sistema mafioso, a suo modo coerente, ma assolutamente disumano.

Celeberrimo è l’episodio in cui i due si confrontano durante il serrato interrogatorio del boss da parte del capitano. Anche in questo passaggio qualcuno ha colto un cedimento dell’autore, soprattutto laddove don Mariano riconosce il valore del suo antagonista (migliore, anche ai suoi occhi di mafioso, di quanti lo hanno preceduto nell’incarico), ricevendo a sua volta una sorta di riconoscimento da un Bellodi profondamente imbarazzato.

Bisogna però andare oltre la superficie. Bellodi, e Sciascia dietro di lui, capiscono che ci sono delle ragioni che hanno determinato le scelte mafiose di don Mariano, ragioni storiche e politiche, oltre che personali, ragioni profonde e gravi. E condannano la mafia, ma insieme a lei un sistema politico corrotto che dietro la mafia si nasconde e grazie alla mafia prospera.

 

Confesso di essermi innamorata di Bellodi, della sua determinazione, della sua rettitudine, della sua pensosità malinconica, della sua incrollabile speranza.

Nei romanzi successivi di Sciascia si avverte un incupirsi della sua visione del mondo, un pessimismo sempre più profondo.

Ma per quanto folle possa sembrare questa speranza, ho voglia di credere che un mondo diverso e migliore sia un giorno possibile, grazie ai tanti capitani Bellodi sparsi sulla Terra e tra le più diverse professioni.


postato da: CuoreMagico alle ore 17:03 | link | commenti
categorie: recensioni, libri, mafia