Qualche giorno fa parlavo col mio compagno che mi chiedeva, tra il serio e il faceto, della chiusura dell’anno scolastico.
Di qui è partita una discussione molto impegnativa, che purtroppo, per ragioni di tempo, non abbiamo potuto completare. Ma non ne mancherà l’occasione.
L’insuccesso scolastico degli studenti, a suo dire, dipenderebbe esclusivamente dalla scuola. Non dagli insegnanti, bensì dalle strutture.
Se un istituto scolastico non offre collegamento alla rete, corsi avanzati di inglese, tirocini professionali seri..., non è in grado di svolgere il proprio ruolo.
In linea di principio non posso dargli torto. Mi piacerebbe molto non dover contendere ai colleghi l’unico apparecchio televisivo in dotazione all’istituto (per giunta rimesso insieme col nastro adesivo. NON SCHERZO!). Mi piacerebbe che i ragazzi non dovessero portarsi il computer da casa per presentare i loro lavori multimediali. Mi piacerebbe una scuola in costante contatto col mondo del lavoro.
Ma non è realistico, e forse non lo sarà mai. Come osservava giustamente il mio compagno, non c’è denaro per pagare i professori per i corsi di recupero estivi; certamente non ce n’è per ristrutturazioni più profonde.
Tuttavia le mie conclusioni si sforzano di essere meno disfattiste di quelle del mio interlocutore.
Se non possiamo avere una scuola attrezzata, non per questo dobbiamo rinunciare del tutto al nostro compito formativo. Il danno sarebbe solo maggiore.
(E credo anche, sia detto tra parentesi perché il discorso porterebbe troppo lontano, che non di rado la questione delle carenze strutturali sia solo un comodo alibi per nascondere la mancanza di motivazione al lavoro degli insegnanti e il disinteresse delle famiglie nei confronti della formazione).
Sono docente di Italiano e Latino e per me è indubbiamente più facile, perché non insegno materie tecniche che hanno necessariamente bisogno di supporti particolari. Quando non si può avere di più, a me bastano un libro e la giusta atmosfera.
Penso però ai miei colleghi di scienze e di fisica, che portano il materiale per gli esperimenti da casa; penso ai ragazzi che a turno portano a scuola il lettore dvd o il pc.
È una vergogna, certamente. Ma da parte nostra è una forma di resistenza che ha un valore ed un significato inestimabili.
Dubito che ci sarà mai un governo, di qualsivoglia colore (ammesso che i colori significhino ancora qualcosa), che investirà davvero sulla istruzione e sulla sanità pubblica. Non c’è una volontà reale di garantire al cittadino questi due indispensabili servizi ad un livello accettabile di qualità. Troppi interessi, non solo economici, premono in altra direzione.
Non per questo però bisogna mollare. Al contrario!
Quando ho letto ad esempio l’ultimo compito in classe dei miei allievi di quest’anno, mi sono resa conto che qualche piccolo “miracolo” è possibile: hanno imparato tanto e molti hanno anche rielaborato in maniera personale e originale gli spunti che ho offerto loro.
Dunque questi ragazzi sono, oggi, un po’ più preparati e un po’ più maturi rispetto al 15 settembre. Non mi sembra cosa da poco.
Passando ad un altro aspetto del gigantesco problema-scuola, il mio compagno sostiene che il biennio della scuola superiore dovrebbe essere uguale per tutti per fornire ai ragazzi la stessa preparazione di base in tutte le discipline, compreso ad es. il latino.
La questione è antica.
Personalmente resto convinta che se la scuola media inferiore funzionasse come dovrebbe (e purtroppo non è così, è quella che attualmente funziona peggio, fatte salve le rare eccezioni), essa potrebbe assolvere proprio questo compito. Ricordo di aver preso la licenza media con discreti rudimenti di biologia, di storia dell’arte, di musica, di disegno tecnico, oltre che delle materie cosiddette fondamentali (matematica, inglese etc.).
Indubbiamente la scelta del corso di studi superiore a 13 anni comporta qualche rischio, soprattutto se manca, alle spalle dello studente, una famiglia consapevole. D’altra parte anche qui la scuola media potrebbe ricoprire un ruolo molto importante, segnalando attitudini e interessi degli allievi e indirizzandoli opportunamente. Dovrebbe farlo. Indubbiamente spesso non lo fa.
Il biennio superiore, però, deve a mio parere restare differenziato. Non bastano i tre anni successivi a fornire una formazione specifica e specializzata.
L’ultimo punto che abbiamo toccato riguarda la meritocrazia. I miei 25 lettori sanno già come la penso.
Nessuna scuola, scalcagnata o super-attrezzata, riuscirà davvero nel suo compito formativo se manderà avanti indiscriminatamente i ragazzi che studiano e quelli che non hanno il minimo interesse per la scuola; se farà crollare le motivazioni e le ambizioni degli studenti impegnati che si vedranno promossi al pari degli altri; se rinuncerà a mettere i giovani davanti ai loro errori e alle loro responsabilità; se cederà ai ricatti dell’arroganza o del pietismo attuati da famiglie che considerano il “pezzo di carta” l’unico obiettivo da perseguire, e a qualunque costo.
Questo non significa trascurare problemi e disagi dei ragazzi (che però non devono diventare un ennesimo comodo alibi).
Significa invece che a noi docenti, costretti per lo più a lavorare con mezzi insufficienti e circondati da una scarsa considerazione sociale, si richiede una volta di più di resistere, resistere, resistere.
L’altro giorno raccontavo al mio compagno della passione di mio figlio per le storie fantastiche. Mi attribuisco con orgoglio il merito di averla coltivata, anche se non è stato difficile visto che appartiene anche a me. Sono convinta che mio figlio ami le storie di fantasia anche perché ha sentito che non gliele ho proposte al semplice scopo di far “passare il tempo”, ma con un autentico trasporto, perché provasse anche lui la gioia del sogno.
Il mio bambino non va a dormire senza aver ascoltato almeno una favola; partecipa e si emoziona profondamente alle vicende dei personaggi; si è incuriosito ed entusiasmato nel ricevere “in eredità” i libri di favole appartenuti a me quando avevo la sua età.
Ad un certo punto il mio compagno, che viene da una formazione familiare e scolastica molto diversa dalla mia, mi ha interrotta (sproloquiavo ormai da 15 minuti buoni) e mi ha posto una domanda bella e terribile.
Mi ha chiesto se non temo che mio figlio possa incontrare un giorno delle difficoltà a confrontarsi con la realtà, dopo aver dato tanta importanza alla fantasia e al sogno nella sua educazione.
Questa domanda mi ha riportato agli anni della mia pre-adolescenza e adolescenza, quando, cresciuta anche io a “latte e favole”, mi sentivo a disagio nella quotidianità che mi sembrava molto più squallida, meschina, volgare. In un breve, ma intenso istante, ho ricordato quante volte mi sono innamorata di personaggi di fantasia e ho pianto pensando che mai avrei provato nella realtà un sentimento così dolce e assoluto.
In seguito c’è stato un tempo (lungo 16 anni) in cui ho creduto davvero che i sogni si realizzassero e che il principe azzurro esistesse, in cui non avvertivo più alcuna frattura tra fantasia e realtà. L’anno scorso quell’epoca è finita forse per sempre.
Questo ho risposto al mio compagno. Sono cresciuta tra sogni e realtà, ho sofferto, sono stata felice, ho sofferto di nuovo. Ma sono ancora qui, più forte che mai. E ho tanti sogni da donare a mio figlio (e ai miei studenti).
Non credo che i sogni mi abbiano resa più fragile. Al contrario. So con certezza che se sono qui oggi, salda sulle mie gambe, più disincantata, forse anche un po’ indurita, ma innamorata di mio figlio, del mio lavoro, della vita; se dopo tanto dolore e rabbia e odio, sono ancora capace di amare e di essere felice; se ostinatamente continuo a credere nella possibilità che il mondo diventi migliore, quando il “pessimismo dell’intelligenza” dice il contrario... so che tutto questo è possibile perché anche di fronte alla realtà più dolorosa o sgradevole io posso ancora opporre l’ “ottimismo della volontà”. E questo ottimismo è figlio del sogno.
E so anche che il mio compagno ha capito se non ho potuto parlare con lo stesso entusiasmo dell’amore per un uomo. È troppo presto (o troppo tardi, non posso saperlo ora) e lui sa che questo non mi impedisce di dare tanto, comunque, alla persona che ho accanto.
Gli ultimi giorni dell’anno scolastico, come ha ben detto un mio collega, sono strazianti.
Ai numerosi, ineludibili e noiosissimi impegni legati alla chiusura delle attività didattiche si aggiunge il teatrino, ora grottesco ora semplicemente squallido, di alcuni genitori e colleghi.
Volutamente non ho citato gli studenti tra gli attori. Non che non offrano anch’essi il loro spettacolo, ma, come ho scritto anche in altre occasioni, sono giovani ed inoltre sono il frutto di una cattiva educazione diffusa per cui li considero meno responsabili degli adulti che li circondano.
Ecco quindi entrare in scena, in ordine sparso: il vicepreside, con la sua lista personale di amici e conoscenti: “Che mi dici di...? Mi ha telefonato il padre ieri, era così preoccupato!”; l’anziana collega a me quasi sconosciuta che, dopo tre giorni dall’ultimo colloquio scuola-famiglia, mi chiede notizie del nipote di una vecchia amica: “Io nemmeno lo sapevo che il ragazzo fosse iscritto qui, l’ho scoperto per caso ieri e ho pensato di venire a domandare. Tu conosci la difficile situazione familiare, vero?”; genitori onnipresenti anche dopo la chiusura ufficiale dei colloqui: “Fa progressi, mio figlio? L’ho messo a ripetizione”; l’insegnante privata di 20 anni (!!!) che si stupisce dei risultati negativi del nostro comune allievo: “Sono rimasta senza parole. Ieri pomeriggio abbiamo lavorato su questo argomento per tre ore!”; la madre che si fa viva per la prima volta agli inizi di maggio dopo l’ennesima comunicazione scritta della scuola sulle gravi insufficienze del figlio ancora non recuperate: “Io vorrei capire la situazione. Ma cosa sta succedendo?”.
E poi ancora: la collega severa e intransigente che si è messa in politica ed ora, dopo aver distribuito materiale elettorale nelle classi (ma è legale?), è propensa a promuovere tutti; il collega sindacalista che dice di rimpiangere il buon tempo andato, ma sguazza a perfetto agio nel lassismo; la collega che, dopo aver dato il debito per anni allo stesso allievo ed essersi lamentata anche del suo comportamento ineducato, ora se ne dice entusiasta (c’entrerà forse la partecipazione dello studente in questione ad un costoso viaggio-studio da lei organizzato?).
Negli ultimi giorni dell'anno, più che mai, preferisco chiudermi dentro l’aula a chiacchierare con i miei ragazzi. Molti di loro, domani se non già oggi, saranno risucchiati da questo sistema ed io non riuscirò ad evitarlo (sarebbe presuntuoso anche illudersi di riuscirci); ma per adesso sono per me gli interlocutori più puliti e sinceri.
Approfitto del computer di amici e posto qualche cosina che ho scritto in queste settimane.
Qualche pomeriggio fa, quando sono andata a prendere mio figlio all’asilo, lui mi ha accolto dicendo: “Voglio anch’io la coppa”.
Naturalmente non ho capito a cosa si riferisse. Immediatamente è intervenuta la maestra, che mi ha spiegato che uno dei bambini più grandi aveva ricevuto un premio per il miglior disegno e aveva portato a scuola, tutto orgoglioso, la coppa.
Scusandosi, l’insegnante mi ha spiegato che il vincitore era stato premiato senza che la cosa fosse pubblicizzata per evitare che gli altri allievi restassero delusi. Ma il piccolo - “Sa come sono i bambini” - ha raccontato tutto ai compagni e mostrato in classe il premio.
Mio figlio, facendo eco, ha aggiunto: “Il mio compagno ha sbagliato a portare a scuola la coppa, vero?”.
Non avevo tempo, perché sono sempre di corsa, ma avrei avuto molto da ribattere.
Dunque è così che comincia il lavaggio del cervello: i meriti individuali devono essere occultati il più possibile e i giovani devono essere protetti a qualunque costo dalle delusioni. Ma in questo modo non si svilupperà mai un sano desiderio di mettersi in gioco e i ragazzi cresceranno ignari e fragili nei confronti della vita. A chi giova?
Il giorno dopo ho spiegato a mio figlio che si può vincere oppure no, ma che ciò che è più importante e più avvincente è gareggiare dando il meglio di sé. Chi vince non deve essere superbo, ma può e deve essere orgoglioso del suo successo. Chi non vince, pur deluso, non deve avvilirsi né essere invidioso. Ognuno peraltro riesce meglio in un campo o piuttosto in un altro.
Il mio bambino ama mettersi in mostra e primeggiare, ed io mi sto sforzando di coltivare nella maniera più appropriata questa sua caratteristica, perché non diventi arroganza e presunzione. Proprio in questo senso ritengo molto formativo che una piccola sconfitta non venga celata, bensì anzi spiegata e sdrammatizzata.
Un paio di settimane fa ho seguito insieme a mio figlio lo sceneggiato su Pinocchio diretto da Luigi Comencini nei primi anni ’70. Sei puntate, di circa 50 minuti ciascuna, che riproponevano le vicende del più famoso burattino del mondo.
Il mio bambino, che già conosceva la versione disneyana della storia, si è appassionato anche a quest’altra, tempestandomi di domande ogni volta che qualcosa gli era poco chiaro.
Lo sceneggiato è piaciuto anche a me e mi ha spinta a leggere, per la prima volta nella mia vita, il romanzo originale di Carlo Collodi (al secolo Carlo Lorenzini).
Il racconto fu pubblicato a puntate, tra il 1881 e il 1883, sul “Giornale per i bambini”. I primi quindici capitoli ebbero per titolo “La storia di un burattino” e la vicenda si concludeva con l’impiccagione di Pinocchio da parte del Gatto e della Volpe. Successivamente l’autore decise di dare un prosieguo alla storia e a due riprese concluse il romanzo, che ricevette il nuovo e definitivo titolo “Le avventure di Pinocchio”.
La trama è celebre, almeno nelle sue linee generali. Un vecchio falegname si costruisce un burattino di legno, a cui dà il nome di Pinocchio; ma prima ancora d’essere compiuta, la marionetta si rivela dotata di intelligenza e parola e di un carattere pigro e dispettoso. Pinocchio affronterà mille peripezie fantastiche e surreali prima di comprendere gli errori dettati dalla sua superficialità e dalla sua indolenza: solo allora
Il romanzo ha alle spalle una tradizione comica e teatrale popolaresca tutta toscana, che le conferisce una freschezza ed una vivacità che si apprezzano ancora oggi. È però anche un’opera realizzata in un periodo particolare della storia italiana: l’Unità nazionale si era appena compiuta e l’Italia si trovava ad affrontare non pochi problemi concreti.
In un anno molto vicino (1886) venne pubblicato anche un altro celebre libro per l’infanzia che si cita sempre accanto a “Pinocchio”: “Cuore” di Edmondo de Amicis. Entrambi furono concepiti per quel giovane, giovanissimo pubblico di scolari italiani che occorreva educare ad una lingua e a valori comuni, dopo secoli di frammentazione politica e culturale.
Leggere però le due opere, e soprattutto quella di Collodi, esclusivamente in questa chiave significa precludersi la loro piena comprensione.
“Le avventure di Pinocchio” ha infatti avuto vasta risonanza e grandi apprezzamenti anche presso un pubblico adulto, e ben oltre i limiti cronologici della fine dell’Ottocento. Questo ha naturalmente attirato l’attenzione e l’interesse degli studiosi che si sono interrogati, e continuano ad interrogarsi, sulle ragioni di un successo così strepitoso. Numerose sono, conseguentemente, le interpretazioni (alcune anche francamente anacronistiche o fuorvianti) che sono state proposte.
In questa sede, però, non mi interessa approfondire questo aspetto: ampia bibliografia sull’argomento è reperibile facilmente sulle antologie scolastiche o in rete.
Mi piace piuttosto mettere a confronto il romanzo con lo sceneggiato, il quale, se certamente ne riprende tutti gli episodi salienti e perfino le battute più famose, dall’altro mi sembra offrire una chiave di lettura molto interessante.
“Le avventure di Pinocchio” è quello che si definisce un romanzo di formazione, poiché descrive il processo di maturazione del suo protagonista. La maturità in questo caso consiste in senso del dovere e rispetto delle regole.
Il percorso di crescita è segnato da diverse cadute, provocate dalla volontà debole del burattino che preferisce seguire ciò che più lo diverte e lo alletta, e i cattivi consiglieri, piuttosto che i saggi insegnamenti della Fata e del Grillo parlante.
Tuttavia in molti hanno rilevato una certa ambiguità nel modo in cui l’autore ha affrontato e descritto questo percorso: è infatti evidente la simpatia dello scrittore verso il suo scapestrato, dispettoso, capriccioso burattino.
L’autore, e così il suo romanzo, oscillano tra l’intento pedagogico edificante e un’istintiva disposizione d’animo più libera e ribelle.
Lo sceneggiato di Comencini, a quasi un secolo di distanza, va ancora oltre.
Le monellerie di Pinocchio, all’inizio della versione cinematografica, non sono gravi quanto quelle descritte nel romanzo; le punizioni inflitte dalla fata sono invece ancora più dure, alcune perfino crudeli. Successivamente le birbonate del burattino diventano più serie e continuano ad essere punite sempre più severamente.
La storia del Pinocchio di Comencini mi sembra dimostrare che diventerà certamente “cattivo” un bambino a cui si ripete continuamente ed aspramente, e senza dare spiegazioni, che si comporta male; un bambino che viene punito in maniera sproporzionata per delle sciocchezze. Il bambino, a questo punto, sente di non avere nulla da perdere.
Una battuta dello sceneggiato mi ha colpita particolarmente (e naturalmente manca nel romanzo): quando Pinocchio, dopo aver ritrovato il suo babbo dentro il ventre della balena, racconta a Geppetto le sue avventure e gli interventi della fata, il padre commenta: “Più che una fata, mi sembra una strega”.
Per chi, come me, svolge in due vesti diverse – di madre e di insegnante – il difficilissimo compito dell’educatore; in un tempo come il nostro, per giunta, in cui sembra che gran parte degli educatori abbia abdicato a questo impegno, il tema proposto è di fondamentale interesse.
Non trascorre giorno in cui io non mi interroghi su ciò che sia più giusto dire e fare per accompagnare nella loro crescita il mio bambino e i miei allievi: amandoli senza soffocarli e nello stesso tempo senza rinunciare ad un ruolo normativo, spronandoli a dare il meglio di sé senza farli sentire caricati di eccessive aspettative, educandoli senza castrarli nella loro personalità e nelle loro attitudini; affinché possano (perché devono) ribellarsi senza perdere di vista i valori irrinunciabili, affinché possano diventare uomini e donne senza perdere curiosità e voglia di sperimentare e continuando a ribellarsi a ingiustizie e soprusi.