sabato, 06 ottobre 2007

Il mio lavoro

Sono un'insegnante di scuola superiore. Amo immensamente il mio mestiere, perché mi tiene costantemente in contatto con i giovani e perché contribuire all'educazione delle nuove generazioni è per me davvero una missione. Difficile ma entusiasmante.

Sull'argomento "scuola" ho scritto molto negli scorsi mesi e dai dibattiti che ne sono scaturiti ho capito che, al di là di ciò che più evidentemente appare, c'è un'esigenza diffusa di serietà, di rigore, di formazione umana e culturale completa. Questo mi ha riconfortata, visto che l'esperienza quotidiana dentro le scuole, a contatto con colleghi e dirigenti, è per me spesso deludente e avvilente.

Trascrivo di seguito un mio pezzo del mese di maggio. E conto di riproporre con cadenza periodica tutto quello che ho scritto su questo tema.

Droga nelle scuole: siamo tutti chiamati in causa.

Leggo su Repubblica.it (http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/drogagiov/serra-emergenza/serra-emergenza.html) un intervento di Michele Serra dedicato alla proposta del ministro della Salute Livia Turco di inviare i Nas nelle scuole, per meglio fronteggiare l’emergenza legata al consumo di droghe. Riassumendo, Serra invita a domandarsi se, di fronte ad un problema evidentemente troppo a lungo trascurato, non si rischi ora di prendere provvedimenti avventati e non realistici: quale Stato mai, infatti, potrebbe permettersi ispezioni costanti in tutte le scuole? E comunque, è questa la strada corretta per affrontare la questione?

Da insegnante di scuola superiore devo ammettere che la mia prima reazione, istintiva, di fronte alla proposta della Turco è stata di approvazione. Senza appunto riflettere, mi sono vista lavorare finalmente serena, senza dovermi preoccupare per i miei studenti ogni volta che do loro il permesso di andare al bagno e magari anche senza dover temere per la mia stessa incolumità, minacciata dai teppisti più o meno pericolosi che frequentano l’istituto.

Subito dopo mi sono vergognata di me stessa. Questo modo di pensare non mi appartiene e neppure per un istante dovevo cedere alla tentazione della soluzione (apparentemente) più comoda.

Mi piace definirmi un’insegnante di trincea. Non perché mi trovi a lavorare in una delle cosiddette scuole di frontiera, collocate in contesti socio-culturali particolarmente degradati; bensì perché combatto caparbiamente ogni giorno, cercando di non farmi sopraffare dallo sconforto e dal pessimismo, per dare al mio insegnamento una valenza più ampiamente educativa, civile, sociale. Credo fermamente in una scuola dei contenuti (che oggi invece si tende a svalutare, con il risultato di regalare il diploma a ragazzi che sanno sempre meno e sono del tutto incapaci di condurre uno studio sistematico autonomo); ritengo però anche che la scuola non possa e non debba ripiegarsi esclusivamente sulle nozioni, ma aprirsi alla società e ai suoi problemi e spingere i giovani ad interrogarsi, a meditare, a proporre soluzioni, ad essere fattivi, affinché imparino a non restare mai passivi, indifferenti, rispetto a ciò che accade intorno a loro.

In questo modo l’insegnamento diventa un’impresa quasi titanica, sia perché sembra che il tempo non basti mai per ragionare adeguatamente su tutto sia perché – ciò che è più difficile da affrontare – ci si scontra con un disinteresse ed un disimpegno che sono sconcertanti e avvilenti. Sia chiaro: io non critico i giovani, che a 15 anni sono ancora carta bianca su cui si può scrivere tanto di buono; ma rimango indignata di fronte alla superficialità e all’indifferenza di tanti, troppi, genitori e colleghi, rinchiusi nel loro egoistico microcosmo familiare o al massimo paesano.

Un giorno accade che uno studente muoia in aula dopo aver assunto droghe non ancora precisate. Per qualche tempo se ne discute, si organizza la fiera delle buone intenzioni, si lanciano inviti stile “armiamoci e partite” e in breve tempo tutto torna a sonnecchiare. “Tanto, si pensa, non è successo a mio figlio”.

Ecco perché concordo pienamente con Michele Serra e mi vergogno di aver ceduto, seppure per un attimo. Ricorrere alle forze dell’ordine nelle scuole non è solo irrealistico, sarebbe anche un’ulteriore dimostrazione di indifferenza e di impotenza. Tocca a ciascuno di noi impegnarsi per insegnare ai giovani a cercare divertimento e consolazione altrove che nelle droghe; tocca a ciascuno di noi dare loro valori, consapevolezza e speranza.

Non c’è bisogno di coinvolgere i Nas (tranne che, s’intende, in specifiche circostanze particolarmente gravi). Possiamo farcela noi, presidi, docenti, genitori... Possiamo farcela, la deriva non è ancora così avanzata!


postato da: CuoreMagico alle ore 15:55 | link | commenti
categorie: scuola, lavoro, droga