Soltanto dopo quasi trent’anni dalla morte del suo autore, venne pubblicato il romanzo “Il maestro e Margherita”. Bulgakov vi aveva lavorato dal 1928 fino a poche settimane prima di morire, nel 1940, senza riuscire a portarlo a termine. Fu sua moglie, che già negli anni precedenti lo aveva aiutato a revisionare il lavoro, ad ultimarlo. Nell’Unione Sovietica della fine degli anni ’60 il romanzo fu pubblicato in forma censurata e solo qualche anno dopo in edizione integrale. L’opera fu accolta immediatamente, anche in Italia, tra grandi entusiasmi.
Nella Mosca degli anni ’20 o ’30, in un afoso giovedì di primavera, compare, con uno sgangherato e grottesco seguito di accoliti, Satana in persona. Presentandosi come un esperto di magia nera di nome Woland, il diavolo semina per tre giorni disordine e terrore, e molte delle sue vittime vengono ricoverate in manicomio. La domenica il demonio torna da dove è venuto e tutti gli eventi a lui legati vengono spiegati dalle forze dell’ordine sovietiche come l’opera di illusionisti abilissimi e senza scrupoli.
A questa linea narrativa se ne intreccia un’altra, che domina tutta la seconda parte del romanzo: è la storia dell’amore sconfinato tra un personaggio chiamato il Maestro e la sua amante Margherita. Lui non aveva accettato la stroncatura di un romanzo su Ponzio Pilato che aveva scritto anni addietro ed era uscito di senno. Perciò era stato ricoverato in manicomio (lo stesso nel quale si riversano poi le vittime di Woland) e si era separato dalla sua Margherita, senza mai dimenticarla e senza esserne mai dimenticato. Alla fine i due amanti si ricongiungono e ricevono da Dio il dono del riposo in una sorta di limbo isolato e sereno.
Una terza linea narrativa è costituita proprio dalla storia di Ponzio Pilato, il quinto procuratore della Giudea che aveva mandato a morte Gesù. Le vicende che vedono protagonista il governatore romano, dalla condanna all’esecuzione di Jeshua Hanozri (come è chiamato nel romanzo), sono diverse da quelle tramandate dai testi tradizionali: a narrarle sono in parte Woland e in parte il Maestro, il quale si rivela quindi una sorta di profeta non creduto. Solo nelle ultime pagine del libro la storia di Pilato si conclude: egli riceve finalmente il perdono per la colpa di quella crocifissione che non avrebbe voluto che fosse compiuta ma che non seppe evitare.
Accanto a quelli già citati, sono tanti altri i personaggi più o meno rilevanti all’interno del romanzo: essi vengono a comporre un quadro della Mosca di epoca staliniana molto poco edificante, in cui dominano avidità, arrivismo spregiudicato, egoismo, inganno, volgarità. Una figura che spicca è quella del poeta Bezdomnyj, sul quale il libro si apre e si chiude. Al principio è giovane, scrive brutti versi ed è profondamente convinto del proprio ateismo; l’arrivo di Woland sconvolge completamente la sua vita e le sue certezze, lasciandogli in eredità un incubo che ritorna ad ogni plenilunio di primavera.
Il romanzo ha una struttura complessa, di cui qualcuno ha messo anche in evidenza degli elementi di debolezza, dovuti probabilmente al fatto che l’opera non fu revisionata compiutamente dall’autore.
Resta però un libro originalissimo e potente, al tempo stesso fantastico e surreale, ironico e dissacratore, tragico e lirico. Nelle sue pagine, ricorrendo a toni comici e sarcastici, ma anche spietati e violenti, si mettono a nudo le meschinità e le debolezze degli uomini, si confutano l’ateismo e le credenze religiose tradizionali. In quelle stesse pagine si descrivono però anche voli di streghe e Sabba infernali e si parla d’amore in maniera intensa e appassionata.
Quello che resta, dopo la lettura – non semplice, non breve, ma assolutamente avvincente ed emotivamente coinvolgente – è un senso di vertigine, un dubbio che si insinua.
Satana è un servo di Dio: provoca la follia, la distruzione, anche la morte; ma la sua azione serve a ristabilire la giustizia, a punire la vanità e la malvagità degli uomini. È ironico e sprezzante, questo demonio, ma porta con sé anche la consapevolezza lucida, drammatica, della sua impotenza.
D’altra parte il mondo della luce è visto solo in lontananza, di scorcio: è quello che infine rende la libertà al governatore della Giudea e concede serenità ai due amanti; è rappresentato da un ironico, umanissimo Gesù che su un raggio di luna si allontana discutendo animatamente del senso delle cose proprio con Pilato.
A tratti si ha l’impressione che Dio non abbia un potere assoluto. Di certo esercita il suo dominio in una maniera diversa da quella a cui una certa cultura ci ha abituati a credere.
Amo questo romanzo. Non ha messo in crisi le mie certezze, ma mi ha travolto nelle atmosfere surreali di certi episodi, mi ha commosso con la dolcezza di altri, mi ha spinto ad un’ennesima riflessione sul significato della vita, sul bene e sul male.
Lo rileggerò di certo ancora, per la quarta volta, alla scoperta dei mille risvolti che, ne sono sicura, ancora mi sfuggono.
Nel 1952 usciva il primo dei romanzi che, insieme al “Barone rampante” e al “Cavaliere inesistente”, sarebbe rientrato nella raccolta “I nostri antenati” del 1960.
In un’epoca non precisata, ma che sulla base di indizi interni dovrebbe essere la metà del Settecento, il giovane visconte Medardo di Terralba è appena giunto in Boemia per combattere contro i Turchi. Una palla di cannone lo centra in pieno e lo divide in due parti perfettamente simmetriche. La metà destra viene miracolosamente ritrovata viva e rientra in patria, ma ben presto si rivela essere la parte malvagia del nobiluomo, che in maniera spietata e disperata insieme si dà a devastare i luoghi e ad opprimere gli abitanti. Col tempo si scopre che anche la metà sinistra è sopravvissuta: si tratta della parte buona, che con un impegno costante, ma anche pedante e molesto, si dedica a rimediare alle malefatte dell’altra. Infine le due metà saranno ricucite insieme e il visconte tornerà “intero”.
Come nei due romanzi successivi, l’elemento che immediatamente balza all’attenzione del lettore è il gusto calviniano per la narrazione fantastica, ironica ed anche amara. Lo stesso autore, trentuno anni dopo, spiegava a degli studenti pesaresi di aver voluto trasmettere il suo messaggio attraverso un racconto che fosse divertente, che invogliasse alla lettura.
D’altra parte la “morale della favola” è assolutamente chiara. L’uomo, nella sua interezza, nella sua completezza, è costituito di luce e di ombra: la sola parte oscura, e così anche la sola metà luminosa, sono disumane, non-umane.
Il romanzo è dunque, come scrisse ancora lo stesso Calvino su “Mondo nuovo” nel 1960, una riflessione sull’ “essere”.
Che si tratti della prima riflessione sul tema si avverte chiaramente, poiché dei romanzi della trilogia “Il visconte dimezzato” è il meno vivace e originale sul piano dell’inventiva e quello in cui più pesano i significati simbolici e metaforici che vengono attribuiti ai personaggi (questi significati li spiegò lo stesso autore sull’ “Unità” nello stesso anno 1952).
Le conclusioni sono però a mio parere condivisibili. L’essere umano contiene in sé il bene ed il male: questa è l’essenza del suo limite ma anche il seme della sua grandezza, se riesce a dominare la componente negativa senza perdere la straordinaria ricchezza che deriva dalla sua fragilità e dalla sua fallibilità.
“E al carpentiere veniva il dubbio che costruir macchine buone fosse al di là delle possibilità umane, mentre le sole che veramente potessero funzionare con praticità ed esattezza fossero i patiboli e i tormenti”.
Ogni anno propongo ai miei studenti la lettura di alcuni romanzi novecenteschi, italiani o stranieri. Spesso non si tratta di "classici" (anche se in alcuni casi ho proposto anche Pirandello o Calvino), perché mi piace cogliere questa occasione per andare oltre i programmi scolastici e cercare di conquistare i ragazzi alla lettura attraverso testi diversi da quelli che sono già obbligati a studiare (e verso i quali, proprio per questo, sono spesso prevenuti).
Cerco di scegliere libri dalla trama appassionante e che offrano spunti di riflessione interessanti, e magari anche “scomodi”.
Quello che forse ha colpito di più i miei studenti è stato “Il signore delle mosche” di William Golding, un romanzo che ha emozionato e fatto meditare molto anche me.
Nel 1954 William Golding, maestro elementare inglese, esordì con un romanzo originale e avvincente, “Il signore delle mosche”. Esso ottenne in breve tempo un grande successo, ma altrettanto rapidamente cominciò ad essere dimenticato.
Un gruppo di bambini e ragazzini viene a trovarsi su un’isola deserta in seguito ad un incidente aereo. Qualche accenno nel corso della storia lascia intendere che sia in atto un conflitto mondiale. Nessuno degli adulti è sopravvissuto e i ragazzi sono costretti a organizzare da sé la propria sopravvivenza.
Fin dal principio emergono due figure dominanti, quella di Ralph e quella di Jack. Il primo, nonostante qualche incertezza, si presenta come un leader equilibrato e razionale (grazie anche ai consigli del fedele Piggy); nel secondo invece emerge col tempo un’istintualità aggressiva e feroce.
La gran parte dei ragazzi, affascinata e impaurita da Jack, finisce col riconoscere in lui il capo e la situazione rapidamente precipita. La violenza della tribù di Jack si scatena in un crescendo spaventoso, mentre Ralph resta completamente solo, braccato e disperato.
Sulle lacrime del giovane Ralph si chiude un romanzo per il quale non è possibile un lieto fine.
I piccoli sopravvissuti all’incidente aereo sono dunque il simbolo dell’uomo che, lasciato solo a se stesso, senza regole definite e senza freni, resta inevitabilmente vittima della sua parte oscura; e nel panorama brutale che viene a delinearsi i primi a soccombere sono i più deboli, come Piggy, miope e grassoccio, e Simone, epilettico e sensibilissimo. D’altro canto, la guerra planetaria sullo sfondo sembra dimostrare che anche laddove esiste la civiltà (tanto vantata dall’ufficiale della marina inglese che compare sulla scena nelle ultime pagine) la violenza è l’unico sbocco possibile.
“In mezzo a loro, col corpo sudicio, i capelli sulla fronte e il naso da pulire, Ralph piangeva per la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano, e la caduta nel vuoto del vero amico, l’amico saggio chiamato Piggy”.