Ho cominciato a lavorare a 29 anni. Non pochi, in assoluto; ma con i tempi che corrono mi ritengo una privilegiata. A maggior ragione perché sono entrata in ruolo passando direttamente, come sono solita dire, “dal banco alla cattedra”.
Ho vinto un concorso, e credo di averlo meritato: per due anni ho lavorato puntando esclusivamente a quell’obiettivo e le mie prove d’esame non erano affatto malvagie. Sono però consapevole di essere stata anche fortunata: colleghi d’università non meno preparati di me, se non addirittura più ferrati, non ce l’hanno fatta.
D’altro canto, come in ogni altra vicenda della vita (e forse più che in altre), la sorte si è rivelata un fattore niente affatto trascurabile.
Sono entrata nella mia prima classe il 13 settembre 2001, due giorni dopo l’attacco alle Twin Towers di New York, e in me si agitavano emozioni molto diverse, ma tutte molto intense.
Avrei voluto assaporare le sensazioni di orgoglio e di timore che l'ingresso nel mondo del lavoro portava con sé; ma gli avvenimenti internazionali rendevano meschine le mie emozioni personali.
Ricordo che mi tremavano leggermente le mani, mentre parlavo a quei 27 ragazzini di primo liceo scientifico, confidando loro che in qualche modo stavamo condividendo l’esperienza del primo giorno di scuola. E mi tremavano ancora mentre accennavo ai fatti di New York, cercando di mantenermi quanto più neutra possibile nel giudizio: sottolineai soprattutto l’importanza di ritornare alla normalità nel tempo più breve possibile, per non darla vinta a chi combatte le sue battaglie seminando terrore, distruzione e morte; senza al tempo stesso rinunciare ad una riflessione profonda sulle cause e sui fatti stessi dell’11 settembre.
Ricordo i visi più o meno emozionati, turbati, interessati dei ragazzi.
Ricordo di essere uscita dall’aula con l’impressione di essermela cavata piuttosto bene nella mia prima prova sul campo.
Cominciava così la mia grande avventura da insegnante. Nonostante i miei (non pochi) 29 anni, ero la più giovane tra 100 professori, titolari e supplenti. Sentivo gli occhi puntati su di me e sentivo anche, nei colleghi di corso più seri, preoccupazione e diffidenza verso questa "matricola" bassina e mingherlina, dallo sguardo lievemente spaesato, che loro temevano non avrebbe saputo gestire la situazione. Soprattutto quella terribile classe seconda per nulla scolarizzata che mi era toccata (sono i "regalini" che si fanno agli ultimi arrivati, l’ho imparato poi).
In capo a due mesi la mini-prof. si fece valere.
Dentro di me restavo consapevole di avere ancora tutto da imparare, e spesso ero preoccupata di non essere all’altezza del mio ruolo; ma di questo non traspariva nulla all’esterno e colleghi ed allievi impararono a conoscermi come un’insegnante preparata e appassionata delle sue materie; seria e precisa; autorevole e determinata. Così guadagnai la stima e la fiducia di alcuni compagni di viaggio, e l’antipatia e l’invidia di tanti altri.
Dopo sei anni trascorsi nella mia prima scuola ho ottenuto il trasferimento nel liceo vicino casa e alcune situazioni si sono riproposte.
Mi è stato affidato per la prima volta il triennio e di nuovo ho temuto di non essere all’altezza del compito. La classe più scalcagnata e meno scolarizzata del liceo è toccata a me. I colleghi più anziani mi hanno guardata inizialmente con diffidenza e paternalismo, a maggior ragione visto che dimostro ancora i 30 anni che avevo quando ho cominciato ad insegnare.
Questa volta mi sono bastate due settimane per farmi conoscere, e apprezzare da chi ha voluto farlo. Ed ora che l’anno volge al termine il mio bilancio è assolutamente positivo.
Più che mai sono consapevole di avere tanto da imparare. Ma sono anche orgogliosa di quanto ho appreso in questi sette anni: dai libri, perché non si impara mai tanto e tanto bene come quando si ha l’obiettivo di condividere la conoscenza; e dai tanti ragazzi e dai tanti colleghi che hanno compiuto una parte più o meno lunga della strada insieme a me.
E sono più che mai convinta che la sorte e le mie energie mi abbiano portata a svolgere il lavoro per il quale sono nata.
Avevo altri progetti, fino a dieci anni fa. Mi sarebbe piaciuto restare dentro l’Università, diventare col tempo ricercatrice o che so io.
Non ce l’ho fatta, perché per sfondare nell’Università, come purtroppo è noto, occorre essere dei geni o dei raccomandati: ed io non appartengo a nessuna delle due categorie.
Ero amareggiata, perfino furiosa - soprattutto quando scoprii che mi era stata offerta l’opportunità di pubblicare qualcosa su un argomento che in realtà interessava alla nipote di una docente dell’Ateneo per la sua tesi… sicché il mio lavoro non sarebbe mai uscito a mio nome. Me ne andai senza lasciare una riga di ciò che avevo scritto: che l’illustre raccomandata s’arrangiasse!
Ma non tutti i mali vengono per nuocere, si dice.
Con la mia laurea in Lettere non potevo fare altro, a quel punto, che tentare la via dell’insegnamento. Credevo che l’avrei considerato per tutta la vita un ripiego, che mi avrebbe ricordato sempre la delusione delle mie speranze.
Invece è diventato per me, semplicemente, il lavoro più bello del mondo.
Grazie ai colleghi più anziani che in questi anni mi hanno consigliata e incoraggiata; grazie ancora a loro per la fiducia, la stima e l’amicizia.
Grazie ai miei studenti, di cui ricordo ancora tutti i nomi (anche se temo che la memoria non potrà sostenermi in questo senso ancora per molto), che mi hanno regalato e continuano a regalarmi ogni giorno una stilla di giovinezza, anche quando mi fanno disperare; grazie in particolare a quelli che non sono più miei allievi, ma che ancora mi scrivono e vengono a trovarmi, che vorrebbero che tornassi nella loro classe, che mi permettono di accompagnarli ancora nel loro percorso di crescita.
Grazie, perché se la mia vita ha un senso e una direzione è anche merito vostro.
Nella scuola superiore italiana ha luogo, da diversi anni, una “raccolta-punti” che non ha nulla da invidiare a quelle delle migliori marche di biscotti e merendine. Gli studenti ricevono infatti, alla fine di ciascun anno del triennio conclusivo, dei punti di credito formativo che scaturiscono da vari fattori quali l’assiduità di frequenza, la media dei voti conseguiti e l’eventuale partecipazione ad attività interne ed esterne riconosciute a tale fine. Questi punti contribuiscono alla definizione del voto dell’esame di stato, quello che una volta si chiamava esame di maturità.
È quasi superfluo dire che a partire dal terzo anno scatta una corsa all’acquisizione del credito che assume talora caratteri grotteschi, quando non vergognosi. Ma non è di questo che voglio parlare.
Circa una settimana fa il Consiglio di Stato, interpellato dal ministro della Pubblica Istruzione Fioroni, ha sospeso un’ordinanza del TAR del Lazio (n. 2408/07) e ribadito che i docenti di Religione Cattolica e quelli delle attività didattiche e formative alternative a tale insegnamento contribuiranno all’assegnazione del credito.
A mio giudizio si tratta di una gravissima stortura.
Sono numerosi, e soprattutto nella scuola superiore, gli studenti che, per diverse ragioni che non interessa qui esaminare, scelgono di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica: alcuni optano effettivamente per attività alternative (per le quali però gli istituti devono utilizzare i propri fondi e che spesso non vengono affatto organizzate), ma pare che la maggioranza dei cosiddetti “non avvalentisi” preferisca non svolgere alcuna attività alternativa.
Questi ultimi studenti vengono così di fatto a trovarsi in una posizione di svantaggio rispetto ai compagni “avvalentisi”, in quanto non ricevono i punti di credito che toccano a quelli che seguono con profitto l’insegnamento della religione cattolica (o di una materia alternativa, che però è un’opzione raramente fruibile e comunque un’opzione tra varie altre, compresa quella di lasciare l’istituto scolastico in concomitanza con l’ora di Religione).
Io rivendico per mio figlio, e in generale per le generazioni a venire, una scuola che garantisca una formazione laica e pluralistica (come sarebbe giusto in uno Stato che si professa laico e che sta diventando multietnico e multiculturale) e che bandisca ogni forma di discriminazione, anche la più sottile e subdola (e dunque non immediatamente evidente). Non posso quindi accettare una scuola che di fatto spinge ad avvalersi dell’insegnamento della Religione Cattolica. Anzi, la presenza stessa di tale insegnamento nelle nostre scuole andrebbe ormai abolita.
Non mi illudo che i nostri attuali rappresentanti al governo (sotto qualsivoglia bandiera si siano presentati agli elettori) abbiano il coraggio di una scelta radicale: troppo grande è il timore di uno scontro aperto con
Né confido in una tempestiva e forte presa di posizione da parte dell’opinione pubblica, che – per ignoranza, per indifferenza, per incoscienza, per quieto vivere – non pare avvertire l’importanza di una lotta in questa direzione.
Per ora non mi illudo e non confido; tuttavia mi sforzo di credere che valga la pena seminare oggi per raccogliere i frutti quando i tempi saranno più maturi.
Sono un'insegnante di scuola superiore. Amo immensamente il mio mestiere, perché mi tiene costantemente in contatto con i giovani e perché contribuire all'educazione delle nuove generazioni è per me davvero una missione. Difficile ma entusiasmante.
Sull'argomento "scuola" ho scritto molto negli scorsi mesi e dai dibattiti che ne sono scaturiti ho capito che, al di là di ciò che più evidentemente appare, c'è un'esigenza diffusa di serietà, di rigore, di formazione umana e culturale completa. Questo mi ha riconfortata, visto che l'esperienza quotidiana dentro le scuole, a contatto con colleghi e dirigenti, è per me spesso deludente e avvilente.
Trascrivo di seguito un mio pezzo del mese di maggio. E conto di riproporre con cadenza periodica tutto quello che ho scritto su questo tema.
Droga nelle scuole: siamo tutti chiamati in causa.
Leggo su Repubblica.it (http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/drogagiov/serra-emergenza/serra-emergenza.html) un intervento di Michele Serra dedicato alla proposta del ministro della Salute Livia Turco di inviare i Nas nelle scuole, per meglio fronteggiare l’emergenza legata al consumo di droghe. Riassumendo, Serra invita a domandarsi se, di fronte ad un problema evidentemente troppo a lungo trascurato, non si rischi ora di prendere provvedimenti avventati e non realistici: quale Stato mai, infatti, potrebbe permettersi ispezioni costanti in tutte le scuole? E comunque, è questa la strada corretta per affrontare la questione?
Da insegnante di scuola superiore devo ammettere che la mia prima reazione, istintiva, di fronte alla proposta della Turco è stata di approvazione. Senza appunto riflettere, mi sono vista lavorare finalmente serena, senza dovermi preoccupare per i miei studenti ogni volta che do loro il permesso di andare al bagno e magari anche senza dover temere per la mia stessa incolumità, minacciata dai teppisti più o meno pericolosi che frequentano l’istituto.
Subito dopo mi sono vergognata di me stessa. Questo modo di pensare non mi appartiene e neppure per un istante dovevo cedere alla tentazione della soluzione (apparentemente) più comoda.
Mi piace definirmi un’insegnante di trincea. Non perché mi trovi a lavorare in una delle cosiddette scuole di frontiera, collocate in contesti socio-culturali particolarmente degradati; bensì perché combatto caparbiamente ogni giorno, cercando di non farmi sopraffare dallo sconforto e dal pessimismo, per dare al mio insegnamento una valenza più ampiamente educativa, civile, sociale. Credo fermamente in una scuola dei contenuti (che oggi invece si tende a svalutare, con il risultato di regalare il diploma a ragazzi che sanno sempre meno e sono del tutto incapaci di condurre uno studio sistematico autonomo); ritengo però anche che la scuola non possa e non debba ripiegarsi esclusivamente sulle nozioni, ma aprirsi alla società e ai suoi problemi e spingere i giovani ad interrogarsi, a meditare, a proporre soluzioni, ad essere fattivi, affinché imparino a non restare mai passivi, indifferenti, rispetto a ciò che accade intorno a loro.
In questo modo l’insegnamento diventa un’impresa quasi titanica, sia perché sembra che il tempo non basti mai per ragionare adeguatamente su tutto sia perché – ciò che è più difficile da affrontare – ci si scontra con un disinteresse ed un disimpegno che sono sconcertanti e avvilenti. Sia chiaro: io non critico i giovani, che a 15 anni sono ancora carta bianca su cui si può scrivere tanto di buono; ma rimango indignata di fronte alla superficialità e all’indifferenza di tanti, troppi, genitori e colleghi, rinchiusi nel loro egoistico microcosmo familiare o al massimo paesano.
Un giorno accade che uno studente muoia in aula dopo aver assunto droghe non ancora precisate. Per qualche tempo se ne discute, si organizza la fiera delle buone intenzioni, si lanciano inviti stile “armiamoci e partite” e in breve tempo tutto torna a sonnecchiare. “Tanto, si pensa, non è successo a mio figlio”.
Ecco perché concordo pienamente con Michele Serra e mi vergogno di aver ceduto, seppure per un attimo. Ricorrere alle forze dell’ordine nelle scuole non è solo irrealistico, sarebbe anche un’ulteriore dimostrazione di indifferenza e di impotenza. Tocca a ciascuno di noi impegnarsi per insegnare ai giovani a cercare divertimento e consolazione altrove che nelle droghe; tocca a ciascuno di noi dare loro valori, consapevolezza e speranza.
Non c’è bisogno di coinvolgere i Nas (tranne che, s’intende, in specifiche circostanze particolarmente gravi). Possiamo farcela noi, presidi, docenti, genitori... Possiamo farcela, la deriva non è ancora così avanzata!