L’altro giorno raccontavo al mio compagno della passione di mio figlio per le storie fantastiche. Mi attribuisco con orgoglio il merito di averla coltivata, anche se non è stato difficile visto che appartiene anche a me. Sono convinta che mio figlio ami le storie di fantasia anche perché ha sentito che non gliele ho proposte al semplice scopo di far “passare il tempo”, ma con un autentico trasporto, perché provasse anche lui la gioia del sogno.
Il mio bambino non va a dormire senza aver ascoltato almeno una favola; partecipa e si emoziona profondamente alle vicende dei personaggi; si è incuriosito ed entusiasmato nel ricevere “in eredità” i libri di favole appartenuti a me quando avevo la sua età.
Ad un certo punto il mio compagno, che viene da una formazione familiare e scolastica molto diversa dalla mia, mi ha interrotta (sproloquiavo ormai da 15 minuti buoni) e mi ha posto una domanda bella e terribile.
Mi ha chiesto se non temo che mio figlio possa incontrare un giorno delle difficoltà a confrontarsi con la realtà, dopo aver dato tanta importanza alla fantasia e al sogno nella sua educazione.
Questa domanda mi ha riportato agli anni della mia pre-adolescenza e adolescenza, quando, cresciuta anche io a “latte e favole”, mi sentivo a disagio nella quotidianità che mi sembrava molto più squallida, meschina, volgare. In un breve, ma intenso istante, ho ricordato quante volte mi sono innamorata di personaggi di fantasia e ho pianto pensando che mai avrei provato nella realtà un sentimento così dolce e assoluto.
In seguito c’è stato un tempo (lungo 16 anni) in cui ho creduto davvero che i sogni si realizzassero e che il principe azzurro esistesse, in cui non avvertivo più alcuna frattura tra fantasia e realtà. L’anno scorso quell’epoca è finita forse per sempre.
Questo ho risposto al mio compagno. Sono cresciuta tra sogni e realtà, ho sofferto, sono stata felice, ho sofferto di nuovo. Ma sono ancora qui, più forte che mai. E ho tanti sogni da donare a mio figlio (e ai miei studenti).
Non credo che i sogni mi abbiano resa più fragile. Al contrario. So con certezza che se sono qui oggi, salda sulle mie gambe, più disincantata, forse anche un po’ indurita, ma innamorata di mio figlio, del mio lavoro, della vita; se dopo tanto dolore e rabbia e odio, sono ancora capace di amare e di essere felice; se ostinatamente continuo a credere nella possibilità che il mondo diventi migliore, quando il “pessimismo dell’intelligenza” dice il contrario... so che tutto questo è possibile perché anche di fronte alla realtà più dolorosa o sgradevole io posso ancora opporre l’ “ottimismo della volontà”. E questo ottimismo è figlio del sogno.
E so anche che il mio compagno ha capito se non ho potuto parlare con lo stesso entusiasmo dell’amore per un uomo. È troppo presto (o troppo tardi, non posso saperlo ora) e lui sa che questo non mi impedisce di dare tanto, comunque, alla persona che ho accanto.
Durante l’inverno più lungo e più triste, è stato il mio bambino la prima ragione di vita; per lui mi sono imposta di dominare il dolore e di riprendere in mano, saldamente, le redini della mia vita, della nostra vita. È stato lui il faro che mi ha guidata fuori dal tunnel della disperazione, quando rischiavo di soccombere alle meschinità e alla malvagità di persone di cui mi ero fidata.
Sono consapevole di avere avuto bisogno del mio cucciolo, in questi mesi, forse più di quanto lui ne abbia avuto di me. Di certo ci siamo stretti l’uno all’altra ed ora possiamo essere orgogliosi dei progressi compiuti.
Abbiamo condiviso le storie fantastiche e avvincenti di libri e film; abbiamo impegnato interi pomeriggi costruendo macchine spettacolari con i mattoncini; abbiamo trascorso ore al parco dei divertimenti tra la casa dei fantasmi, il veliero di Capitan Uncino, il selvaggio West; abbiamo fatto lunghe passeggiate chiacchierando e cantando; abbiamo mangiato pizza e patatine in tenda in salotto davanti alla TV; abbiamo organizzato feste al Baby-Park e pic-nic all’aperto con gli amichetti preferiti...
È cresciuto tanto, il mio bambino, dallo scorso, maledetto, autunno. Si è fatto più alto, ha assunto tratti del viso più maturi. Il suo vocabolario si è ampliato moltissimo, tanto da stupire le sue maestre per la proprietà del linguaggio. La sua intelligenza e la sua sensibilità si sono affinate.
Sono convinta che gli avvenimenti che, nostro malgrado, hanno rischiato di travolgerci, abbiano in qualche misura accelerato la sua crescita. Entrambi abbiamo dovuto compiere uno scatto in avanti, per non restare schiacciati dall’abbandono e dalla solitudine.
È proprio così. Una volta, una cara persona che ho conosciuto grazie a questo blog (e nei riguardi della quale sono molto colpevole, perché non le ho dedicato la stessa attenzione che lei ha riservato a me) mi ha scritto che quello che non ci uccide ci rende più forti. Allora non ero così fiduciosa che saremmo riusciti ad evitare il crollo, ma il tempo le ha dato ragione... e ci ha restituito la vita.
Mio figlio è solo un bambino e non conosce tutta la verità sui cambiamenti improvvisi e dolorosi che ci sono stati imposti. Ha sofferto, si è fatto mille domande, ma io sono riuscita a rispondere in maniera comprensibile e convincente a tutte; e oggi è molto sereno.
Lo hanno notato anche i terapisti che lo seguivano già prima del “diluvio” a causa di piccoli problemi di sviluppo psico-motorio e che lo seguono a maggior ragione adesso, affinché non siano vanificati i progressi compiuti e affinché possa essere “metabolizzata” meglio la nuova situazione familiare. Mi hanno riconosciuto che ho fatto, e sto continuando a fare, un buon lavoro.
Mi hanno dato anche la conferma che ho fatto bene ad essere sempre sincera con lui, spiegandogli (seppure in maniera semplificata e edulcorata) la verità sulla separazione dei suoi genitori e non nascondendogli (anche se, davanti a lui, controllandolo) il mio dolore. In questo modo, ed era appunto questo il mio scopo, il mio bambino saprà sempre che sua madre non gli ha mentito mai; che sua madre, anche quando ha sofferto, non lo ha trascurato e non lo ha abbandonato; insomma, che su di me potrà davvero contare in ogni momento.
A volte, pensando ai tanti inverni che ancora verranno, mi prende la paura che potrei non farcela. Che i ritmi forsennati a cui sono obbligata per il fatto di essere sola a gestire figlio, casa e lavoro non potrò reggerli a lungo.
Tuttavia, se ho superato questo primo inverno, se sono riuscita, anche se con immenso strazio, ad archiviare il passato (anche se non perdonerò MAI!), consapevole che esistano ormai solo il presente ed un futuro da costruire, posso avere fiducia che riuscirò ad affrontare tutte le difficoltà del domani.
Un passo alla volta, tenendo per mano il mio bambino finché sarà necessario, fino a dargli l’ultima spinta per spiccare il volo: in alto, lontano, coraggioso e libero, felice.
Che la vita ti sorrida sempre, piccolo mio! E che tu sorrida sempre alla vita!
Grazie di esistere.
Tra ieri pomeriggio e stamattina c’è stato un simpatico scambio di mail fra me ed il mio ex-marito che merita qualche chiosa.
Tutto è nato da una sua frase che gli ho chiesto di spiegarmi meglio, perché davvero non l’avevo compresa, e di lì il discorso si è allargato.
Il mio ex-marito non vede l’ora di portare suo figlio a Roma con sé per qualche giorno.
Voglio anche credere che sia sincero (ma su questo torno più avanti), certo però non può pretendere che io sia contenta di sapere che il mio bambino, già traumatizzato dall’allontanamento del padre, sarà messo a contatto con altre figure dal ruolo ambiguo (e che io considero pure pericolose, e anche questo punto lo approfondisco più avanti).
La cosa più notevole è che la puttanella lui non la nomina mai: glissa, per non riconoscere apertamente che intende farli incontrare. Evidentemente ha paura delle conseguenze che potrebbero derivare da una sua ammissione esplicita.
Questo mi conferma anzitutto un sospetto che coltivavo da giorni. Ho scritto che l’apertura del blog dei due fedifraghi era stata poco tempista, e invece poi ho capito che i tempi sono stati calcolati con la massima precisione. La lettera che mi è stata indirizzata è uscita subito dopo che io ed il mio ex-marito abbiamo apposto le firme in tribunale per la separazione: finché lui non è stato sicuro che io non avrei chiesto l'“addebito di colpa” (mi pare si dica così), si sono ben guardati dall’uscire allo scoperto. Quando si sono garantiti che non avrebbero corso rischi, son venuti fuori come tutti sanno.
Quello che loro non hanno pensato è che io, per quanto li disprezzi, avrei evitato comunque qualunque ritorsione, per non provocare a mio figlio, soprattutto nel tempo, ulteriori traumi. E però una piccola soddisfazione me la sono presa: quando in tribunale il mio ex-marito voleva aver ragione sull’impossibile, con quella sua aria fredda e maligna, io ho paventato la possibilità di non firmare nulla e di trascinarlo in causa. Non era vero, ma son sicura che ha avuto una fifa boia.
Ma torniamo al tema del giorno.
Il mio ex-marito, che non più tardi di quattro mesi fa diceva che, se uno psicologo gli avesse consigliato per il bene del bambino di sparire dalla sua vita, lui l’avrebbe fatto (a proposito di concezioni romantiche della psicologia di cui sono stata accusata io); ebbene, lo stesso uomo ora è tutto proclami di amore sviscerato per suo figlio.
Come dicevo più sopra, voglio anche crederci, voglio pensare che la frase pronunciata lo scorso autunno fosse dettata da confusione, da turbamento. Tuttavia un buon padre, che si vanta d’esser tale, dovrebbe capire (e senza neppure bisogno di psicologi) che un bambino di tre anni e mezzo, che sta già vivendo con dolore e disorientamento una separazione che ovviamente non può comprendere fino in fondo, non dovrebbe essere confuso ulteriormente, conoscendo persone il cui ruolo nella famiglia non è definito.
Naturalmente, come pure scrivevo poco sopra, la ragazzetta lui non l’ha mai nominata, per non compromettersi. Ma io l’interpreto come un argumentum ex silentio, e do quindi per acquisito che saranno a contatto.
La chicca migliore l’ho conservata però per la conclusione.
Il mio ex-marito vorrebbe l’affidamento del bambino!!! Questa non meriterebbe neppure d’essere commentata, ma qualche osservazione voglio farla ugualmente.
Il padre amorevole e coscienzioso, sapendo di lavorare tutto il giorno, vorrebbe tenere il bambino con sé. Significherebbe affidarlo a qualcun altro (anche in questo caso lui resta vago, ma io non posso che pensare ad una persona sola). Mentre io, col mio lavoro, posso garantire a mio figlio una presenza costante.
Già mesi fa, e l’ho scritto in questo blog, ebbi il sospetto che Romeo e Giulietta volessero giocare alla famiglia felice con mio figlio. Ora il sospetto è cresciuto. E credo anche che lei abbia un ruolo fondamentale in questo senso, perciò la considero pericolosa.
Sono spaventata. Mi spaventano le ripercussioni che convivenze “anomale” potranno avere sul bambino. Ma ho anche altre paure, più profonde, che spero siano davvero immotivate.
E dire che io faccio uno sforzo sovrumano su me stessa per non rovinare l’immagine del padre agli occhi di suo figlio e ho ridotto drasticamente la mia vita di donna per non turbare il bambino.
Una cosa è certa: rispetterò gli impegni presi in tribunale alla lettera, perché ovviamente non voglio rogne. Ma non sarò disponibile ad un passo in più verso chi credo stia cercando di ingannarmi ancora (come se non fosse bastato!) e soprattutto verso chi mi sembra che non abbia davvero a cuore il bene del mio bambino.
Ho veramente individuato l’antidoto alla delusione, all’amarezza, alla rabbia, al dolore.
Ieri pomeriggio ho organizzato una festa di Carnevale per mio figlio e i suoi amichetti. Per evitare che mi demolissero la casa, ho prenotato una sala in uno di quei BabyPark con scivoli gonfiabili e vasche di palline colorate.
È stato un successone! I bambini si sono divertiti tanto a salire, scendere, arrampicarsi in tutta libertà, senza scarpe e ad un certo punto anche senza vestiti, visto che i costumi li impacciavano; hanno perfino trascurato patatine e pizzette, dolcini e torta, tanto erano scatenati.
Alla fine erano stanchi, sudati, piagnucolosi; ma felici. E mio figlio per primo.
Cosa posso desiderare di più che vedere mio figlio felice? Stanco, confuso, ma entusiasta della festa e dei doni ricevuti?
Il mio ex-marito non c’era. Ha ritenuto, giustamente, che l’ambiente gli fosse troppo ostile e ha preferito non venire.
Nessuno ne ha sentito la mancanza.
D’altro canto... È inutile che lui continui a ripetere, come se cercasse un alibi, che è stato obbligato a cambiare città. Nessuno lo ha costretto. Lui lo ha voluto. Vuol dire che sulla sua bilancia qualunque cosa ha pesato più di suo figlio.
Questo è il fatto incontestabile. Mi meraviglio che nessuna delle persone a lui vicine glielo abbia spiegato a dovere.
E spero anche per lui che in quel di Roma abbia qualcosa di piacevole che gli riempia le giornate (e il letto): altrimenti avrà perso il nostro piccolo Eden veramente per niente. Ammesso che per quella puttanella ne sia mai valsa la pena.
Oggi piove e non potrò portare mio figlio alla villa comunale come ogni domenica mattina. Ma abbiamo i giochi nuovi da aprire, 4 nuovi film in dvd tra cui scegliere e un libro che gli ho appena regalato su maghi e draghi: ci divertiremo tantissimo ugualmente! Ho anche preparato i nostri tipici dolci carnevaleschi per la colazione.
Il mio cucciolo si è appena svegliato, devo proprio chiudere.
La vita, ebbene sì, SORRIDE!
Mio adorato cucciolo,
eccomi di nuovo qui, per lasciare a te e a me un ricordo di questi giorni.
Non so da dove cominciare, a dire il vero.
Vorrei avere il tempo, o forse solo la costanza, di annotare quotidianamente le straordinarie novità e i tuoi eccezionali progressi. Mi trovo invece a dover frugare nella memoria già disordinata.
Già da qualche giorno volevo scrivere di Spunk e Dung. Sono i nomi che hai scelto per due amici di fantasia che ti sei creato. Spunk è un maschietto con i capelli bianchi e gli occhi viola, Dung è una femminuccia con gli occhi dello stesso colore e i capelli scuri.
Non c’è dubbio, i cartoni che seguiamo alla tele ti hanno influenzato. Ma quello che mi piace tanto, e mi fa sorridere e commuovere, è il tuo tentativo, nel tuo linguaggio ancora incerto e insufficiente, di creare storie.
Credo che tu abbia fatto tuo il mio amore per le narrazioni. Le favole che ti racconto ogni giorno, e che tu ascolti interessato e affascinato e che mi chiedi di ripetere più volte, per carpire ogni dettaglio; i vecchi film a cartoni animati dai disegni semplici ed essenziali che riempiono i nostri pomeriggi domenicali; le serie animate moderne con i loro disegni accurati e i colori vivaci che seguiamo ogni giorno, incantano anche me: mi piace raccontare o spiegarti quello che vediamo insieme e che ancora non sai interpretare da solo; ma soprattutto mi piace lasciarmi trasportare insieme a te in mille mondi nuovi, avventurosi, appassionanti, emozionanti nella loro semplicità.
E come piaceva a me da bambina, piace anche a te riempire la tua vita di figure fantastiche che vanno ad aggiungersi alle persone reali che popolano le tue giornate, a volte diventando indistinguibili da queste.
Mi rende felice che tu condivida con me queste fantasie, e spero che sarà sempre così.
In realtà so che non potrà essere sempre così. So che verranno giorni in cui, probabilmente, non vorrai spartire nessuna esperienza e nessuna emozione con me.
Lo so perché ci sono passata anche io; lo so perché lo vedo quotidianamente con i miei studenti; lo so perché sarebbe anomalo il contrario: per crescere dovrai allontanarti da me, sarà quasi inevitabile entrare anche in conflitto.
So già che soffrirò e che forse sarò anche io gelosa dell’insegnante che diventerà per te un modello e un punto di riferimento: proprio come oggi capita ai genitori dei miei studenti nei miei riguardi.
Spero però che il ricordo delle fantasie condivise, come dei giochi, delle passeggiate, delle chiacchierate, ci permetta di ritrovarci dopo la tempesta adolescenziale.
A presto, piccolo mio
Ti voglio tanto bene
La tua mamma
Mi sono salvata! Solo ora che il tempo mi ha restituito un po’ di lucidità ho capito quale rischio io abbia corso.
Il mio ex-marito mi faceva sentire sempre sotto processo, sempre inadeguata rispetto alla sua “perfezione”. In ordine sparso: il film scelto da me era sempre troppo pesante; la mia passione per il lavoro eccessiva; i miei comportamenti troppo blandi quando sarebbero dovuti essere fermi e troppo duri quando sarebbero dovuti essere indulgenti; i miei richiami alla parsimonia troppo pressanti.
Ero arrivata al punto che mi sembravano immeritati l’affetto, la stima, il rispetto di cui ero circondata fuori casa.
Per lunghi anni non era stato così. Ma se torno indietro con il pensiero mi accorgo, con sempre maggiore chiarezza, che l’insofferenza di quell’ometto nei miei riguardi non è cosa recente, tutt’altro.
Mi ero accorta di qualcosa e lo prendevo in giro dicendo che stava diventando pesante come un vecchio nonno brontolone.
Poi sono venute le vacanze degli ultimi anni, e ogni volta lui stava male: la sinusite, la schiena, lo stomaco, ed io ho cominciato a mordere il freno perché mi sembrava incredibile che ogni volta dovessimo correre in cerca di guardie mediche e farmacie. Tuttavia mi sforzavo di fare buon viso, non immaginando neppure lontanamente cosa ci fosse sotto.
Infine lui si è fatto sempre più insofferente, sempre più critico, sempre più aspro ed io ho creduto che fosse stressato (i problemi oggettivi non sono mancati): mi sono accollata i maggiori carichi che ho potuto, fino ad andare in vacanza da sola con il bambino per lasciargli respiro e libertà. E durante quella mia vacanza lui ha perso la testa per la puttanella.
Anche di fronte all’evidenza ha negato. Poi è venuto fuori che aveva intenzione di parlarmi dopo l’estate. Il resto è storia.
Mi sono salvata dalla sua vigliaccheria e dalla sua ipocrisia. Non lo perdonerò mai di avermi rubato due e più anni di vita, che avrei potuto spendere diversamente; non lo perdonerò mai di aver approfittato della mia cecità e del mio amore incondizionato per pugnalarmi alle spalle; non lo perdonerò mai di aver infranto i miei sogni di ragazzina e di avermi insegnato che è bene tenere i conti in banca distinti, anche quando si incontra il vero(?) amore. Ma sono salva.
Mi sono salvata dalla scarsa opinione di me stessa che stavo maturando a séguito delle sue continue critiche. Ho salvato la mia dignità.
In ultimo, ma non meno importante, mi sono salvata dal tracollo economico. Lentamente mi rimetterò in piedi (non certo grazie alla miseria che ci passa lui mensilmente) e non mi ridurrò a saccheggiare i risparmi di mio figlio per sostenere le mie spese.
Non mi dispiace neppure la mia attuale condizione di single.
Gli uomini che mi capita di incontrare sono terribilmente deludenti: pazienza! Mi arricchiscono mio figlio, i miei studenti, le buone letture e i buoni film.
Era da tanto che non mi sentivo libera come mi sento in questi giorni, nonostante tra famiglia e lavoro non abbia un attimo di respiro.
È per mio figlio che sono preoccupata. Perché sarà lui a pagare il prezzo più alto per l’immaturità e l’egoismo di suo padre.
Di me saprà che ho tenuto duro, che anche quando mi sono sentita perduta mi sono rialzata e ho lottato; saprà che l’ho curato e coccolato ogni volta che è stato male; saprà che non sono mai mancata ad un colloquio con gli insegnanti; saprà che ho scelto i migliori specialisti per i suoi piccoli problemi; saprà che ho cercato di distrarlo e divertirlo portandolo in giro e organizzando feste; saprà che ho cercato di rendere il nostro tempo insieme il più intenso possibile: con le lotte con i cuscini, con le interminabili chiacchierate, con le letture, con i film, con le passeggiate; saprà che non ho avuto paura di affrontare da sola la ribellione dei suoi anni adolescenziali.
Saprà che, nonostante tutti i suoi difetti e le sue debolezze, sua madre non ha mollato e soprattutto non ha mollato LUI.
Ma cosa diavolo vorrà insegnargli suo padre? Che esistono sedicenti psicologi che su internet proclamano che si può essere ottimi padri “a distanza”? Che non bisogna farsi scrupolo di calpestare chiunque e qualunque cosa per raggiungere i propri (presunti) obiettivi?
Io non parlerò mai male a mio figlio di suo padre, anche se la tentazione sarebbe forte. Ma se il mio cucciolo soffrirà troppo, spero solo che il rimorso non lasci più pace a quell’uomo meschino ed egoista.
Mio adorato cucciolo,
è trascorso un anno e mezzo da quando ti ho scritto quella che doveva essere la prima di una serie di lettere che ti avrei fatto leggere una volta che fossi cresciuto. Presi un foglio di carta bianco, senza neppure le righe, ed una penna: volevo che ricevessi parole scritte di mio pugno, pur con la mia grafia irregolare alla quale cerco di imporre ordine e chiarezza (come mi assomiglia, la mia grafia!).
È trascorso un anno e mezzo e non me ne ero resa conto fino a pochi giorni fa, quando ho ripreso quei fogli tra le mani e ho riletto quella lettera, rimasta unica.
Non avevi ancora due anni quando ho scritto quelle pagine, quest’anno ne compirai quattro.
Come vola il tempo!
Volevo raccontarti le mie emozioni durante la tua crescita e conservare il ricordo di quei tanti momenti unici che la memoria troppo spesso non trattiene. Ma di tutti questi mesi resteranno solo i tuoi ricordi vaghi di bambino e i miei ricordi, per fortuna nutriti di centinaia di fotografie.
Le tue fotografie sono dappertutto, da quelle piccole in cornice sul buffet, a quelle più grandi appese alle pareti, al collage di immagini (una per mese) dei tuoi primi due anni di vita. E poi ci sono gli album, che conservano di te mille e più scatti.
Quando ti ho visto la prima volta fuori dall’incubatrice in cui avevi trascorso i primi 40 giorni della tua esistenza, mi sei sembrato semplicemente bellissimo. E ho rubato, senza che medici e infermieri se ne accorgessero, qualche foto col telefonino. Non avrei dovuto, lo so: ma non volevo rischiare di dimenticare quegli sbadigli che riempivano l’intero tuo visino, quelle manine dalle dita lunghissime, quegli occhi grandi e già incredibilmente espressivi.
E bellissimo sei rimasto. Svestite le tutine bianche dell’ospedale, con addosso i vestitini di colori sgargianti che sceglievo per te (ancora oggi, che sei tu a decidere, i tuoi abiti hanno tinte forti: devo averti comunicato il mio gusto), sembravi addirittura un altro.
Eri un altro. L’ospedale era dietro di te, il futuro si prospettava radioso.
Le fotografie mi ricordano il primo Natale insieme a te, i primi costumi per il carnevale, il tuo primo compleanno in gilet e papillon, i primi passi malcerti, le espressioni da attore consumato.
Dicono che mi assomigli. Hai la carnagione chiara come la mia, gli occhi chiari come i miei, ma soprattutto la mia stessa espressività smorfiosa e maliziosa del viso. È tutto vero. E mi assomigli anche in ciò che è meno evidente al primo sguardo: nel tuo carattere orgoglioso ma bisognoso di amore, nel tuo disordine che cozza con un’ambizione di perfezione, nella rabbia con cui accogli le sconfitte e nell’entusiasmo che ti accende per le piccole cose.
Come tutti i genitori, vorrei che diventassi migliore di me. Più duttile, più equilibrato. Cercherò di indirizzarti al meglio.
E cercherò di starti sempre vicino, in maniera discreta, ma in modo che tu sappia sempre dove trovarmi e in modo che tu sappia sempre, come già adesso, che con me puoi parlare di tutto. Ad esempio dei mostri che in queste ultime settimane occupano i tuoi sogni notturni (li sogni davvero o è il tuo modo di esprimere le tue paure?). E ci sarò sempre quando avrai bisogno di me. Come quando, settimane fa, hai avuto la febbre alta e sei rimasto attaccato al mio petto senza accettare l’abbraccio di nessun altro e hai detto “Mamma, mi serve il tuo aiuto”.
Ci sarò sempre. E mi sforzerò di essere una madre ogni giorno migliore.
Grazie di esistere
Ti voglio bene
La tua mamma
Grazie anche a Jack di Avatar's Land per l'avatar.