venerdì, 18 aprile 2008

Recensione semiseria e acida, nonché di parte, al libro “La principessa che credeva nelle favole” di Marcia Grad

L’autrice è laureata in psicologia, tiene seminari presso scuole e università e insegna tecniche di crescita personale a gruppi di manager e professionisti. Già questo curriculum dovrebbe rendere diffidenti.

Nutro poca fiducia negli specialisti delle scienze della psiche, ma le mie perplessità aumentano non di poco quando ho l’impressione che sfruttino conoscenze e competenze, vere e presunte, per riscuotere successo personale e soldoni piuttosto che per contribuire al benessere della gente.

 

“La principessa che credeva...” è un libro smaccatamente a tesi: già i nomi dei luoghi e dei personaggi alludono chiaramente ai significati che l’autrice ha inteso esprimere.

Victoria è una principessa graziosa e ben educata e va in sposa al tanto sognato Principe Azzurro. Quando il consorte si rivela immaturo, egoista e aggressivo, la principessa comincia un faticoso e doloroso viaggio attraverso il Sentiero della Verità, e dopo aver passato il Mare delle Emozioni, la Terra delle Illusioni, il Campeggio per viaggiatori smarriti, la Terra di Ciò che è, il Viale dei Ricordi e la Valle della Perfezione, giunge al Tempio della Verità dove una pergamena sacra le rivela ciò che infine ha meritato di sapere.

 

Attraverso il personaggio di Victoria e quello del suo alter ego infantile immaginario, l’ingenua, sognatrice, ribelle Vicky, Marcia Grad ha voluto rappresentare ogni donna che ha bisogno di liberarsi del mito del Principe Azzurro per comprendere che l’amore vero è qualcosa di meno perfetto, e anche di meno melenso e retorico, ma di più sincero e appagante nella sua imperfezione. E ha voluto anche spiegare che per essere felici accanto ad un compagno occorre essere anzitutto soddisfatte e realizzate in se stesse.

Una morale, direi, ineccepibile! Ed anche estremamente originale. Pare d’altronde, stando al risvolto di copertina, che questo volumetto sia un bestseller a livello mondiale.

 

Ho acquistato il libro in un autogrill (dove, altrimenti?). L’ho scelto col preciso intento di dedicarmi ad una lettura leggera, ma speravo pure, non lo nego, di trovare anche io l’arma per uccidere il Principe Azzurro.

Mi auguravo un approccio ironico dell’autrice, che invece si prende terribilmente sul serio nel tracciare il percorso verso l’ “imperfetta perfezione”.

La delusione è stata massima.

Insomma, in questi mesi di scrittura del mio blog personale ho detto esattamente le stesse cose della Grad, il percorso di Victoria l’ho vissuto sulla mia pelle: sono passata anche io dai sogni romantici della bambina al brusco, doloroso risveglio della donna; ho scoperto anche io, fino ad allora accecata dall’amore e da falsi miti, di avere accanto un uomo completamente diverso da quello che tutti avevamo creduto che fosse; ho dovuto anche io barcamenarmi tra mari in tempesta e salite erte e sdrucciolevoli sforzandomi sempre di riemergere e di rimettermi in piedi; infine anche io ho ritrovato me stessa, più forte e più volitiva, consapevole di non aver perso nulla che valesse la pena possedere. Quando mi ci metto, i toni patetici so usarli alla perfezione. Così come sono capacissima di partorire qualche frase ad effetto sul senso della vita.

Intanto però il mio blog non ha una diffusione planetaria ed io non diventerò mai milionaria grazie al mio percorso esistenziale.

 

Ma c’è un motivo in più per il quale detesto il libro e la sua autrice, come certe trasmissioni di Alda d’Eusanio (che si collocano, per me, quasi allo stesso livello): ho pianto.

“La principessa che credeva...” mi ha fatto rivivere i mesi della mia sofferenza senza aggiungere nulla di nuovo e di utile. Io ho percorso la mia strada senza l’ausilio di nessun manuale, e in verità dubito che una guida del genere possa davvero aiutare qualcuna (che non sappia già farlo da sé).

Soprattutto mi ha fatto rabbia la descrizione della principessa che compie il suo viaggio verso l’autocoscienza dovendo rispondere solo di se stessa a se stessa e che alla fine della favola riparte rafforzata e determinata verso una nuova vita.

Non mi risulta che, né qui né altrove, Marcia Grad abbia affrontato il problema di ritrovare se stesse mentre contemporaneamente si accudiscono i frutti dell’errore più grande mai compiuto nella vita, cercando di non confondere i piani.

Se non altro, però, ho capito le ragioni dello straordinario successo commerciale (nell’accezione più negativa del termine) del libro: punta tutto su un coinvolgimento emotivo viscerale e del tutto acritico.

 

In conclusione.

Non perdete tempo e denaro per questo libro. Per sbarazzarsi del Principe Azzurro è molto più utile, e divertente, seguire la serie dei film di animazione di Shrek.

Se invece avete proprio voglia di cimentarvi con questi temi in chiave patetica e di psicologia salottiera, leggetevi tutto d’un fiato il mio blog personale. Per lo meno è gratis. Ed è una storia vera.


postato da: CuoreMagico alle ore 07:18 | link | commenti (2)
categorie: recensioni, libri, favole, psicologia, shrek

Commenti
#1   21 Aprile 2008 - 10:05
 
ma va cac
utente anonimo

#2   21 Aprile 2008 - 12:10
 
Grazie per avermi fatto ridere.
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Commenti