mercoledì, 02 luglio 2008

“Se puoi sognarlo, puoi farlo” (Walt Disney)

L’altro giorno raccontavo al mio compagno della passione di mio figlio per le storie fantastiche. Mi attribuisco con orgoglio il merito di averla coltivata, anche se non è stato difficile visto che appartiene anche a me. Sono convinta che mio figlio ami le storie di fantasia anche perché ha sentito che non gliele ho proposte al semplice scopo di far “passare il tempo”, ma con un autentico trasporto, perché provasse anche lui la gioia del sogno.

Il mio bambino non va a dormire senza aver ascoltato almeno una favola; partecipa e si emoziona profondamente alle vicende dei personaggi; si è incuriosito ed entusiasmato nel ricevere “in eredità” i libri di favole appartenuti a me quando avevo la sua età.

 

Ad un certo punto il mio compagno, che viene da una formazione familiare e scolastica molto diversa dalla mia, mi ha interrotta (sproloquiavo ormai da 15 minuti buoni) e mi ha posto una domanda bella e terribile.

Mi ha chiesto se non temo che mio figlio possa incontrare un giorno delle difficoltà a confrontarsi con la realtà, dopo aver dato tanta importanza alla fantasia e al sogno nella sua educazione.

Questa domanda mi ha riportato agli anni della mia pre-adolescenza e adolescenza, quando, cresciuta anche io a “latte e favole”, mi sentivo a disagio nella quotidianità che mi sembrava molto più squallida, meschina, volgare. In un breve, ma intenso istante, ho ricordato quante volte mi sono innamorata di personaggi di fantasia e ho pianto pensando che mai avrei provato nella realtà un sentimento così dolce e assoluto.

In seguito c’è stato un tempo (lungo 16 anni) in cui ho creduto davvero che i sogni si realizzassero e che il principe azzurro esistesse, in cui non avvertivo più alcuna frattura tra fantasia e realtà. L’anno scorso quell’epoca è finita forse per sempre.

 

Questo ho risposto al mio compagno. Sono cresciuta tra sogni e realtà, ho sofferto, sono stata felice, ho sofferto di nuovo. Ma sono ancora qui, più forte che mai. E ho tanti sogni da donare a mio figlio (e ai miei studenti).

Non credo che i sogni mi abbiano resa più fragile. Al contrario. So con certezza che se sono qui oggi, salda sulle mie gambe, più disincantata, forse anche un po’ indurita, ma innamorata di mio figlio, del mio lavoro, della vita; se dopo tanto dolore e rabbia e odio, sono ancora capace di amare e di essere felice; se ostinatamente continuo a credere nella possibilità che il mondo diventi migliore, quando il “pessimismo dell’intelligenza” dice il contrario... so che tutto questo è possibile perché anche di fronte alla realtà più dolorosa o sgradevole io posso ancora opporre l’ “ottimismo della volontà”. E questo ottimismo è figlio del sogno.

 

E so anche che il mio compagno ha capito se non ho potuto parlare con lo stesso entusiasmo dell’amore per un uomo. È troppo presto (o troppo tardi, non posso saperlo ora) e lui sa che questo non mi impedisce di dare tanto, comunque, alla persona che ho accanto.


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categorie: favole, fantasia, emozioni, educazione, futuro, figli
venerdì, 18 aprile 2008

Recensione semiseria e acida, nonché di parte, al libro “La principessa che credeva nelle favole” di Marcia Grad

L’autrice è laureata in psicologia, tiene seminari presso scuole e università e insegna tecniche di crescita personale a gruppi di manager e professionisti. Già questo curriculum dovrebbe rendere diffidenti.

Nutro poca fiducia negli specialisti delle scienze della psiche, ma le mie perplessità aumentano non di poco quando ho l’impressione che sfruttino conoscenze e competenze, vere e presunte, per riscuotere successo personale e soldoni piuttosto che per contribuire al benessere della gente.

 

“La principessa che credeva...” è un libro smaccatamente a tesi: già i nomi dei luoghi e dei personaggi alludono chiaramente ai significati che l’autrice ha inteso esprimere.

Victoria è una principessa graziosa e ben educata e va in sposa al tanto sognato Principe Azzurro. Quando il consorte si rivela immaturo, egoista e aggressivo, la principessa comincia un faticoso e doloroso viaggio attraverso il Sentiero della Verità, e dopo aver passato il Mare delle Emozioni, la Terra delle Illusioni, il Campeggio per viaggiatori smarriti, la Terra di Ciò che è, il Viale dei Ricordi e la Valle della Perfezione, giunge al Tempio della Verità dove una pergamena sacra le rivela ciò che infine ha meritato di sapere.

 

Attraverso il personaggio di Victoria e quello del suo alter ego infantile immaginario, l’ingenua, sognatrice, ribelle Vicky, Marcia Grad ha voluto rappresentare ogni donna che ha bisogno di liberarsi del mito del Principe Azzurro per comprendere che l’amore vero è qualcosa di meno perfetto, e anche di meno melenso e retorico, ma di più sincero e appagante nella sua imperfezione. E ha voluto anche spiegare che per essere felici accanto ad un compagno occorre essere anzitutto soddisfatte e realizzate in se stesse.

Una morale, direi, ineccepibile! Ed anche estremamente originale. Pare d’altronde, stando al risvolto di copertina, che questo volumetto sia un bestseller a livello mondiale.

 

Ho acquistato il libro in un autogrill (dove, altrimenti?). L’ho scelto col preciso intento di dedicarmi ad una lettura leggera, ma speravo pure, non lo nego, di trovare anche io l’arma per uccidere il Principe Azzurro.

Mi auguravo un approccio ironico dell’autrice, che invece si prende terribilmente sul serio nel tracciare il percorso verso l’ “imperfetta perfezione”.

La delusione è stata massima.

Insomma, in questi mesi di scrittura del mio blog personale ho detto esattamente le stesse cose della Grad, il percorso di Victoria l’ho vissuto sulla mia pelle: sono passata anche io dai sogni romantici della bambina al brusco, doloroso risveglio della donna; ho scoperto anche io, fino ad allora accecata dall’amore e da falsi miti, di avere accanto un uomo completamente diverso da quello che tutti avevamo creduto che fosse; ho dovuto anche io barcamenarmi tra mari in tempesta e salite erte e sdrucciolevoli sforzandomi sempre di riemergere e di rimettermi in piedi; infine anche io ho ritrovato me stessa, più forte e più volitiva, consapevole di non aver perso nulla che valesse la pena possedere. Quando mi ci metto, i toni patetici so usarli alla perfezione. Così come sono capacissima di partorire qualche frase ad effetto sul senso della vita.

Intanto però il mio blog non ha una diffusione planetaria ed io non diventerò mai milionaria grazie al mio percorso esistenziale.

 

Ma c’è un motivo in più per il quale detesto il libro e la sua autrice, come certe trasmissioni di Alda d’Eusanio (che si collocano, per me, quasi allo stesso livello): ho pianto.

“La principessa che credeva...” mi ha fatto rivivere i mesi della mia sofferenza senza aggiungere nulla di nuovo e di utile. Io ho percorso la mia strada senza l’ausilio di nessun manuale, e in verità dubito che una guida del genere possa davvero aiutare qualcuna (che non sappia già farlo da sé).

Soprattutto mi ha fatto rabbia la descrizione della principessa che compie il suo viaggio verso l’autocoscienza dovendo rispondere solo di se stessa a se stessa e che alla fine della favola riparte rafforzata e determinata verso una nuova vita.

Non mi risulta che, né qui né altrove, Marcia Grad abbia affrontato il problema di ritrovare se stesse mentre contemporaneamente si accudiscono i frutti dell’errore più grande mai compiuto nella vita, cercando di non confondere i piani.

Se non altro, però, ho capito le ragioni dello straordinario successo commerciale (nell’accezione più negativa del termine) del libro: punta tutto su un coinvolgimento emotivo viscerale e del tutto acritico.

 

In conclusione.

Non perdete tempo e denaro per questo libro. Per sbarazzarsi del Principe Azzurro è molto più utile, e divertente, seguire la serie dei film di animazione di Shrek.

Se invece avete proprio voglia di cimentarvi con questi temi in chiave patetica e di psicologia salottiera, leggetevi tutto d’un fiato il mio blog personale. Per lo meno è gratis. Ed è una storia vera.


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categorie: recensioni, libri, favole, psicologia, shrek
venerdì, 29 febbraio 2008

L'insostenibile peso dell'essere:

Il piccolo principe” è un breve romanzo – si può bene definirlo un racconto – pubblicato dal conte de Saint-Exupéry nel 1943, un anno prima di scomparire senza lasciare alcuna traccia di sé. Il libro è arricchito dagli acquerelli dello stesso autore, celebri almeno quanto la storia che illustrano.

 

Un aviatore è costretto ad un atterraggio di fortuna nel deserto del Sahara. Mentre è alle prese con la riparazione del guasto, gli si avvicina un bambino dall’età imprecisata, che gli rivolge richieste stravaganti e che rivela di provenire da un piccolissimo pianeta di cui era l’unico abitante. Dopo un approccio iniziale difficile, tra il piccolo principe e l’uomo nasce un’amicizia intensa, rivelatrice, per entrambi, del significato dell’esistenza. L’aviatore riesce infine a riparare il suo aereo, ma deve contemporaneamente dire addio al suo piccolo amico, che, morso da un serpente, cade tra la sabbia senza fare alcun rumore. Il giorno dopo il suo corpo è scomparso.

 

Molti hanno rilevato il carattere parzialmente autobiografico del racconto: l’autore era lui stesso un aviatore, proprio come il protagonista adulto (e voce narrante) della storia, ed aveva avuto una disavventura nel deserto nel 1935. Inoltre la sorte del piccolo principe appare una sorta di presagio della fine dello scrittore, di cui non è mai stato possibile ricostruire esattamente le circostanze della sparizione.

Il romanzo gode inoltre da sempre di un’ammirazione pressoché unanime, che ne ha fatto un best-seller come pochi. I toni sognanti e magici del racconto, gli insegnamenti sull’amicizia e sul senso della vita che esso contiene, ne hanno decretato un successo immediato e duraturo.

 

La storia del piccolo principe mostra come i bambini siano capaci, con la loro semplicità e la loro disarmante coerenza, di leggere la realtà molto meglio degli adulti. Questi infatti non sono più in grado di cogliere gli aspetti veramente importanti, quelli che si trovano sotto la superficie dell’egoismo, dell’avidità, della smania di successo e di potere.

Solo i bambini riescono a vedere ciò che non c’è, o per meglio dire ciò che c’è, ciò che è, guidati dall’istinto, dalla fantasia, dal sogno.

Solo i bambini possono comprendere il vero valore dei rapporti umani, che riempiono la vita e la rendono unica.

Solo i bambini non mascherano le proprie emozioni e sono capaci di arrossire di fronte ad una domanda imbarazzante.

 

Non c’è dubbio che dietro la favola c’è un testo che parla anche, se non soprattutto, agli adulti. Un testo scritto da un adulto che, con i suoi rossori (simili a quelli del piccolo protagonista) e il suo amore sviscerato per il volo, era rimasto in qualche modo bambino.

D’altra parte i giudizi che sono generalmente espressi sul racconto trascurano, a mio parere, la conclusione della storia.

Il piccolo principe stringe un accordo con un serpente del deserto: si farà mordere da lui nel giorno del primo anniversario del suo arrivo sul pianeta Terra. Un’atmosfera particolarmente malinconica domina le ultime pagine del libro, quando il bambino si avvia alla fine che lui stesso ha scelto e l’aviatore assiste impotente, incapace di impedire il dolorosissimo evento.

Il bambino, nel suo girovagare tra i pianeti, ha imparato a conoscere i propri sentimenti e a riconoscere ciò che per lui era più importante, e sulla terra ha trovato un amico. Eppure decide di morire: sa benissimo che il morso del serpente non lo riporterà vivo sul suo pianeta, che non è quello il “ricongiungimento” che lo attende.

 

In questa conclusione io leggo la morte dell’infanzia, anche se il racconto è da sempre presentato come il suo trionfo. Quella del piccolo protagonista è una resa di fronte alla complessità dell’esistenza e alla difficoltà di coniugare lo sguardo infantile con gli impegni dell’età adulta.

E sono portata a pensare che la misteriosa scomparsa dell’autore non sia stata affatto dovuta ad un incidente o ad un attacco di aerei nemici, ma sia stata piuttosto la scelta deliberata di un uomo che si è arreso all’inconciliabilità tra realtà e sogno.

 

 

“Solo i bambini sanno quello che cercano [...] Perdono tempo per una bambola di pezza, e lei diventa così importante che, se gli viene tolta, piangono...”

 

Dedicato ad un amico che si sente perso nel mare della vita da parte di chi ha appena raggiunto la riva, e sa cosa vuol dire.


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categorie: recensioni, libri, favole, fantasia
domenica, 23 dicembre 2007

Apologo del gatto e della mela

C’era una volta un anziano contadino, vedovo e con un’unica figlia che viveva in città. La sua proprietà non era molto ampia e con qualche piccola collaborazione occasionale riusciva ancora a gestirla. Tutt’intorno erano venute formandosi imponenti aziende agricole, molto estese e tecnologicamente all’avanguardia. Il vecchio contadino aveva ricevuto più volte buone offerte per vendere la sua terra, ma le aveva sempre rifiutate: era nato e vissuto sempre lì e voleva restarci.

 

Un aiuto costante e prezioso l’anziano agricoltore lo riceveva dai suoi due gatti. La femmina l’aveva chiamata Dea, per il suo pelo quasi completamente bianco e il portamento elegante. Il maschio era invece un gattaccio selvatico, abilissimo cacciatore di topi e uccelli molesti: per questo gli aveva dato il nome di Killer (o Assassino, a seconda delle giornate).

Proprio recentemente Dea aveva dato alla luce tre cuccioli che l’agricoltore aveva chiamato Miau (perché miagolava in continuazione), Ritz (perché dormiva sempre appallottolato e dato il colorito rossiccio del suo pelo assomigliava al famoso biscotto) e Yo-Yo (perché si era impossessato di un vecchio giocattolo appartenuto alla figlia del padrone e non voleva separarsene mai).

 

Una mattina Dea notò una particolare inquietudine nel suo compagno. Già da tempo, a dire il vero, aveva percepito in lui qualcosa di diverso: era distratto e qualche volta gli erano perfino sfuggiti dei topolini appetitosi.

La gatta decise di andare fino in fondo alla faccenda e gli chiese esplicitamente cosa avesse. Killer le confidò che, durante una delle sue esplorazioni delle fattorie vicine, aveva visto su un albero una mela, una mela rossa e lucida, rimasta sola su uno dei rami più alti dopo la raccolta. Quella mela sembrava così appetitosa... Se solo non fosse stata così distante!

Dea fu stupita e divertita: “Sei fuori di testa? – gli disse – È solo un insipido frutto dentro un involucro dal colore sgargiante. Non mi sembra che meriti tanto interesse. E poi i gatti non mangiano mele!”.

Killer guardò la sua compagna, a sua volta stranito e vagamente seccato: “Non capisci. – le rispose – Io non ci rinuncio: è così attraente che deve avere anche un sapore speciale. Occupati tu di sorvegliare la fattoria, io tornerò solo dopo che avrò colto la mela. Non so come, ma devo assolutamente raggiungerla”.

“Va’ pure. – replicò stizzita Dea – Mi sembra una sciocchezza, ma se per questo non devi avere pace, assaggiala. Poi mi dirai”.

 

Trascorsero diversi giorni senza che Killer si facesse vivo. Intanto accadde un fatto nuovo e drammatico. Il vecchio contadino ebbe un infarto.

Per fortuna si riprese, ma dovette riconoscere di non avere più l’età e la forza per occuparsi della sua amata terra. Se pure molto a malincuore, accettò di venderla e di andare a stare in città con la figlia e i nipoti. A patto però che Dea e i piccoli potessero seguirlo; nessuno credeva più nel ritorno di Killer, altrimenti l’agricoltore avrebbe chiesto di portare anche lui. La figlia acconsentì e una bella mattina d’autunno la fattoria fu abbandonata.

 

Quello stesso giorno Killer, ormai stanco e malconcio per le numerose arrampicate fallite sul melo, riuscì finalmente a colpire con una zampa il frutto desiderato, che cadde tra l’erba.

Il gatto si precipitò a raccogliere la mela e solo allora si accorse che l’altro lato del frutto era completamente marcito e terribilmente maleodorante.

Deluso, frustrato e affamato (per diversi giorni non aveva trovato molto con cui sfamarsi) si diresse verso casa. Non vedeva l’ora di farsi consolare dalla sua Dea e di divorare un piatto di polpettine del padrone.

Quando arrivò, trovò però tutto sprangato e nessuna traccia da seguire.

 

Solo e disperato, terminò i suoi giorni di lì a poco.

 

 

Se sei un gatto avventuriero, o una mela marcia, il tuo destino è di finire disfatto e dimenticato tra l’erba alta. Si chiama giustizia.


postato da: CuoreMagico alle ore 06:51 | link | commenti (3)
categorie: favole