mercoledì, 02 luglio 2008

“Se puoi sognarlo, puoi farlo” (Walt Disney)

L’altro giorno raccontavo al mio compagno della passione di mio figlio per le storie fantastiche. Mi attribuisco con orgoglio il merito di averla coltivata, anche se non è stato difficile visto che appartiene anche a me. Sono convinta che mio figlio ami le storie di fantasia anche perché ha sentito che non gliele ho proposte al semplice scopo di far “passare il tempo”, ma con un autentico trasporto, perché provasse anche lui la gioia del sogno.

Il mio bambino non va a dormire senza aver ascoltato almeno una favola; partecipa e si emoziona profondamente alle vicende dei personaggi; si è incuriosito ed entusiasmato nel ricevere “in eredità” i libri di favole appartenuti a me quando avevo la sua età.

 

Ad un certo punto il mio compagno, che viene da una formazione familiare e scolastica molto diversa dalla mia, mi ha interrotta (sproloquiavo ormai da 15 minuti buoni) e mi ha posto una domanda bella e terribile.

Mi ha chiesto se non temo che mio figlio possa incontrare un giorno delle difficoltà a confrontarsi con la realtà, dopo aver dato tanta importanza alla fantasia e al sogno nella sua educazione.

Questa domanda mi ha riportato agli anni della mia pre-adolescenza e adolescenza, quando, cresciuta anche io a “latte e favole”, mi sentivo a disagio nella quotidianità che mi sembrava molto più squallida, meschina, volgare. In un breve, ma intenso istante, ho ricordato quante volte mi sono innamorata di personaggi di fantasia e ho pianto pensando che mai avrei provato nella realtà un sentimento così dolce e assoluto.

In seguito c’è stato un tempo (lungo 16 anni) in cui ho creduto davvero che i sogni si realizzassero e che il principe azzurro esistesse, in cui non avvertivo più alcuna frattura tra fantasia e realtà. L’anno scorso quell’epoca è finita forse per sempre.

 

Questo ho risposto al mio compagno. Sono cresciuta tra sogni e realtà, ho sofferto, sono stata felice, ho sofferto di nuovo. Ma sono ancora qui, più forte che mai. E ho tanti sogni da donare a mio figlio (e ai miei studenti).

Non credo che i sogni mi abbiano resa più fragile. Al contrario. So con certezza che se sono qui oggi, salda sulle mie gambe, più disincantata, forse anche un po’ indurita, ma innamorata di mio figlio, del mio lavoro, della vita; se dopo tanto dolore e rabbia e odio, sono ancora capace di amare e di essere felice; se ostinatamente continuo a credere nella possibilità che il mondo diventi migliore, quando il “pessimismo dell’intelligenza” dice il contrario... so che tutto questo è possibile perché anche di fronte alla realtà più dolorosa o sgradevole io posso ancora opporre l’ “ottimismo della volontà”. E questo ottimismo è figlio del sogno.

 

E so anche che il mio compagno ha capito se non ho potuto parlare con lo stesso entusiasmo dell’amore per un uomo. È troppo presto (o troppo tardi, non posso saperlo ora) e lui sa che questo non mi impedisce di dare tanto, comunque, alla persona che ho accanto.


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categorie: favole, fantasia, emozioni, educazione, futuro, figli
venerdì, 09 maggio 2008

Grazie al piccolo P.

Era tempo che spiegassi ad un mio ex-alunno, con il quale ho mantenuto rapporti epistolari, i motivi per i quali in questi ultimi mesi sono diventata molto meno assidua nella nostra corrispondenza. Era così entusiasta di mettermi a parte delle sue riflessioni filosofiche e politiche e non capiva perché le mie risposte si lasciassero attendere sempre tanto.

Non gli ho scritto prima quello che mi è accaduto, perché mi sentivo a disagio ad affrontare un discorso così personale e doloroso con un ragazzino di 17 anni. Un ragazzino, peraltro, che ha imparato anche dalle nostre lunghe chiacchierate a credere al grande amore. Un paio di giorni fa, però, gli ho raccontato la verità, perché doveva sapere che i miei tempi si sono ristretti e che a volte comunque l'umore non era dei migliori, ma che è solo per questo che non gli ho scritto tanto spesso.

La sua risposta è stata molto discreta e la chiusa mi ha resa commossa e felice: "Continua a essere forte, te lo dice uno che ti considera la più forte di tutti, da anni".


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categorie: emozioni

La mia strada (parte seconda)

Durante l’inverno più lungo e più triste, è stato il mio bambino la prima ragione di vita; per lui mi sono imposta di dominare il dolore e di riprendere in mano, saldamente, le redini della mia vita, della nostra vita. È stato lui il faro che mi ha guidata fuori dal tunnel della disperazione, quando rischiavo di soccombere alle meschinità e alla malvagità di persone di cui mi ero fidata.

Sono consapevole di avere avuto bisogno del mio cucciolo, in questi mesi, forse più di quanto lui ne abbia avuto di me. Di certo ci siamo stretti l’uno all’altra ed ora possiamo essere orgogliosi dei progressi compiuti.

 

Abbiamo condiviso le storie fantastiche e avvincenti di libri e film; abbiamo impegnato interi pomeriggi costruendo macchine spettacolari con i mattoncini; abbiamo trascorso ore al parco dei divertimenti tra la casa dei fantasmi, il veliero di Capitan Uncino, il selvaggio West; abbiamo fatto lunghe passeggiate chiacchierando e cantando; abbiamo mangiato pizza e patatine in tenda in salotto davanti alla TV; abbiamo organizzato feste al Baby-Park e pic-nic all’aperto con gli amichetti preferiti...

 

È cresciuto tanto, il mio bambino, dallo scorso, maledetto, autunno. Si è fatto più alto, ha assunto tratti del viso più maturi. Il suo vocabolario si è ampliato moltissimo, tanto da stupire le sue maestre per la proprietà del linguaggio. La sua intelligenza e la sua sensibilità si sono affinate.

Sono convinta che gli avvenimenti che, nostro malgrado, hanno rischiato di travolgerci, abbiano in qualche misura accelerato la sua crescita. Entrambi abbiamo dovuto compiere uno scatto in avanti, per non restare schiacciati dall’abbandono e dalla solitudine.

È proprio così. Una volta, una cara persona che ho conosciuto grazie a questo blog (e nei riguardi della quale sono molto colpevole, perché non le ho dedicato la stessa attenzione che lei ha riservato a me) mi ha scritto che quello che non ci uccide ci rende più forti. Allora non ero così fiduciosa che saremmo riusciti ad evitare il crollo, ma il tempo le ha dato ragione... e ci ha restituito la vita.

 

Mio figlio è solo un bambino e non conosce tutta la verità sui cambiamenti improvvisi e dolorosi che ci sono stati imposti. Ha sofferto, si è fatto mille domande, ma io sono riuscita a rispondere in maniera comprensibile e convincente a tutte; e oggi è molto sereno.

Lo hanno notato anche i terapisti che lo seguivano già prima del “diluvio” a causa di piccoli problemi di sviluppo psico-motorio e che lo seguono a maggior ragione adesso, affinché non siano vanificati i progressi compiuti e affinché possa essere “metabolizzata” meglio la nuova situazione familiare. Mi hanno riconosciuto che ho fatto, e sto continuando a fare, un buon lavoro.

Mi hanno dato anche la conferma che ho fatto bene ad essere sempre sincera con lui, spiegandogli (seppure in maniera semplificata e edulcorata) la verità sulla separazione dei suoi genitori e non nascondendogli (anche se, davanti a lui, controllandolo) il mio dolore. In questo modo, ed era appunto questo il mio scopo, il mio bambino saprà sempre che sua madre non gli ha mentito mai; che sua madre, anche quando ha sofferto, non lo ha trascurato e non lo ha abbandonato; insomma, che su di me potrà davvero contare in ogni momento.

 

A volte, pensando ai tanti inverni che ancora verranno, mi prende la paura che potrei non farcela. Che i ritmi forsennati a cui sono obbligata per il fatto di essere sola a gestire figlio, casa e lavoro non potrò reggerli a lungo.

Tuttavia, se ho superato questo primo inverno, se sono riuscita, anche se con immenso strazio, ad archiviare il passato (anche se non perdonerò MAI!), consapevole che esistano ormai solo il presente ed un futuro da costruire, posso avere fiducia che riuscirò ad affrontare tutte le difficoltà del domani.

 

Un passo alla volta, tenendo per mano il mio bambino finché sarà necessario, fino a dargli l’ultima spinta per spiccare il volo: in alto, lontano, coraggioso e libero, felice.

 

Che la vita ti sorrida sempre, piccolo mio! E che tu sorrida sempre alla vita!

Grazie di esistere.


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categorie: emozioni, futuro, figli
giovedì, 01 maggio 2008

La mia strada (parte prima)

Ho cominciato a lavorare a 29 anni. Non pochi, in assoluto; ma con i tempi che corrono mi ritengo una privilegiata. A maggior ragione perché sono entrata in ruolo passando direttamente, come sono solita dire, “dal banco alla cattedra”.

Ho vinto un concorso, e credo di averlo meritato: per due anni ho lavorato puntando esclusivamente a quell’obiettivo e le mie prove d’esame non erano affatto malvagie. Sono però consapevole di essere stata anche fortunata: colleghi d’università non meno preparati di me, se non addirittura più ferrati, non ce l’hanno fatta.

D’altro canto, come in ogni altra vicenda della vita (e forse più che in altre), la sorte si è rivelata un fattore niente affatto trascurabile.

 

Sono entrata nella mia prima classe il 13 settembre 2001, due giorni dopo l’attacco alle Twin Towers di New York, e in me si agitavano emozioni molto diverse, ma tutte molto intense.

Avrei voluto assaporare le sensazioni di orgoglio e di timore che l'ingresso nel mondo del lavoro portava con sé; ma gli avvenimenti internazionali rendevano meschine le mie emozioni personali.

Ricordo che mi tremavano leggermente le mani, mentre parlavo a quei 27 ragazzini di primo liceo scientifico, confidando loro che in qualche modo stavamo condividendo l’esperienza del primo giorno di scuola. E mi tremavano ancora mentre accennavo ai fatti di New York, cercando di mantenermi quanto più neutra possibile nel giudizio: sottolineai soprattutto l’importanza di ritornare alla normalità nel tempo più breve possibile, per non darla vinta a chi combatte le sue battaglie seminando terrore, distruzione e morte; senza al tempo stesso rinunciare ad una riflessione profonda sulle cause e sui fatti stessi dell’11 settembre.

Ricordo i visi più o meno emozionati, turbati, interessati dei ragazzi.

Ricordo di essere uscita dall’aula con l’impressione di essermela cavata piuttosto bene nella mia prima prova sul campo.

 

Cominciava così la mia grande avventura da insegnante. Nonostante i miei (non pochi) 29 anni, ero la più giovane tra 100 professori, titolari e supplenti. Sentivo gli occhi puntati su di me e sentivo anche, nei colleghi di corso più seri, preoccupazione e diffidenza verso questa "matricola" bassina e mingherlina, dallo sguardo lievemente spaesato, che loro temevano non avrebbe saputo gestire la situazione. Soprattutto quella terribile classe seconda per nulla scolarizzata che mi era toccata (sono i "regalini" che si fanno agli ultimi arrivati, l’ho imparato poi).

In capo a due mesi la mini-prof. si fece valere.

Dentro di me restavo consapevole di avere ancora tutto da imparare, e spesso ero preoccupata di non essere all’altezza del mio ruolo; ma di questo non traspariva nulla all’esterno e colleghi ed allievi impararono a conoscermi come un’insegnante preparata e appassionata delle sue materie; seria e precisa; autorevole e determinata. Così guadagnai la stima e la fiducia di alcuni compagni di viaggio, e l’antipatia e l’invidia di tanti altri.

 

Dopo sei anni trascorsi nella mia prima scuola ho ottenuto il trasferimento nel liceo vicino casa e alcune situazioni si sono riproposte.

Mi è stato affidato per la prima volta il triennio e di nuovo ho temuto di non essere all’altezza del compito. La classe più scalcagnata e meno scolarizzata del liceo è toccata a me. I colleghi più anziani mi hanno guardata inizialmente con diffidenza e paternalismo, a maggior ragione visto che dimostro ancora i 30 anni che avevo quando ho cominciato ad insegnare.

Questa volta mi sono bastate due settimane per farmi conoscere, e apprezzare da chi ha voluto farlo. Ed ora che l’anno volge al termine il mio bilancio è assolutamente positivo.

Più che mai sono consapevole di avere tanto da imparare. Ma sono anche orgogliosa di quanto ho appreso in questi sette anni: dai libri, perché non si impara mai tanto e tanto bene come quando si ha l’obiettivo di condividere la conoscenza; e dai tanti ragazzi e dai tanti colleghi che hanno compiuto una parte più o meno lunga della strada insieme a me.

E sono più che mai convinta che la sorte e le mie energie mi abbiano portata a svolgere il lavoro per il quale sono nata.

 

Avevo altri progetti, fino a dieci anni fa. Mi sarebbe piaciuto restare dentro l’Università, diventare col tempo ricercatrice o che so io.

Non ce l’ho fatta, perché per sfondare nell’Università, come purtroppo è noto, occorre essere dei geni o dei raccomandati: ed io non appartengo a nessuna delle due categorie.

Ero amareggiata, perfino furiosa - soprattutto quando scoprii che mi era stata offerta l’opportunità di pubblicare qualcosa su un argomento che in realtà interessava alla nipote di una docente dell’Ateneo per la sua tesi… sicché il mio lavoro non sarebbe mai uscito a mio nome. Me ne andai senza lasciare una riga di ciò che avevo scritto: che l’illustre raccomandata s’arrangiasse!

Ma non tutti i mali vengono per nuocere, si dice.

Con la mia laurea in Lettere non potevo fare altro, a quel punto, che tentare la via dell’insegnamento. Credevo che l’avrei considerato per tutta la vita un ripiego, che mi avrebbe ricordato sempre la delusione delle mie speranze.

Invece è diventato per me, semplicemente, il lavoro più bello del mondo.

 

Grazie ai colleghi più anziani che in questi anni mi hanno consigliata e incoraggiata; grazie ancora a loro per la fiducia, la stima e l’amicizia.

Grazie ai miei studenti, di cui ricordo ancora tutti i nomi (anche se temo che la memoria non potrà sostenermi in questo senso ancora per molto), che mi hanno regalato e continuano a regalarmi ogni giorno una stilla di giovinezza, anche quando mi fanno disperare; grazie in particolare a quelli che non sono più miei allievi, ma che ancora mi scrivono e vengono a trovarmi, che vorrebbero che tornassi nella loro classe, che mi permettono di accompagnarli ancora nel loro percorso di crescita.

Grazie, perché se la mia vita ha un senso e una direzione è anche merito vostro.


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categorie: scuola, lavoro, emozioni
giovedì, 17 aprile 2008

Hic et nunc

Avevo un grande bisogno di essere abbracciata forte e di sentirmi importante. Grazie per avermi regalato questa emozione.

Il futuro, qui e ora, non esiste e non importa.


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categorie: emozioni
venerdì, 11 aprile 2008

Piccoli professori crescono

Qualche mattina fa due dei miei studenti, un ragazzo ed una ragazza, hanno tenuto una lezione al posto mio con splendidi risultati.

Avevo fornito loro del materiale bibliografico e per il resto hanno proceduto autonomamente, indirizzati da me solo in un paio di occasioni. Ne sono venuti fuori due lavori notevoli.

Soprattutto la relazione del ragazzo è stata pregevole: ha parlato per più di un’ora, con proprietà di linguaggio e sviluppando il discorso in maniera coerente e compiuta.

Nel corso della sua esposizione, invece, la ragazzina si è emozionata e ha avuto un vuoto di memoria: mi ha guardata mortificata e avvilita, ma l’abbiamo tutti incoraggiata (i compagni le hanno anche fatto un applauso) ed è arrivata brillantemente alla conclusione.

 

Avevo proposto ai due studenti questa sfida perché li considero complessivamente i migliori della classe: desiderosi di apprendere e di emanciparsi dalle proprie origini modeste attraverso la cultura, prima ancora che desiderosi di buoni voti.

Hanno lavorato per settimane per preparare la loro lezione, mi hanno sottoposto le bozze. Il ragazzo, in particolare, non soddisfatto della prima versione, ne ha elaborata un’altra effettivamente molto meglio strutturata e quando mi sono complimentata con lui per il salto di qualità i suoi occhi scintillavano.

 

Ho presentato loro il compito come un gioco, divertente e serio al tempo stesso, come ogni gioco che si rispetti.

Loro si sarebbero messi in cattedra al posto mio, io seduta nei loro banchi. E loro avrebbero dovuto anche cercare di abbandonare quel tono un po’ cantilenante tipico dell'esposizione degli argomenti da parte degli studenti e assumere toni più spigliati e spontanei.

 

Il gioco è riuscito. I compagni hanno fatto festa ed io ho premiato i miei due “sostituti” con un bellissimo voto.

Sono uscita dall’aula anche io entusiasta, mentre ancora si festeggiava e i due protagonisti, rossi in viso e felici, si godevano il loro momento di gloria.

 

La prossima volta, in quella stessa classe, mi tocca tenere una noiosa “lezione curricolare di recupero e di consolidamento delle conoscenze e delle abilità”, dedicata in particolare agli studenti in difficoltà.

Cercherò di organizzarla, come sempre, nella maniera più vivace e nuova possibile; d’altro canto è mio dovere fare tutto il possibile per portare avanti l'intero gruppo, senza che nessuno rimanga indietro.

Ma alternando le attività evito il rischio della noia e della ripetitività e soprattutto evito che i ragazzi più capaci e ambiziosi, come spesso accade nella nostra scuola attuale, si demotivino perché costretti ad ascoltare sempre le stesse cose e non stimolati a migliorare a loro volta.


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categorie: scuola, emozioni
martedì, 08 aprile 2008

Mi manchi

Mi ero ripromessa di non lasciarmi più conquistare dalla dolcezza e di restare sempre molto vigile, perché un’altra batosta non la reggerei.

Ma è difficile! Soprattutto quando un uomo sa usare così bene verbi e aggettivi.

 

Ebbene sì, la prof. che è in me valuta con attenzione anche gli sms... e l’amico di queste giornate primaverili sa come scriverli! Due in particolare hanno rischiato di farmi cedere completamente alla tenerezza.

Mi sto invece sforzando di restare lucida, di scherzare, divertirmi, vivere evitando coinvolgimenti eccessivi. Una persona che è sparita e ricomparsa due volte non mi rende molto sicura. E in ogni caso siamo solo agli inizi.

 

Lo rivedrò presto e devo ammettere che non ne vedo l’ora, perché il nostro tempo insieme non è mai molto, ma è sempre molto intenso. Mi accorgo di pensare a lui la sera prima di dormire e la mattina quando mi sveglio; di sentire la sua mancanza se trascorrono troppi giorni tra un incontro e l’altro.

Evito di lasciar trasparire tutto questo con lui: qualcosa dico e su altro taccio, un po’ scherzo e un po’ parlo sul serio, mi lascio andare a tratti alla tenerezza e a tratti ritorno ironica e perfino un pizzico sarcastica.

 

D’altra parte non credo di essere innamorata. E anzi ho paura che il mio bisogno di amore e di sicurezza possano giocarmi qualche brutto scherzo e farmi credere di provare sentimenti che in realtà non provo. Mi serve del tempo per capire.

Cosa senta lui, d’altro canto, non lo so esattamente; e probabilmente il mio comportamento (oltre ad una sua certa timidezza) non lo aiuta ad esprimersi.

In ogni caso ci divertiamo molto e per adesso può essere sufficiente.


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categorie: emozioni
giovedì, 03 aprile 2008

Occhi azzurri

Il mese di aprile è cominciato in maniera davvero imprevedibile.

 

La storia con l’amico al quale dedicavo la recensione del “Piccolo principe” non è decollata. E ad essere onesti era stato follia pensare che potesse funzionare. Per la distanza geografica, certamente, ma anche perché il nostro rapporto appariva già sbilanciato. Da un lato c’era lui con il suo entusiasmo a volte imbarazzante e il suo desiderio di entrare nella mia vita troppo in fretta e troppo in profondità; dall’altra c’ero io, gelosa della mia libertà e attenta anzitutto al benessere del mio adorato bambino, al quale non intendo sconvolgere ulteriormente la vita.

 

Ho però fatto la pazzia di rivedere l’imprenditore “sparito-ricomparso-sparito-ricomparso”. Non sapevo cosa aspettarmi da quell’incontro, e forse è stato meglio così. Tutto è avvenuto in maniera assolutamente spontanea.

E ora spesso il mio pensiero va a due occhi azzurri che mi guardano con tenerezza, a una barba brizzolata e un po’ ispida che mi punge il viso, alle nostre dita intrecciate e strette.

 

Siamo solo all’inizio e, come è giusto, ognuno di noi conserva la propria vita e le proprie abitudini. I nostri figli rimangono la priorità assoluta e per noi ritagliamo il tempo che si riesce, il tempo che si può, tra una lezione di latino e un appuntamento in banca.

Non costruiamo castelli in aria e non ci riempiamo la bocca di parole troppo grandi (e nelle quali, dopo le esperienze del passato, è un po’ difficile credere), ma aspettiamo comunque con emozione, con trepidazione, il momento in cui ci incontreremo di nuovo.

Non ci sono pretese, non ci sono progetti a lungo termine. Solo la voglia di riappropriarci di uno spazio nostro, dello spazio a cui hanno diritto ciascun uomo e ciascuna donna per sentirsi pienamente tali.


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categorie: emozioni, occhi
lunedì, 24 marzo 2008

Festa di primavera

Subito dopo il vergognoso tradimento subìto, il mio primo impulso è stato quello di trovare quanto prima un nuovo compagno. In questo modo avrei consegnato definitivamente al passato l’errore di avere amato l’uomo sbagliato e tutto il dolore e l’umiliazione che i recenti avvenimenti mi avevano provocato.

Come ho capito solo in séguito, quando ho riacquistato maggiore lucidità, non era quello il percorso corretto: dovevo toccare il fondo della sofferenza per riemergere. Inoltre, ovviamente, non ero nelle condizioni di spirito giuste per dare inizio ad una storia e non potevo che incontrare, sulla mia strada, dei disperati più disperati di me.

 

Così è stato. Il primo con cui sono uscita aveva alle spalle una storia incredibilmente simmetrica alla mia, anche per i tempi in cui si era svolta; riaccompagnandomi a casa mi salutò con gli occhi lucidi di lacrime. Quasi mi avrebbe sposata quella sera stessa: naturalmente non perché avessi colpito il suo cuore e i suoi sensi, bensì per riempire un vuoto per lui insostenibile, ancor più che per me. Mi sono ben guardata dal rivederlo, nonostante le sue telefonate insistenti; dopo due settimane si è rassegnato e non mi ha chiamata più.

 

Poi è venuto l’imprenditore, di cui su questo blog ho parlato in un paio di occasioni. Siamo usciti tre volte e c’è scappato anche un bacio. Mi piaceva il suo approccio, che mi sembrava equilibrato e razionale: non abbiamo più l’età per i colpi di testa e abbiamo entrambi un figlio da crescere che rappresenta la priorità assoluta (detta da un uomo - i miei 25 lettori lo capiranno - è suonata alle mie orecchie come un’affermazione sconvolgente); nulla toglie però che si possa trascorrere del tempo piacevole insieme, senza fare progetti e affidando proprio al tempo il compito di definire meglio il rapporto. Sparì. Ricomparve col capo cosparso di cenere. Sparì di nuovo. È riapparso per gli auguri pasquali. Inutile dire che ho “archiviato” anche lui: se i sei anni dedicati al lavoro e alla sua bambina che ha in affidamento esclusivo lo hanno reso così insicuro nei fatti, le parole contano assai poco. Ho imparato a mie spese quale distanza possa separare i bei proclami dall’azione concreta. Perseverare sarebbe diabolico.

 

Come terzo è arrivato un altro imprenditore, un 45enne che per una intera sera mi ha intrattenuta raccontandomi dei suoi innumerevoli viaggi. È difficile che qualcuno, uomo o donna che sia, riesca a farmi stare zitta interessandomi con i propri argomenti (lo ammetto: sono molto esigente e selettiva), ma lui c’era riuscito. Tuttavia abbiamo capito di non avere nulla in comune per pensare anche solo lontanamente di intrecciare una relazione. La presa di coscienza è avvenuta quando mi ha invitata ad andare a ballare sui tavoli con la sua comitiva di amici. Considerando che io non ho ballato sui tavoli (né sotto né intorno) neppure a vent’anni, a maggior ragione non intendevo cominciare con una combriccola di (quasi) cinquantenni che in questo modo cerca di esorcizzare la paura del tempo che passa.

 

Quindi è arrivato l’amico a cui ho dedicato la mia recensione del “Piccolo principe”.

Condividiamo molto, anzitutto un’indole fortemente umorale. È stato lui a dirmi, in riferimento al mio ex-marito, che il fatto di essere (o di presentarsi) come persona razionale ed equilibrata non è un pregio, se va a scapito dell’emozione e del sentimento. Detto da lui, ovviamente, è un giudizio di parte, come se lo dicessi io; ma è comunque la conclusione alla quale sono giunta a mia volta. Al diavolo l’equilibrio e la razionalità, se devono significare freddezza e calcolo opportunistico; al diavolo a maggior ragione, se poi la follia esplode tutta in una volta travolgendo ogni cosa.

Abbiamo un rapporto stranissimo, in continua altalena.

Il fatto è che siamo due anime ferite, perché siamo stati traditi in ciò che per noi contava di più. È difficile rimettersi in gioco quando si è imparato a proprie spese che l’amore può finire in un modo devastante, col nostro cuore calpestato in maniera inesorabile e spietata. È ancora più difficile nel nostro caso perché ci separa una distanza geografica non trascurabile e la consapevolezza che il nostro piccolo mondo di affetti familiari e amicali è tutto ciò che attualmente abbiamo: nessuno di noi è disposto a sradicarsi, scommettendo su un rapporto che potrebbe finire (l’abbiamo imparato!) e lasciarci quindi di nuovo soli e per giunta lontani dalle poche certezze faticosamente riconquistate.

La più cauta, a dire il vero, sono io. Sono io a frenare i suoi timidi entusiasmi, le sue piccole aperture.

Non so dire da cosa dipenda esattamente. Forse sento che comunque non sarebbe la persona giusta. Forse sento che non è il momento giusto.

In questi ultimi mesi mi sono ricostruita una vita a mia piena misura. Anche se mi costa delle terribili levatacce per riuscire ad incastrare tutti gli impegni, è una vita assolutamente appagante. Mi godo mio figlio, giorno dopo giorno, con gioia e soddisfazione; ricevo tanti riconoscimenti umani e professionali sul lavoro; riesco a coltivare, seppure solo telefonicamente, splendide amicizie; le letture mi arricchiscono e contribuiscono a farmi sentire viva. Spesso mi trovo a pensare che non mi serva altro per essere serena e perfino felice.

Forse non ho bisogno di altro. O forse ho paura di rimettere tutto in discussione, di tentare una nuova strada che potrebbe rivelarsi fallimentare e dolorosa come quella che ho da poco abbandonato.

Attualmente non so districare questa matassa aggrovigliatissima. Forse occorre solo del tempo. O forse la mia disposizione d’animo è sbagliata e mi preclude, a priori, felicità più grandi.

 

 

La Pasqua per me non è una festa, perché non sono credente. Per questo non ho rivolto auguri a nessuno da questo blog (a Natale l’ho fatto, ma ovviamente solo perché c’era un intento polemico).

Questi giorni mi piace chiamarli “festa di primavera”. Per ora piove a dirotto e l’aria è greve, ma presto dovrebbe tornare il sole caldo della bella stagione.

Ai miei 25 lettori (tranne, ovviamente, quelli che passano di qui senza essere invitati e assolutamente non graditi) l’augurio che la primavera possa splendere nelle loro vite, oggi e sempre. E, mi si perdoni un ennesimo peccato di egocentrismo, che un raggio di luce illumini anche la mia confusione e sciolga un po’ del ghiaccio che altri hanno prodotto nel mio cuore.


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categorie: auguri, emozioni, futuro
mercoledì, 12 marzo 2008

Adgnosco veteris vestigia flammae (Verg., Aen. IV 23)

"Riconosco i segni dell'antica fiamma" confessa la regina Didone alla sorella Anna nel poema virgiliano. Aveva amato il marito Sicheo, l'aveva perduto, aveva giurato eterno amore alle sue ceneri. L'arrivo di Enea sconvolge gli equilibri, Didone si innamora di nuovo. Anche questo amore avrà fine in maniera drammatica: Enea l'abbandonerà e la regina si toglierà la vita.

Ho conosciuto un uomo e forse riconosco anche io i sintomi dell'amore. Ma la paura di un altro fallimento, di un altro tradimento, è grande. Non riesco ad essere spontanea, non mi sento libera di lasciarmi andare.


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categorie: emozioni