Il conto in banca che langue mi ha costretta a dare la disponibilità per i corsi di recupero estivi, nonostante, come ho scritto in altra occasione, non creda affatto alla loro utilità sul piano didattico.
In questi giorni di canicola, in cui già alle 8,30 del mattino l’afa mozza il respiro, io e miei ragazzi siamo in aula per lezioni che durano due ore e trenta minuti.
Personalmente ho una discreta resistenza al caldo e fare lezione mi galvanizza sempre: ciò nonostante mi costa non poca fatica tenere il ritmo per cinque ore consecutive. I ragazzi dal canto loro sono a pezzi. Indubbiamente la componente emotiva ha un notevole peso, anche perché questa generazione non è neppure lontanamente abituata a pensare di poter perdere un anno scolastico “in seconda battuta”; ma il caldo contribuisce certamente a buttarli giù.
Ho organizzato le mie lezioni nella maniera migliore che ho saputo concepire, differenziando le attività e concedendo qualche breve pausa.
Lo stesso corso, svolto in condizioni ambientali diverse, forse non avrebbe avuto utilità molto maggiore però almeno non sarebbe stato un tormento fisico.
Quindici ore per recuperare il programma di un anno sono oggettivamente risibili, ma se ben utilizzate possono sortire un seppur minimo effetto. Tuttavia al ministero non hanno pensato che le nostre scuole (a volte perfino prive dei riscaldamenti in inverno: ricordo un gennaio, in un liceo importante della mia regione, trascorso con guanti e sciarpe in aula) non sono attrezzate per accogliere docenti e studenti nella stagione più calda.
Si insiste tanto sui rischi del caldo, invitando soprattutto la popolazione “a rischio” a restare in casa tra le 12.00 e le 16.00 e poi si mandano in giro alle 13.30 studenti, insegnanti anche di età avanzata, mamme con bambini che vengono a prendere i figli più grandi a lezione.
Qualche giorno fa parlavo col mio compagno che mi chiedeva, tra il serio e il faceto, della chiusura dell’anno scolastico.
Di qui è partita una discussione molto impegnativa, che purtroppo, per ragioni di tempo, non abbiamo potuto completare. Ma non ne mancherà l’occasione.
L’insuccesso scolastico degli studenti, a suo dire, dipenderebbe esclusivamente dalla scuola. Non dagli insegnanti, bensì dalle strutture.
Se un istituto scolastico non offre collegamento alla rete, corsi avanzati di inglese, tirocini professionali seri..., non è in grado di svolgere il proprio ruolo.
In linea di principio non posso dargli torto. Mi piacerebbe molto non dover contendere ai colleghi l’unico apparecchio televisivo in dotazione all’istituto (per giunta rimesso insieme col nastro adesivo. NON SCHERZO!). Mi piacerebbe che i ragazzi non dovessero portarsi il computer da casa per presentare i loro lavori multimediali. Mi piacerebbe una scuola in costante contatto col mondo del lavoro.
Ma non è realistico, e forse non lo sarà mai. Come osservava giustamente il mio compagno, non c’è denaro per pagare i professori per i corsi di recupero estivi; certamente non ce n’è per ristrutturazioni più profonde.
Tuttavia le mie conclusioni si sforzano di essere meno disfattiste di quelle del mio interlocutore.
Se non possiamo avere una scuola attrezzata, non per questo dobbiamo rinunciare del tutto al nostro compito formativo. Il danno sarebbe solo maggiore.
(E credo anche, sia detto tra parentesi perché il discorso porterebbe troppo lontano, che non di rado la questione delle carenze strutturali sia solo un comodo alibi per nascondere la mancanza di motivazione al lavoro degli insegnanti e il disinteresse delle famiglie nei confronti della formazione).
Sono docente di Italiano e Latino e per me è indubbiamente più facile, perché non insegno materie tecniche che hanno necessariamente bisogno di supporti particolari. Quando non si può avere di più, a me bastano un libro e la giusta atmosfera.
Penso però ai miei colleghi di scienze e di fisica, che portano il materiale per gli esperimenti da casa; penso ai ragazzi che a turno portano a scuola il lettore dvd o il pc.
È una vergogna, certamente. Ma da parte nostra è una forma di resistenza che ha un valore ed un significato inestimabili.
Dubito che ci sarà mai un governo, di qualsivoglia colore (ammesso che i colori significhino ancora qualcosa), che investirà davvero sulla istruzione e sulla sanità pubblica. Non c’è una volontà reale di garantire al cittadino questi due indispensabili servizi ad un livello accettabile di qualità. Troppi interessi, non solo economici, premono in altra direzione.
Non per questo però bisogna mollare. Al contrario!
Quando ho letto ad esempio l’ultimo compito in classe dei miei allievi di quest’anno, mi sono resa conto che qualche piccolo “miracolo” è possibile: hanno imparato tanto e molti hanno anche rielaborato in maniera personale e originale gli spunti che ho offerto loro.
Dunque questi ragazzi sono, oggi, un po’ più preparati e un po’ più maturi rispetto al 15 settembre. Non mi sembra cosa da poco.
Passando ad un altro aspetto del gigantesco problema-scuola, il mio compagno sostiene che il biennio della scuola superiore dovrebbe essere uguale per tutti per fornire ai ragazzi la stessa preparazione di base in tutte le discipline, compreso ad es. il latino.
La questione è antica.
Personalmente resto convinta che se la scuola media inferiore funzionasse come dovrebbe (e purtroppo non è così, è quella che attualmente funziona peggio, fatte salve le rare eccezioni), essa potrebbe assolvere proprio questo compito. Ricordo di aver preso la licenza media con discreti rudimenti di biologia, di storia dell’arte, di musica, di disegno tecnico, oltre che delle materie cosiddette fondamentali (matematica, inglese etc.).
Indubbiamente la scelta del corso di studi superiore a 13 anni comporta qualche rischio, soprattutto se manca, alle spalle dello studente, una famiglia consapevole. D’altra parte anche qui la scuola media potrebbe ricoprire un ruolo molto importante, segnalando attitudini e interessi degli allievi e indirizzandoli opportunamente. Dovrebbe farlo. Indubbiamente spesso non lo fa.
Il biennio superiore, però, deve a mio parere restare differenziato. Non bastano i tre anni successivi a fornire una formazione specifica e specializzata.
L’ultimo punto che abbiamo toccato riguarda la meritocrazia. I miei 25 lettori sanno già come la penso.
Nessuna scuola, scalcagnata o super-attrezzata, riuscirà davvero nel suo compito formativo se manderà avanti indiscriminatamente i ragazzi che studiano e quelli che non hanno il minimo interesse per la scuola; se farà crollare le motivazioni e le ambizioni degli studenti impegnati che si vedranno promossi al pari degli altri; se rinuncerà a mettere i giovani davanti ai loro errori e alle loro responsabilità; se cederà ai ricatti dell’arroganza o del pietismo attuati da famiglie che considerano il “pezzo di carta” l’unico obiettivo da perseguire, e a qualunque costo.
Questo non significa trascurare problemi e disagi dei ragazzi (che però non devono diventare un ennesimo comodo alibi).
Significa invece che a noi docenti, costretti per lo più a lavorare con mezzi insufficienti e circondati da una scarsa considerazione sociale, si richiede una volta di più di resistere, resistere, resistere.
L’altro giorno raccontavo al mio compagno della passione di mio figlio per le storie fantastiche. Mi attribuisco con orgoglio il merito di averla coltivata, anche se non è stato difficile visto che appartiene anche a me. Sono convinta che mio figlio ami le storie di fantasia anche perché ha sentito che non gliele ho proposte al semplice scopo di far “passare il tempo”, ma con un autentico trasporto, perché provasse anche lui la gioia del sogno.
Il mio bambino non va a dormire senza aver ascoltato almeno una favola; partecipa e si emoziona profondamente alle vicende dei personaggi; si è incuriosito ed entusiasmato nel ricevere “in eredità” i libri di favole appartenuti a me quando avevo la sua età.
Ad un certo punto il mio compagno, che viene da una formazione familiare e scolastica molto diversa dalla mia, mi ha interrotta (sproloquiavo ormai da 15 minuti buoni) e mi ha posto una domanda bella e terribile.
Mi ha chiesto se non temo che mio figlio possa incontrare un giorno delle difficoltà a confrontarsi con la realtà, dopo aver dato tanta importanza alla fantasia e al sogno nella sua educazione.
Questa domanda mi ha riportato agli anni della mia pre-adolescenza e adolescenza, quando, cresciuta anche io a “latte e favole”, mi sentivo a disagio nella quotidianità che mi sembrava molto più squallida, meschina, volgare. In un breve, ma intenso istante, ho ricordato quante volte mi sono innamorata di personaggi di fantasia e ho pianto pensando che mai avrei provato nella realtà un sentimento così dolce e assoluto.
In seguito c’è stato un tempo (lungo 16 anni) in cui ho creduto davvero che i sogni si realizzassero e che il principe azzurro esistesse, in cui non avvertivo più alcuna frattura tra fantasia e realtà. L’anno scorso quell’epoca è finita forse per sempre.
Questo ho risposto al mio compagno. Sono cresciuta tra sogni e realtà, ho sofferto, sono stata felice, ho sofferto di nuovo. Ma sono ancora qui, più forte che mai. E ho tanti sogni da donare a mio figlio (e ai miei studenti).
Non credo che i sogni mi abbiano resa più fragile. Al contrario. So con certezza che se sono qui oggi, salda sulle mie gambe, più disincantata, forse anche un po’ indurita, ma innamorata di mio figlio, del mio lavoro, della vita; se dopo tanto dolore e rabbia e odio, sono ancora capace di amare e di essere felice; se ostinatamente continuo a credere nella possibilità che il mondo diventi migliore, quando il “pessimismo dell’intelligenza” dice il contrario... so che tutto questo è possibile perché anche di fronte alla realtà più dolorosa o sgradevole io posso ancora opporre l’ “ottimismo della volontà”. E questo ottimismo è figlio del sogno.
E so anche che il mio compagno ha capito se non ho potuto parlare con lo stesso entusiasmo dell’amore per un uomo. È troppo presto (o troppo tardi, non posso saperlo ora) e lui sa che questo non mi impedisce di dare tanto, comunque, alla persona che ho accanto.
Qualche settimana fa ho assistito al saggio di fine anno organizzato dalla scuola di mio figlio. Erano coinvolte la sezione primavera, la scuola dell’infanzia e le cinque classi della primaria.
Il lavoro non mi è dispiaciuto: ho trovato veramente notevole, prima di tutto, che siano riusciti a far ballare due interi pezzi a bambini di 2-3 anni e che siano riusciti a trattenere i piccoli per lunghe mezz’ore dietro le quinte in attesa del loro turno.
Lo spettacolo era incentrato sull’opposizione tra il bianco e il nero e proponeva la tesi secondo cui bisogna superare le categorizzazioni nette per apprezzare le mille sfumature della realtà. Un tema importante, pretenzioso perfino, affrontato in maniera non sempre chiara e coerente. Nel complesso, però, è stato realizzato un discreto lavoro.
Nell’intervallo tra la prima e la seconda parte del saggio hanno mandato su uno schermo immagini della vita scolastica dei bambini e stralci dei progetti realizzati nel corso dell’anno. Il tema dominante, in questo caso, era il rapporto con l’ambiente (più che mai d’attualità in questi tristissimi tempi dominati dalla “monnezza”).
Purtroppo, come si dice, lì è cascato l’asino.
In una delle schermate campeggiava un “pò” scritto con l’accento invece che con l’apostrofo.
La mia sedia ha avuto un sussulto e ho cominciato a domandarmi come farò ad insegnare la corretta ortografia a mio figlio, senza creare rapporti tesi con la sua futura insegnante e senza confondere le idee al mio bambino.
Recentemente non sono stati assegnati degli ambitissimi posti da magistrato a causa dei numerosi, gravi errori di ortografia rilevati nelle prove scritte di tanti candidati.
Errori del genere, dunque, non consentono di diventare giudici, ma non impediscono di esercitare l’insegnamento. E di perpetuare in questo modo il danno, generazione dopo generazione.
Mi torna alla mente quanto ha scritto, ironicamente e amaramente, Paola Mastrocola in “La scuola raccontata al mio cane”: “Io non voglio vivere in un mondo in cui metà della gente scrive un po senza apostrofo, e l’altra metà scrive un pò con l’accento”.
Con ben quattro giorni di anticipo sull'ultimo termine che mi era stato indicato, Telecom mi ha restituito il collegamento alla rete. Sono commossa.
Tanto più commossa perché hanno commesso l'ennesimo errore e non mi hanno attivato il servizio che avevo richiesto. Per ora non sono disponibili tecnici per risolvere il problema: mi contatteranno la prossima settimana.
NO COMMENT!!!
Gli ultimi giorni dell’anno scolastico, come ha ben detto un mio collega, sono strazianti.
Ai numerosi, ineludibili e noiosissimi impegni legati alla chiusura delle attività didattiche si aggiunge il teatrino, ora grottesco ora semplicemente squallido, di alcuni genitori e colleghi.
Volutamente non ho citato gli studenti tra gli attori. Non che non offrano anch’essi il loro spettacolo, ma, come ho scritto anche in altre occasioni, sono giovani ed inoltre sono il frutto di una cattiva educazione diffusa per cui li considero meno responsabili degli adulti che li circondano.
Ecco quindi entrare in scena, in ordine sparso: il vicepreside, con la sua lista personale di amici e conoscenti: “Che mi dici di...? Mi ha telefonato il padre ieri, era così preoccupato!”; l’anziana collega a me quasi sconosciuta che, dopo tre giorni dall’ultimo colloquio scuola-famiglia, mi chiede notizie del nipote di una vecchia amica: “Io nemmeno lo sapevo che il ragazzo fosse iscritto qui, l’ho scoperto per caso ieri e ho pensato di venire a domandare. Tu conosci la difficile situazione familiare, vero?”; genitori onnipresenti anche dopo la chiusura ufficiale dei colloqui: “Fa progressi, mio figlio? L’ho messo a ripetizione”; l’insegnante privata di 20 anni (!!!) che si stupisce dei risultati negativi del nostro comune allievo: “Sono rimasta senza parole. Ieri pomeriggio abbiamo lavorato su questo argomento per tre ore!”; la madre che si fa viva per la prima volta agli inizi di maggio dopo l’ennesima comunicazione scritta della scuola sulle gravi insufficienze del figlio ancora non recuperate: “Io vorrei capire la situazione. Ma cosa sta succedendo?”.
E poi ancora: la collega severa e intransigente che si è messa in politica ed ora, dopo aver distribuito materiale elettorale nelle classi (ma è legale?), è propensa a promuovere tutti; il collega sindacalista che dice di rimpiangere il buon tempo andato, ma sguazza a perfetto agio nel lassismo; la collega che, dopo aver dato il debito per anni allo stesso allievo ed essersi lamentata anche del suo comportamento ineducato, ora se ne dice entusiasta (c’entrerà forse la partecipazione dello studente in questione ad un costoso viaggio-studio da lei organizzato?).
Negli ultimi giorni dell'anno, più che mai, preferisco chiudermi dentro l’aula a chiacchierare con i miei ragazzi. Molti di loro, domani se non già oggi, saranno risucchiati da questo sistema ed io non riuscirò ad evitarlo (sarebbe presuntuoso anche illudersi di riuscirci); ma per adesso sono per me gli interlocutori più puliti e sinceri.
Approfitto del computer di amici e posto qualche cosina che ho scritto in queste settimane.
Qualche pomeriggio fa, quando sono andata a prendere mio figlio all’asilo, lui mi ha accolto dicendo: “Voglio anch’io la coppa”.
Naturalmente non ho capito a cosa si riferisse. Immediatamente è intervenuta la maestra, che mi ha spiegato che uno dei bambini più grandi aveva ricevuto un premio per il miglior disegno e aveva portato a scuola, tutto orgoglioso, la coppa.
Scusandosi, l’insegnante mi ha spiegato che il vincitore era stato premiato senza che la cosa fosse pubblicizzata per evitare che gli altri allievi restassero delusi. Ma il piccolo - “Sa come sono i bambini” - ha raccontato tutto ai compagni e mostrato in classe il premio.
Mio figlio, facendo eco, ha aggiunto: “Il mio compagno ha sbagliato a portare a scuola la coppa, vero?”.
Non avevo tempo, perché sono sempre di corsa, ma avrei avuto molto da ribattere.
Dunque è così che comincia il lavaggio del cervello: i meriti individuali devono essere occultati il più possibile e i giovani devono essere protetti a qualunque costo dalle delusioni. Ma in questo modo non si svilupperà mai un sano desiderio di mettersi in gioco e i ragazzi cresceranno ignari e fragili nei confronti della vita. A chi giova?
Il giorno dopo ho spiegato a mio figlio che si può vincere oppure no, ma che ciò che è più importante e più avvincente è gareggiare dando il meglio di sé. Chi vince non deve essere superbo, ma può e deve essere orgoglioso del suo successo. Chi non vince, pur deluso, non deve avvilirsi né essere invidioso. Ognuno peraltro riesce meglio in un campo o piuttosto in un altro.
Il mio bambino ama mettersi in mostra e primeggiare, ed io mi sto sforzando di coltivare nella maniera più appropriata questa sua caratteristica, perché non diventi arroganza e presunzione. Proprio in questo senso ritengo molto formativo che una piccola sconfitta non venga celata, bensì anzi spiegata e sdrammatizzata.
Ho continuato a chiamare la Telecom, e da qualche giorno mi hanno comunicato che la procedura relativa alla mia linea ADSL sarà completata entro il 3 luglio.
Inutile sperare di essere messi in comunicazione con un ufficio amministrativo. Ho fatto inoltrare un nuovo, furibondo, reclamo; ma so già che sarà inutile.
Semplicemente, VERGOGNA!
A meno che tutti questi ritardi non siano un brutto scherzo dei nemici che ho in Telecom...
Scrivo questo pezzo da un internet point, visto che a casa sono priva del collegamento alla rete da più di tre settimane.
Il 16 maggio ho avviato la pratica per la voltura del contratto telefonico e ADSL dal mio ex-marito a me. L’operatrice del 187 con la quale ho parlato, molto cortese e (solo apparentemente) competente, mi ha elencato i documenti necessari e mi ha fornito un numero di fax al quale inviarli. Mi ha assicurato che entro dieci giorni la procedura sarebbe stata conclusa e ha preso il mio numero di cellulare per tenermi informata.
Ho spedito diligentemente la documentazione richiesta e il distacco dell'ADSL è stato immediato. Dopo pochi giorni la solerte operatrice mi ha richiamata per comunicarmi che aveva ricevuto il materiale e che tutto era in ordine. Mi ha inoltre proposto di aderire ad un’offerta Sky ed io ho accettato. Da quel momento, non sono stata più contattata.
Trascorsi i fatidici dieci giorni, non avendo ricevuto altre comunicazioni ed essendo ancora priva del collegamento ADSL, ho chiamato di nuovo il 187. Ad oggi ho telefonato, credo, almeno quindici volte, ricevendo risposte non sempre chiare e non sempre coerenti. Un gentilissimo operatore, ad esempio, a fine maggio non "vedeva" la mia pratica e non riconosceva il numero di fax a cui io avevo spedito i documenti richiesti (il giorno prima un’altra operatrice "vedeva" benissimo). Un’ennesima operatrice ha compilato, durante la telefonata, un sollecito circostanziato e mi ha comunicato, nel corso della stessa chiamata, che la procedura si sarebbe compiuta entro il termine massimo del 17 giugno. Il 17 giugno!?! Un mese dopo aver inoltrato la richiesta? Mi avevano parlato di tempi molto diversi.
Dal momento in cui nella mia pratica è comparsa la data del 17 giugno, la versione offerta dagli operatori si è allineata: ci sono dei tempi tecnici, che non dipendono dalle persone bensì dalle macchine e blablabla.
Ho continuato a chiamare, imperterrita.
Il giorno 4 giugno, l’operatrice di turno non "vedeva" neppure lei la mia pratica. Ha però avviato la procedura insieme a me. Nella stessa giornata mi ha contattata un’altra persona chiedendo conferma dei miei dati, ed un’altra ancora che mi ha assicurato la soluzione del problema in tempi brevi, ma mi ha anche informata che non potrò aderire alla promozione Sky perché la mia zona non è coperta dal servizio. Il giorno 6 giugno un impiegato dell’amministrazione di Telecom mi ha telefonato per ribadire che tutto è in ordine, che ormai è questione soltanto di tempi tecnici e mi ha pregata di non telefonare più.
Da quest’ultima telefonata ho appreso che la voltura del contratto telefonico è avvenuta il giorno 4 (evidentemente grazie all’operatrice con cui ho parlato quel giorno) e che solo una volta avvenuto il subentro sulla linea telefonica è stata avviata la procedura relativa all’ADSL. Dunque, in precedenza non era stato fatto NULLA!
Criticano le inefficienze degli uffici statali, ma non mi sembra affatto che la situazione sia diversa in altri àmbiti. Fanno rispondere al telefono persone non sempre competenti nella materia su cui dovrebbero fornire informazioni; portano avanti le pratiche in un modo che a me, da profana, non sembra né puntuale né limpido.
Io però dovrò pagarlo il mese di servizio di cui non sto usufruendo.
Era tempo che spiegassi ad un mio ex-alunno, con il quale ho mantenuto rapporti epistolari, i motivi per i quali in questi ultimi mesi sono diventata molto meno assidua nella nostra corrispondenza. Era così entusiasta di mettermi a parte delle sue riflessioni filosofiche e politiche e non capiva perché le mie risposte si lasciassero attendere sempre tanto.
Non gli ho scritto prima quello che mi è accaduto, perché mi sentivo a disagio ad affrontare un discorso così personale e doloroso con un ragazzino di 17 anni. Un ragazzino, peraltro, che ha imparato anche dalle nostre lunghe chiacchierate a credere al grande amore. Un paio di giorni fa, però, gli ho raccontato la verità, perché doveva sapere che i miei tempi si sono ristretti e che a volte comunque l'umore non era dei migliori, ma che è solo per questo che non gli ho scritto tanto spesso.
La sua risposta è stata molto discreta e la chiusa mi ha resa commossa e felice: "Continua a essere forte, te lo dice uno che ti considera la più forte di tutti, da anni".