L’altro giorno raccontavo al mio compagno della passione di mio figlio per le storie fantastiche. Mi attribuisco con orgoglio il merito di averla coltivata, anche se non è stato difficile visto che appartiene anche a me. Sono convinta che mio figlio ami le storie di fantasia anche perché ha sentito che non gliele ho proposte al semplice scopo di far “passare il tempo”, ma con un autentico trasporto, perché provasse anche lui la gioia del sogno.
Il mio bambino non va a dormire senza aver ascoltato almeno una favola; partecipa e si emoziona profondamente alle vicende dei personaggi; si è incuriosito ed entusiasmato nel ricevere “in eredità” i libri di favole appartenuti a me quando avevo la sua età.
Ad un certo punto il mio compagno, che viene da una formazione familiare e scolastica molto diversa dalla mia, mi ha interrotta (sproloquiavo ormai da 15 minuti buoni) e mi ha posto una domanda bella e terribile.
Mi ha chiesto se non temo che mio figlio possa incontrare un giorno delle difficoltà a confrontarsi con la realtà, dopo aver dato tanta importanza alla fantasia e al sogno nella sua educazione.
Questa domanda mi ha riportato agli anni della mia pre-adolescenza e adolescenza, quando, cresciuta anche io a “latte e favole”, mi sentivo a disagio nella quotidianità che mi sembrava molto più squallida, meschina, volgare. In un breve, ma intenso istante, ho ricordato quante volte mi sono innamorata di personaggi di fantasia e ho pianto pensando che mai avrei provato nella realtà un sentimento così dolce e assoluto.
In seguito c’è stato un tempo (lungo 16 anni) in cui ho creduto davvero che i sogni si realizzassero e che il principe azzurro esistesse, in cui non avvertivo più alcuna frattura tra fantasia e realtà. L’anno scorso quell’epoca è finita forse per sempre.
Questo ho risposto al mio compagno. Sono cresciuta tra sogni e realtà, ho sofferto, sono stata felice, ho sofferto di nuovo. Ma sono ancora qui, più forte che mai. E ho tanti sogni da donare a mio figlio (e ai miei studenti).
Non credo che i sogni mi abbiano resa più fragile. Al contrario. So con certezza che se sono qui oggi, salda sulle mie gambe, più disincantata, forse anche un po’ indurita, ma innamorata di mio figlio, del mio lavoro, della vita; se dopo tanto dolore e rabbia e odio, sono ancora capace di amare e di essere felice; se ostinatamente continuo a credere nella possibilità che il mondo diventi migliore, quando il “pessimismo dell’intelligenza” dice il contrario... so che tutto questo è possibile perché anche di fronte alla realtà più dolorosa o sgradevole io posso ancora opporre l’ “ottimismo della volontà”. E questo ottimismo è figlio del sogno.
E so anche che il mio compagno ha capito se non ho potuto parlare con lo stesso entusiasmo dell’amore per un uomo. È troppo presto (o troppo tardi, non posso saperlo ora) e lui sa che questo non mi impedisce di dare tanto, comunque, alla persona che ho accanto.
Gli ultimi giorni dell’anno scolastico, come ha ben detto un mio collega, sono strazianti.
Ai numerosi, ineludibili e noiosissimi impegni legati alla chiusura delle attività didattiche si aggiunge il teatrino, ora grottesco ora semplicemente squallido, di alcuni genitori e colleghi.
Volutamente non ho citato gli studenti tra gli attori. Non che non offrano anch’essi il loro spettacolo, ma, come ho scritto anche in altre occasioni, sono giovani ed inoltre sono il frutto di una cattiva educazione diffusa per cui li considero meno responsabili degli adulti che li circondano.
Ecco quindi entrare in scena, in ordine sparso: il vicepreside, con la sua lista personale di amici e conoscenti: “Che mi dici di...? Mi ha telefonato il padre ieri, era così preoccupato!”; l’anziana collega a me quasi sconosciuta che, dopo tre giorni dall’ultimo colloquio scuola-famiglia, mi chiede notizie del nipote di una vecchia amica: “Io nemmeno lo sapevo che il ragazzo fosse iscritto qui, l’ho scoperto per caso ieri e ho pensato di venire a domandare. Tu conosci la difficile situazione familiare, vero?”; genitori onnipresenti anche dopo la chiusura ufficiale dei colloqui: “Fa progressi, mio figlio? L’ho messo a ripetizione”; l’insegnante privata di 20 anni (!!!) che si stupisce dei risultati negativi del nostro comune allievo: “Sono rimasta senza parole. Ieri pomeriggio abbiamo lavorato su questo argomento per tre ore!”; la madre che si fa viva per la prima volta agli inizi di maggio dopo l’ennesima comunicazione scritta della scuola sulle gravi insufficienze del figlio ancora non recuperate: “Io vorrei capire la situazione. Ma cosa sta succedendo?”.
E poi ancora: la collega severa e intransigente che si è messa in politica ed ora, dopo aver distribuito materiale elettorale nelle classi (ma è legale?), è propensa a promuovere tutti; il collega sindacalista che dice di rimpiangere il buon tempo andato, ma sguazza a perfetto agio nel lassismo; la collega che, dopo aver dato il debito per anni allo stesso allievo ed essersi lamentata anche del suo comportamento ineducato, ora se ne dice entusiasta (c’entrerà forse la partecipazione dello studente in questione ad un costoso viaggio-studio da lei organizzato?).
Negli ultimi giorni dell'anno, più che mai, preferisco chiudermi dentro l’aula a chiacchierare con i miei ragazzi. Molti di loro, domani se non già oggi, saranno risucchiati da questo sistema ed io non riuscirò ad evitarlo (sarebbe presuntuoso anche illudersi di riuscirci); ma per adesso sono per me gli interlocutori più puliti e sinceri.
Approfitto del computer di amici e posto qualche cosina che ho scritto in queste settimane.
Qualche pomeriggio fa, quando sono andata a prendere mio figlio all’asilo, lui mi ha accolto dicendo: “Voglio anch’io la coppa”.
Naturalmente non ho capito a cosa si riferisse. Immediatamente è intervenuta la maestra, che mi ha spiegato che uno dei bambini più grandi aveva ricevuto un premio per il miglior disegno e aveva portato a scuola, tutto orgoglioso, la coppa.
Scusandosi, l’insegnante mi ha spiegato che il vincitore era stato premiato senza che la cosa fosse pubblicizzata per evitare che gli altri allievi restassero delusi. Ma il piccolo - “Sa come sono i bambini” - ha raccontato tutto ai compagni e mostrato in classe il premio.
Mio figlio, facendo eco, ha aggiunto: “Il mio compagno ha sbagliato a portare a scuola la coppa, vero?”.
Non avevo tempo, perché sono sempre di corsa, ma avrei avuto molto da ribattere.
Dunque è così che comincia il lavaggio del cervello: i meriti individuali devono essere occultati il più possibile e i giovani devono essere protetti a qualunque costo dalle delusioni. Ma in questo modo non si svilupperà mai un sano desiderio di mettersi in gioco e i ragazzi cresceranno ignari e fragili nei confronti della vita. A chi giova?
Il giorno dopo ho spiegato a mio figlio che si può vincere oppure no, ma che ciò che è più importante e più avvincente è gareggiare dando il meglio di sé. Chi vince non deve essere superbo, ma può e deve essere orgoglioso del suo successo. Chi non vince, pur deluso, non deve avvilirsi né essere invidioso. Ognuno peraltro riesce meglio in un campo o piuttosto in un altro.
Il mio bambino ama mettersi in mostra e primeggiare, ed io mi sto sforzando di coltivare nella maniera più appropriata questa sua caratteristica, perché non diventi arroganza e presunzione. Proprio in questo senso ritengo molto formativo che una piccola sconfitta non venga celata, bensì anzi spiegata e sdrammatizzata.
Durante l’inverno più lungo e più triste, è stato il mio bambino la prima ragione di vita; per lui mi sono imposta di dominare il dolore e di riprendere in mano, saldamente, le redini della mia vita, della nostra vita. È stato lui il faro che mi ha guidata fuori dal tunnel della disperazione, quando rischiavo di soccombere alle meschinità e alla malvagità di persone di cui mi ero fidata.
Sono consapevole di avere avuto bisogno del mio cucciolo, in questi mesi, forse più di quanto lui ne abbia avuto di me. Di certo ci siamo stretti l’uno all’altra ed ora possiamo essere orgogliosi dei progressi compiuti.
Abbiamo condiviso le storie fantastiche e avvincenti di libri e film; abbiamo impegnato interi pomeriggi costruendo macchine spettacolari con i mattoncini; abbiamo trascorso ore al parco dei divertimenti tra la casa dei fantasmi, il veliero di Capitan Uncino, il selvaggio West; abbiamo fatto lunghe passeggiate chiacchierando e cantando; abbiamo mangiato pizza e patatine in tenda in salotto davanti alla TV; abbiamo organizzato feste al Baby-Park e pic-nic all’aperto con gli amichetti preferiti...
È cresciuto tanto, il mio bambino, dallo scorso, maledetto, autunno. Si è fatto più alto, ha assunto tratti del viso più maturi. Il suo vocabolario si è ampliato moltissimo, tanto da stupire le sue maestre per la proprietà del linguaggio. La sua intelligenza e la sua sensibilità si sono affinate.
Sono convinta che gli avvenimenti che, nostro malgrado, hanno rischiato di travolgerci, abbiano in qualche misura accelerato la sua crescita. Entrambi abbiamo dovuto compiere uno scatto in avanti, per non restare schiacciati dall’abbandono e dalla solitudine.
È proprio così. Una volta, una cara persona che ho conosciuto grazie a questo blog (e nei riguardi della quale sono molto colpevole, perché non le ho dedicato la stessa attenzione che lei ha riservato a me) mi ha scritto che quello che non ci uccide ci rende più forti. Allora non ero così fiduciosa che saremmo riusciti ad evitare il crollo, ma il tempo le ha dato ragione... e ci ha restituito la vita.
Mio figlio è solo un bambino e non conosce tutta la verità sui cambiamenti improvvisi e dolorosi che ci sono stati imposti. Ha sofferto, si è fatto mille domande, ma io sono riuscita a rispondere in maniera comprensibile e convincente a tutte; e oggi è molto sereno.
Lo hanno notato anche i terapisti che lo seguivano già prima del “diluvio” a causa di piccoli problemi di sviluppo psico-motorio e che lo seguono a maggior ragione adesso, affinché non siano vanificati i progressi compiuti e affinché possa essere “metabolizzata” meglio la nuova situazione familiare. Mi hanno riconosciuto che ho fatto, e sto continuando a fare, un buon lavoro.
Mi hanno dato anche la conferma che ho fatto bene ad essere sempre sincera con lui, spiegandogli (seppure in maniera semplificata e edulcorata) la verità sulla separazione dei suoi genitori e non nascondendogli (anche se, davanti a lui, controllandolo) il mio dolore. In questo modo, ed era appunto questo il mio scopo, il mio bambino saprà sempre che sua madre non gli ha mentito mai; che sua madre, anche quando ha sofferto, non lo ha trascurato e non lo ha abbandonato; insomma, che su di me potrà davvero contare in ogni momento.
A volte, pensando ai tanti inverni che ancora verranno, mi prende la paura che potrei non farcela. Che i ritmi forsennati a cui sono obbligata per il fatto di essere sola a gestire figlio, casa e lavoro non potrò reggerli a lungo.
Tuttavia, se ho superato questo primo inverno, se sono riuscita, anche se con immenso strazio, ad archiviare il passato (anche se non perdonerò MAI!), consapevole che esistano ormai solo il presente ed un futuro da costruire, posso avere fiducia che riuscirò ad affrontare tutte le difficoltà del domani.
Un passo alla volta, tenendo per mano il mio bambino finché sarà necessario, fino a dargli l’ultima spinta per spiccare il volo: in alto, lontano, coraggioso e libero, felice.
Che la vita ti sorrida sempre, piccolo mio! E che tu sorrida sempre alla vita!
Grazie di esistere.
Subito dopo il vergognoso tradimento subìto, il mio primo impulso è stato quello di trovare quanto prima un nuovo compagno. In questo modo avrei consegnato definitivamente al passato l’errore di avere amato l’uomo sbagliato e tutto il dolore e l’umiliazione che i recenti avvenimenti mi avevano provocato.
Come ho capito solo in séguito, quando ho riacquistato maggiore lucidità, non era quello il percorso corretto: dovevo toccare il fondo della sofferenza per riemergere. Inoltre, ovviamente, non ero nelle condizioni di spirito giuste per dare inizio ad una storia e non potevo che incontrare, sulla mia strada, dei disperati più disperati di me.
Così è stato. Il primo con cui sono uscita aveva alle spalle una storia incredibilmente simmetrica alla mia, anche per i tempi in cui si era svolta; riaccompagnandomi a casa mi salutò con gli occhi lucidi di lacrime. Quasi mi avrebbe sposata quella sera stessa: naturalmente non perché avessi colpito il suo cuore e i suoi sensi, bensì per riempire un vuoto per lui insostenibile, ancor più che per me. Mi sono ben guardata dal rivederlo, nonostante le sue telefonate insistenti; dopo due settimane si è rassegnato e non mi ha chiamata più.
Poi è venuto l’imprenditore, di cui su questo blog ho parlato in un paio di occasioni. Siamo usciti tre volte e c’è scappato anche un bacio. Mi piaceva il suo approccio, che mi sembrava equilibrato e razionale: non abbiamo più l’età per i colpi di testa e abbiamo entrambi un figlio da crescere che rappresenta la priorità assoluta (detta da un uomo - i miei 25 lettori lo capiranno - è suonata alle mie orecchie come un’affermazione sconvolgente); nulla toglie però che si possa trascorrere del tempo piacevole insieme, senza fare progetti e affidando proprio al tempo il compito di definire meglio il rapporto. Sparì. Ricomparve col capo cosparso di cenere. Sparì di nuovo. È riapparso per gli auguri pasquali. Inutile dire che ho “archiviato” anche lui: se i sei anni dedicati al lavoro e alla sua bambina che ha in affidamento esclusivo lo hanno reso così insicuro nei fatti, le parole contano assai poco. Ho imparato a mie spese quale distanza possa separare i bei proclami dall’azione concreta. Perseverare sarebbe diabolico.
Come terzo è arrivato un altro imprenditore, un 45enne che per una intera sera mi ha intrattenuta raccontandomi dei suoi innumerevoli viaggi. È difficile che qualcuno, uomo o donna che sia, riesca a farmi stare zitta interessandomi con i propri argomenti (lo ammetto: sono molto esigente e selettiva), ma lui c’era riuscito. Tuttavia abbiamo capito di non avere nulla in comune per pensare anche solo lontanamente di intrecciare una relazione. La presa di coscienza è avvenuta quando mi ha invitata ad andare a ballare sui tavoli con la sua comitiva di amici. Considerando che io non ho ballato sui tavoli (né sotto né intorno) neppure a vent’anni, a maggior ragione non intendevo cominciare con una combriccola di (quasi) cinquantenni che in questo modo cerca di esorcizzare la paura del tempo che passa.
Quindi è arrivato l’amico a cui ho dedicato la mia recensione del “Piccolo principe”.
Condividiamo molto, anzitutto un’indole fortemente umorale. È stato lui a dirmi, in riferimento al mio ex-marito, che il fatto di essere (o di presentarsi) come persona razionale ed equilibrata non è un pregio, se va a scapito dell’emozione e del sentimento. Detto da lui, ovviamente, è un giudizio di parte, come se lo dicessi io; ma è comunque la conclusione alla quale sono giunta a mia volta. Al diavolo l’equilibrio e la razionalità, se devono significare freddezza e calcolo opportunistico; al diavolo a maggior ragione, se poi la follia esplode tutta in una volta travolgendo ogni cosa.
Abbiamo un rapporto stranissimo, in continua altalena.
Il fatto è che siamo due anime ferite, perché siamo stati traditi in ciò che per noi contava di più. È difficile rimettersi in gioco quando si è imparato a proprie spese che l’amore può finire in un modo devastante, col nostro cuore calpestato in maniera inesorabile e spietata. È ancora più difficile nel nostro caso perché ci separa una distanza geografica non trascurabile e la consapevolezza che il nostro piccolo mondo di affetti familiari e amicali è tutto ciò che attualmente abbiamo: nessuno di noi è disposto a sradicarsi, scommettendo su un rapporto che potrebbe finire (l’abbiamo imparato!) e lasciarci quindi di nuovo soli e per giunta lontani dalle poche certezze faticosamente riconquistate.
La più cauta, a dire il vero, sono io. Sono io a frenare i suoi timidi entusiasmi, le sue piccole aperture.
Non so dire da cosa dipenda esattamente. Forse sento che comunque non sarebbe la persona giusta. Forse sento che non è il momento giusto.
In questi ultimi mesi mi sono ricostruita una vita a mia piena misura. Anche se mi costa delle terribili levatacce per riuscire ad incastrare tutti gli impegni, è una vita assolutamente appagante. Mi godo mio figlio, giorno dopo giorno, con gioia e soddisfazione; ricevo tanti riconoscimenti umani e professionali sul lavoro; riesco a coltivare, seppure solo telefonicamente, splendide amicizie; le letture mi arricchiscono e contribuiscono a farmi sentire viva. Spesso mi trovo a pensare che non mi serva altro per essere serena e perfino felice.
Forse non ho bisogno di altro. O forse ho paura di rimettere tutto in discussione, di tentare una nuova strada che potrebbe rivelarsi fallimentare e dolorosa come quella che ho da poco abbandonato.
Attualmente non so districare questa matassa aggrovigliatissima. Forse occorre solo del tempo. O forse la mia disposizione d’animo è sbagliata e mi preclude, a priori, felicità più grandi.
Questi giorni mi piace chiamarli “festa di primavera”. Per ora piove a dirotto e l’aria è greve, ma presto dovrebbe tornare il sole caldo della bella stagione.
Ai miei 25 lettori (tranne, ovviamente, quelli che passano di qui senza essere invitati e assolutamente non graditi) l’augurio che la primavera possa splendere nelle loro vite, oggi e sempre. E, mi si perdoni un ennesimo peccato di egocentrismo, che un raggio di luce illumini anche la mia confusione e sciolga un po’ del ghiaccio che altri hanno prodotto nel mio cuore.
Nessuna nube nera
spegnerà la mia luce,
mai un mostro malvagio
ciberà le mie carni.
Con la spada sguainata
difenderò il mio regno
e la sua prosperità.
Nei giorni scorsi il cielo sopra la mia città era di un azzurro intenso, come accade di rado nelle nostre terre umide e inquinate dallo smog. Soffiava un vento gelido di tramontana, ma splendeva il sole nel cielo completamente sgombro di nuvole.
Ho camminato col naso all’insù, per non perdermi neppure uno squarcio di quell’azzurro, mentre il vento mi scompigliava i capelli. Il cielo terso, il sole scintillante, l’aria fredda che mi sferzava il viso... mi sono sentita viva e felice.
Il passato, col suo carico di sofferenza e di umiliazione, non riusciva a tenere il passo della mia marcia spedita e non poteva offuscare la rinata gioia di esserci.
Ci sono. Sembra incredibile anche a me dopo il disincanto, la delusione, la rabbia, il dolore. Ci sono. E vivo, intensamente, con gioia, con entusiasmo, con il desiderio di costruire qualcosa.
Ho anche pianto in questi giorni, ma non ho avuto paura di non riuscire a smettere, non mi ha preso il terrore di essere sopraffatta.
Mi considero una sopravvissuta. È una parola forse troppo grossa, ma non riesco a trovarne un’altra che mi sembri efficace.
Sono sopravvissuta ad un dolore che mi ha straziata, tanto più perché chi lo ha causato lo ha giudicato con disprezzo e con derisione; un dolore che può comprendere solo chi si sente venir meno la terra su cui cammina, o l’aria che respira.
Perché io ero innamorata. Quando mi è stato detto “Non ti amo più, mi fai schifo”, io ero innamorata. Ho creduto di non farcela. E invece ce l’ho fatta.
Sono sopravvissuta e mi sono rafforzata. Forse mi sono anche indurita, ma a questo potrò porre rimedio.
Con mio figlio e con i miei studenti non sono più dura. È solo verso gli uomini che ho delle remore. Ma spero di essere tanto fortunata da conoscere qualcuno capace di abbattere le mie difese.
Oggi piove, ma ho camminato comunque a testa alta, sorridendo, cullando e coccolando i miei pensieri e i miei sogni, orgogliosa di aver saputo uscire dal tunnel, orgogliosa di aver vinto un dolore lancinante, orgogliosa di aver conosciuto la parte più oscura di me senza esserne rimasta vittima, orgogliosa di essere una donna con mille difetti, ma con un pregio fondamentale: quello di non mentire e non ingannare mai, né me stessa né gli altri.
Quello che vedo affacciandomi al balcone sono cumuli di immondizie (nella foto). Quello che incrocio sulla via andando al lavoro o facendo una passeggiata sono cumuli di immondizie. Ovunque. La mia regione è su tutti i tg, e l'emergenza si sta aggravando giorno dopo giorno.
Intanto sono arrivate, l'una dietro l'altra, le cartelle esattoriali relative ai rifiuti di due anni. Quasi 600 euro da pagare per il 2006 e il 2007 per avere le strade ridotte in questo modo. Oltre al danno, la beffa!
Qualche giorno fa una collega mi ha annunciato di essersi candidata per le prossime elezioni amministrative nelle file del tal partito, ed ha aggiunto: "Se t'avanza un voto, ricordati di me". Comincerei col dire che non "m'avanza" nessun voto: dispongo di un solo voto, come qualunque cittadino, e cerco di utilizzarlo nel modo migliore. I tempi attuali non sono affatto incoraggianti, ma piuttosto che cedere completamente le armi, lasciando il paese in assoluta balìa delle clientele, continuerò a dare il mio voto a chi mi sembra meno marcio. Devo dire anche che il partito per il quale correrà la mia collega non mi dispiace: appartiene a quella che, nonostante tutto, considero sempre la mia area politica, e anzi è un partito che attualmente offre maggiori garanzie di laicità rispetto a quello per il quale ho sempre votato. Certo è anche un partito condannato ad una scarsa visibilità proprio in ragione del suo vessillo di laicità, che in un paese come l'Italia è considerata una malattia grave; però è vero pure che a livello locale la situazione acquista connotati parzialmente diversi e si potrebbe quindi anche ambire a qualche traguardo.
Ma il problema è un altro. Quando incrocerò la mia collega la prossima volta, voglio proprio chiederle: "Se do a te il voto "che m'avanza", cosa cambia?". Lasciamo da parte i massimi sistemi: in questo caso ho un interrogativo molto concreto e urgente. Saremo liberati dal pattume che inonda le nostre strade o continueremo a camminare rasente i marciapiedi, zigzagando tra i rifiuti, le auto parcheggiate e le auto in corsa?
A chi devo dare il voto che "m'avanza" per ottenere che mio figlio non cresca in mezzo alla "monnezza"?
...siamo convocati in tribunale per la separazione. Preferirei firmare domani stesso per il divorzio, ma la legge non lo consente; e devo anche sorbirmi il sermone dell'avvocato sull'utilità di tre anni di riflessione. Non nego che in tre anni qualche coppia possa riavvicinarsi; ma lo farebbe comunque. A noi invece non accadrà.
Non perdonerò mai chi mi ha sbattuto in faccia per mesi una lurida tresca nata in rete, e per lungo tempo ha pure negato. Non perdonerò mai chi mi lasciava sola la domenica, anche con la febbre alta e il bambino comunque da accudire, per coltivare il nuovo rapporto nascente. Non perdonerò mai chi mi ha detto che gli rendevo la vita un inferno solo per umiliarmi e crearsi un alibi. Non perdonerò mai chi ha rifiutato decisamente la terapia di coppia sostenendo che fosse denaro e tempo sprecato.
E ancora di più non perdonerò chi ha messo la propria (presunta) felicità al primo posto e ha preso il primo treno per Roma senza voltarsi indietro. E dietro lasciava SUO FIGLIO!
Domani potrei quindi tranquillamente e con soddisfazione firmare per il divorzio. In concreto, indubbiamente, al momento non cambia nulla; ma se la prossima settimana avessi la fortuna (remotissima possibilità!) di incontrare un vero uomo, dovrei portarmi la palla al piede dell'ex-marito per mesi e mesi e mesi prima di potermi risposare. Oltre al danno, la beffa!
Sembra trascorsa un'eternità... Sembra addirittura un'altra vita quella in cui credevo che l'amore fosse eterno e che potesse superare ogni difficoltà; quella in cui credevo di potermi fidare in maniera assoluta di un uomo. Non è più quella la mia vita e non sono più io quella donna.
E non mi permettono nemmeno di metterlo per iscritto subito. Dovrò aspettare tre anni!
Mio adorato cucciolo,
eccomi di nuovo qui, per lasciare a te e a me un ricordo di questi giorni.
Non so da dove cominciare, a dire il vero.
Vorrei avere il tempo, o forse solo la costanza, di annotare quotidianamente le straordinarie novità e i tuoi eccezionali progressi. Mi trovo invece a dover frugare nella memoria già disordinata.
Già da qualche giorno volevo scrivere di Spunk e Dung. Sono i nomi che hai scelto per due amici di fantasia che ti sei creato. Spunk è un maschietto con i capelli bianchi e gli occhi viola, Dung è una femminuccia con gli occhi dello stesso colore e i capelli scuri.
Non c’è dubbio, i cartoni che seguiamo alla tele ti hanno influenzato. Ma quello che mi piace tanto, e mi fa sorridere e commuovere, è il tuo tentativo, nel tuo linguaggio ancora incerto e insufficiente, di creare storie.
Credo che tu abbia fatto tuo il mio amore per le narrazioni. Le favole che ti racconto ogni giorno, e che tu ascolti interessato e affascinato e che mi chiedi di ripetere più volte, per carpire ogni dettaglio; i vecchi film a cartoni animati dai disegni semplici ed essenziali che riempiono i nostri pomeriggi domenicali; le serie animate moderne con i loro disegni accurati e i colori vivaci che seguiamo ogni giorno, incantano anche me: mi piace raccontare o spiegarti quello che vediamo insieme e che ancora non sai interpretare da solo; ma soprattutto mi piace lasciarmi trasportare insieme a te in mille mondi nuovi, avventurosi, appassionanti, emozionanti nella loro semplicità.
E come piaceva a me da bambina, piace anche a te riempire la tua vita di figure fantastiche che vanno ad aggiungersi alle persone reali che popolano le tue giornate, a volte diventando indistinguibili da queste.
Mi rende felice che tu condivida con me queste fantasie, e spero che sarà sempre così.
In realtà so che non potrà essere sempre così. So che verranno giorni in cui, probabilmente, non vorrai spartire nessuna esperienza e nessuna emozione con me.
Lo so perché ci sono passata anche io; lo so perché lo vedo quotidianamente con i miei studenti; lo so perché sarebbe anomalo il contrario: per crescere dovrai allontanarti da me, sarà quasi inevitabile entrare anche in conflitto.
So già che soffrirò e che forse sarò anche io gelosa dell’insegnante che diventerà per te un modello e un punto di riferimento: proprio come oggi capita ai genitori dei miei studenti nei miei riguardi.
Spero però che il ricordo delle fantasie condivise, come dei giochi, delle passeggiate, delle chiacchierate, ci permetta di ritrovarci dopo la tempesta adolescenziale.
A presto, piccolo mio
Ti voglio tanto bene
La tua mamma