Era tempo che spiegassi ad un mio ex-alunno, con il quale ho mantenuto rapporti epistolari, i motivi per i quali in questi ultimi mesi sono diventata molto meno assidua nella nostra corrispondenza. Era così entusiasta di mettermi a parte delle sue riflessioni filosofiche e politiche e non capiva perché le mie risposte si lasciassero attendere sempre tanto.
Non gli ho scritto prima quello che mi è accaduto, perché mi sentivo a disagio ad affrontare un discorso così personale e doloroso con un ragazzino di 17 anni. Un ragazzino, peraltro, che ha imparato anche dalle nostre lunghe chiacchierate a credere al grande amore. Un paio di giorni fa, però, gli ho raccontato la verità, perché doveva sapere che i miei tempi si sono ristretti e che a volte comunque l'umore non era dei migliori, ma che è solo per questo che non gli ho scritto tanto spesso.
La sua risposta è stata molto discreta e la chiusa mi ha resa commossa e felice: "Continua a essere forte, te lo dice uno che ti considera la più forte di tutti, da anni".
Durante l’inverno più lungo e più triste, è stato il mio bambino la prima ragione di vita; per lui mi sono imposta di dominare il dolore e di riprendere in mano, saldamente, le redini della mia vita, della nostra vita. È stato lui il faro che mi ha guidata fuori dal tunnel della disperazione, quando rischiavo di soccombere alle meschinità e alla malvagità di persone di cui mi ero fidata.
Sono consapevole di avere avuto bisogno del mio cucciolo, in questi mesi, forse più di quanto lui ne abbia avuto di me. Di certo ci siamo stretti l’uno all’altra ed ora possiamo essere orgogliosi dei progressi compiuti.
Abbiamo condiviso le storie fantastiche e avvincenti di libri e film; abbiamo impegnato interi pomeriggi costruendo macchine spettacolari con i mattoncini; abbiamo trascorso ore al parco dei divertimenti tra la casa dei fantasmi, il veliero di Capitan Uncino, il selvaggio West; abbiamo fatto lunghe passeggiate chiacchierando e cantando; abbiamo mangiato pizza e patatine in tenda in salotto davanti alla TV; abbiamo organizzato feste al Baby-Park e pic-nic all’aperto con gli amichetti preferiti...
È cresciuto tanto, il mio bambino, dallo scorso, maledetto, autunno. Si è fatto più alto, ha assunto tratti del viso più maturi. Il suo vocabolario si è ampliato moltissimo, tanto da stupire le sue maestre per la proprietà del linguaggio. La sua intelligenza e la sua sensibilità si sono affinate.
Sono convinta che gli avvenimenti che, nostro malgrado, hanno rischiato di travolgerci, abbiano in qualche misura accelerato la sua crescita. Entrambi abbiamo dovuto compiere uno scatto in avanti, per non restare schiacciati dall’abbandono e dalla solitudine.
È proprio così. Una volta, una cara persona che ho conosciuto grazie a questo blog (e nei riguardi della quale sono molto colpevole, perché non le ho dedicato la stessa attenzione che lei ha riservato a me) mi ha scritto che quello che non ci uccide ci rende più forti. Allora non ero così fiduciosa che saremmo riusciti ad evitare il crollo, ma il tempo le ha dato ragione... e ci ha restituito la vita.
Mio figlio è solo un bambino e non conosce tutta la verità sui cambiamenti improvvisi e dolorosi che ci sono stati imposti. Ha sofferto, si è fatto mille domande, ma io sono riuscita a rispondere in maniera comprensibile e convincente a tutte; e oggi è molto sereno.
Lo hanno notato anche i terapisti che lo seguivano già prima del “diluvio” a causa di piccoli problemi di sviluppo psico-motorio e che lo seguono a maggior ragione adesso, affinché non siano vanificati i progressi compiuti e affinché possa essere “metabolizzata” meglio la nuova situazione familiare. Mi hanno riconosciuto che ho fatto, e sto continuando a fare, un buon lavoro.
Mi hanno dato anche la conferma che ho fatto bene ad essere sempre sincera con lui, spiegandogli (seppure in maniera semplificata e edulcorata) la verità sulla separazione dei suoi genitori e non nascondendogli (anche se, davanti a lui, controllandolo) il mio dolore. In questo modo, ed era appunto questo il mio scopo, il mio bambino saprà sempre che sua madre non gli ha mentito mai; che sua madre, anche quando ha sofferto, non lo ha trascurato e non lo ha abbandonato; insomma, che su di me potrà davvero contare in ogni momento.
A volte, pensando ai tanti inverni che ancora verranno, mi prende la paura che potrei non farcela. Che i ritmi forsennati a cui sono obbligata per il fatto di essere sola a gestire figlio, casa e lavoro non potrò reggerli a lungo.
Tuttavia, se ho superato questo primo inverno, se sono riuscita, anche se con immenso strazio, ad archiviare il passato (anche se non perdonerò MAI!), consapevole che esistano ormai solo il presente ed un futuro da costruire, posso avere fiducia che riuscirò ad affrontare tutte le difficoltà del domani.
Un passo alla volta, tenendo per mano il mio bambino finché sarà necessario, fino a dargli l’ultima spinta per spiccare il volo: in alto, lontano, coraggioso e libero, felice.
Che la vita ti sorrida sempre, piccolo mio! E che tu sorrida sempre alla vita!
Grazie di esistere.
Ho cominciato a lavorare a 29 anni. Non pochi, in assoluto; ma con i tempi che corrono mi ritengo una privilegiata. A maggior ragione perché sono entrata in ruolo passando direttamente, come sono solita dire, “dal banco alla cattedra”.
Ho vinto un concorso, e credo di averlo meritato: per due anni ho lavorato puntando esclusivamente a quell’obiettivo e le mie prove d’esame non erano affatto malvagie. Sono però consapevole di essere stata anche fortunata: colleghi d’università non meno preparati di me, se non addirittura più ferrati, non ce l’hanno fatta.
D’altro canto, come in ogni altra vicenda della vita (e forse più che in altre), la sorte si è rivelata un fattore niente affatto trascurabile.
Sono entrata nella mia prima classe il 13 settembre 2001, due giorni dopo l’attacco alle Twin Towers di New York, e in me si agitavano emozioni molto diverse, ma tutte molto intense.
Avrei voluto assaporare le sensazioni di orgoglio e di timore che l'ingresso nel mondo del lavoro portava con sé; ma gli avvenimenti internazionali rendevano meschine le mie emozioni personali.
Ricordo che mi tremavano leggermente le mani, mentre parlavo a quei 27 ragazzini di primo liceo scientifico, confidando loro che in qualche modo stavamo condividendo l’esperienza del primo giorno di scuola. E mi tremavano ancora mentre accennavo ai fatti di New York, cercando di mantenermi quanto più neutra possibile nel giudizio: sottolineai soprattutto l’importanza di ritornare alla normalità nel tempo più breve possibile, per non darla vinta a chi combatte le sue battaglie seminando terrore, distruzione e morte; senza al tempo stesso rinunciare ad una riflessione profonda sulle cause e sui fatti stessi dell’11 settembre.
Ricordo i visi più o meno emozionati, turbati, interessati dei ragazzi.
Ricordo di essere uscita dall’aula con l’impressione di essermela cavata piuttosto bene nella mia prima prova sul campo.
Cominciava così la mia grande avventura da insegnante. Nonostante i miei (non pochi) 29 anni, ero la più giovane tra 100 professori, titolari e supplenti. Sentivo gli occhi puntati su di me e sentivo anche, nei colleghi di corso più seri, preoccupazione e diffidenza verso questa "matricola" bassina e mingherlina, dallo sguardo lievemente spaesato, che loro temevano non avrebbe saputo gestire la situazione. Soprattutto quella terribile classe seconda per nulla scolarizzata che mi era toccata (sono i "regalini" che si fanno agli ultimi arrivati, l’ho imparato poi).
In capo a due mesi la mini-prof. si fece valere.
Dentro di me restavo consapevole di avere ancora tutto da imparare, e spesso ero preoccupata di non essere all’altezza del mio ruolo; ma di questo non traspariva nulla all’esterno e colleghi ed allievi impararono a conoscermi come un’insegnante preparata e appassionata delle sue materie; seria e precisa; autorevole e determinata. Così guadagnai la stima e la fiducia di alcuni compagni di viaggio, e l’antipatia e l’invidia di tanti altri.
Dopo sei anni trascorsi nella mia prima scuola ho ottenuto il trasferimento nel liceo vicino casa e alcune situazioni si sono riproposte.
Mi è stato affidato per la prima volta il triennio e di nuovo ho temuto di non essere all’altezza del compito. La classe più scalcagnata e meno scolarizzata del liceo è toccata a me. I colleghi più anziani mi hanno guardata inizialmente con diffidenza e paternalismo, a maggior ragione visto che dimostro ancora i 30 anni che avevo quando ho cominciato ad insegnare.
Questa volta mi sono bastate due settimane per farmi conoscere, e apprezzare da chi ha voluto farlo. Ed ora che l’anno volge al termine il mio bilancio è assolutamente positivo.
Più che mai sono consapevole di avere tanto da imparare. Ma sono anche orgogliosa di quanto ho appreso in questi sette anni: dai libri, perché non si impara mai tanto e tanto bene come quando si ha l’obiettivo di condividere la conoscenza; e dai tanti ragazzi e dai tanti colleghi che hanno compiuto una parte più o meno lunga della strada insieme a me.
E sono più che mai convinta che la sorte e le mie energie mi abbiano portata a svolgere il lavoro per il quale sono nata.
Avevo altri progetti, fino a dieci anni fa. Mi sarebbe piaciuto restare dentro l’Università, diventare col tempo ricercatrice o che so io.
Non ce l’ho fatta, perché per sfondare nell’Università, come purtroppo è noto, occorre essere dei geni o dei raccomandati: ed io non appartengo a nessuna delle due categorie.
Ero amareggiata, perfino furiosa - soprattutto quando scoprii che mi era stata offerta l’opportunità di pubblicare qualcosa su un argomento che in realtà interessava alla nipote di una docente dell’Ateneo per la sua tesi… sicché il mio lavoro non sarebbe mai uscito a mio nome. Me ne andai senza lasciare una riga di ciò che avevo scritto: che l’illustre raccomandata s’arrangiasse!
Ma non tutti i mali vengono per nuocere, si dice.
Con la mia laurea in Lettere non potevo fare altro, a quel punto, che tentare la via dell’insegnamento. Credevo che l’avrei considerato per tutta la vita un ripiego, che mi avrebbe ricordato sempre la delusione delle mie speranze.
Invece è diventato per me, semplicemente, il lavoro più bello del mondo.
Grazie ai colleghi più anziani che in questi anni mi hanno consigliata e incoraggiata; grazie ancora a loro per la fiducia, la stima e l’amicizia.
Grazie ai miei studenti, di cui ricordo ancora tutti i nomi (anche se temo che la memoria non potrà sostenermi in questo senso ancora per molto), che mi hanno regalato e continuano a regalarmi ogni giorno una stilla di giovinezza, anche quando mi fanno disperare; grazie in particolare a quelli che non sono più miei allievi, ma che ancora mi scrivono e vengono a trovarmi, che vorrebbero che tornassi nella loro classe, che mi permettono di accompagnarli ancora nel loro percorso di crescita.
Grazie, perché se la mia vita ha un senso e una direzione è anche merito vostro.