Un paio di settimane fa ho seguito insieme a mio figlio lo sceneggiato su Pinocchio diretto da Luigi Comencini nei primi anni ’70. Sei puntate, di circa 50 minuti ciascuna, che riproponevano le vicende del più famoso burattino del mondo.
Il mio bambino, che già conosceva la versione disneyana della storia, si è appassionato anche a quest’altra, tempestandomi di domande ogni volta che qualcosa gli era poco chiaro.
Lo sceneggiato è piaciuto anche a me e mi ha spinta a leggere, per la prima volta nella mia vita, il romanzo originale di Carlo Collodi (al secolo Carlo Lorenzini).
Il racconto fu pubblicato a puntate, tra il 1881 e il 1883, sul “Giornale per i bambini”. I primi quindici capitoli ebbero per titolo “La storia di un burattino” e la vicenda si concludeva con l’impiccagione di Pinocchio da parte del Gatto e della Volpe. Successivamente l’autore decise di dare un prosieguo alla storia e a due riprese concluse il romanzo, che ricevette il nuovo e definitivo titolo “Le avventure di Pinocchio”.
La trama è celebre, almeno nelle sue linee generali. Un vecchio falegname si costruisce un burattino di legno, a cui dà il nome di Pinocchio; ma prima ancora d’essere compiuta, la marionetta si rivela dotata di intelligenza e parola e di un carattere pigro e dispettoso. Pinocchio affronterà mille peripezie fantastiche e surreali prima di comprendere gli errori dettati dalla sua superficialità e dalla sua indolenza: solo allora
Il romanzo ha alle spalle una tradizione comica e teatrale popolaresca tutta toscana, che le conferisce una freschezza ed una vivacità che si apprezzano ancora oggi. È però anche un’opera realizzata in un periodo particolare della storia italiana: l’Unità nazionale si era appena compiuta e l’Italia si trovava ad affrontare non pochi problemi concreti.
In un anno molto vicino (1886) venne pubblicato anche un altro celebre libro per l’infanzia che si cita sempre accanto a “Pinocchio”: “Cuore” di Edmondo de Amicis. Entrambi furono concepiti per quel giovane, giovanissimo pubblico di scolari italiani che occorreva educare ad una lingua e a valori comuni, dopo secoli di frammentazione politica e culturale.
Leggere però le due opere, e soprattutto quella di Collodi, esclusivamente in questa chiave significa precludersi la loro piena comprensione.
“Le avventure di Pinocchio” ha infatti avuto vasta risonanza e grandi apprezzamenti anche presso un pubblico adulto, e ben oltre i limiti cronologici della fine dell’Ottocento. Questo ha naturalmente attirato l’attenzione e l’interesse degli studiosi che si sono interrogati, e continuano ad interrogarsi, sulle ragioni di un successo così strepitoso. Numerose sono, conseguentemente, le interpretazioni (alcune anche francamente anacronistiche o fuorvianti) che sono state proposte.
In questa sede, però, non mi interessa approfondire questo aspetto: ampia bibliografia sull’argomento è reperibile facilmente sulle antologie scolastiche o in rete.
Mi piace piuttosto mettere a confronto il romanzo con lo sceneggiato, il quale, se certamente ne riprende tutti gli episodi salienti e perfino le battute più famose, dall’altro mi sembra offrire una chiave di lettura molto interessante.
“Le avventure di Pinocchio” è quello che si definisce un romanzo di formazione, poiché descrive il processo di maturazione del suo protagonista. La maturità in questo caso consiste in senso del dovere e rispetto delle regole.
Il percorso di crescita è segnato da diverse cadute, provocate dalla volontà debole del burattino che preferisce seguire ciò che più lo diverte e lo alletta, e i cattivi consiglieri, piuttosto che i saggi insegnamenti della Fata e del Grillo parlante.
Tuttavia in molti hanno rilevato una certa ambiguità nel modo in cui l’autore ha affrontato e descritto questo percorso: è infatti evidente la simpatia dello scrittore verso il suo scapestrato, dispettoso, capriccioso burattino.
L’autore, e così il suo romanzo, oscillano tra l’intento pedagogico edificante e un’istintiva disposizione d’animo più libera e ribelle.
Lo sceneggiato di Comencini, a quasi un secolo di distanza, va ancora oltre.
Le monellerie di Pinocchio, all’inizio della versione cinematografica, non sono gravi quanto quelle descritte nel romanzo; le punizioni inflitte dalla fata sono invece ancora più dure, alcune perfino crudeli. Successivamente le birbonate del burattino diventano più serie e continuano ad essere punite sempre più severamente.
La storia del Pinocchio di Comencini mi sembra dimostrare che diventerà certamente “cattivo” un bambino a cui si ripete continuamente ed aspramente, e senza dare spiegazioni, che si comporta male; un bambino che viene punito in maniera sproporzionata per delle sciocchezze. Il bambino, a questo punto, sente di non avere nulla da perdere.
Una battuta dello sceneggiato mi ha colpita particolarmente (e naturalmente manca nel romanzo): quando Pinocchio, dopo aver ritrovato il suo babbo dentro il ventre della balena, racconta a Geppetto le sue avventure e gli interventi della fata, il padre commenta: “Più che una fata, mi sembra una strega”.
Per chi, come me, svolge in due vesti diverse – di madre e di insegnante – il difficilissimo compito dell’educatore; in un tempo come il nostro, per giunta, in cui sembra che gran parte degli educatori abbia abdicato a questo impegno, il tema proposto è di fondamentale interesse.
Non trascorre giorno in cui io non mi interroghi su ciò che sia più giusto dire e fare per accompagnare nella loro crescita il mio bambino e i miei allievi: amandoli senza soffocarli e nello stesso tempo senza rinunciare ad un ruolo normativo, spronandoli a dare il meglio di sé senza farli sentire caricati di eccessive aspettative, educandoli senza castrarli nella loro personalità e nelle loro attitudini; affinché possano (perché devono) ribellarsi senza perdere di vista i valori irrinunciabili, affinché possano diventare uomini e donne senza perdere curiosità e voglia di sperimentare e continuando a ribellarsi a ingiustizie e soprusi.
