sabato, 26 aprile 2008

Storia di un figlio giustamente ribelle: Pinocchio

Un paio di settimane fa ho seguito insieme a mio figlio lo sceneggiato su Pinocchio diretto da Luigi Comencini nei primi anni ’70. Sei puntate, di circa 50 minuti ciascuna, che riproponevano le vicende del più famoso burattino del mondo.

Il mio bambino, che già conosceva la versione disneyana della storia, si è appassionato anche a quest’altra, tempestandomi di domande ogni volta che qualcosa gli era poco chiaro.

Lo sceneggiato è piaciuto anche a me e mi ha spinta a leggere, per la prima volta nella mia vita, il romanzo originale di Carlo Collodi (al secolo Carlo Lorenzini).

 

Il racconto fu pubblicato a puntate, tra il 1881 e il 1883, sul “Giornale per i bambini”. I primi quindici capitoli ebbero per titolo “La storia di un burattino” e la vicenda si concludeva con l’impiccagione di Pinocchio da parte del Gatto e della Volpe. Successivamente l’autore decise di dare un prosieguo alla storia e a due riprese concluse il romanzo, che ricevette il nuovo e definitivo titolo “Le avventure di Pinocchio”.

 

La trama è celebre, almeno nelle sue linee generali. Un vecchio falegname si costruisce un burattino di legno, a cui dà il nome di Pinocchio; ma prima ancora d’essere compiuta, la marionetta si rivela dotata di intelligenza e parola e di un carattere pigro e dispettoso. Pinocchio affronterà mille peripezie fantastiche e surreali prima di comprendere gli errori dettati dalla sua superficialità e dalla sua indolenza: solo allora la Fata Turchina lo trasformerà in un bambino in carne e ossa.

 

Il romanzo ha alle spalle una tradizione comica e teatrale popolaresca tutta toscana, che le conferisce una freschezza ed una vivacità che si apprezzano ancora oggi. È però anche un’opera realizzata in un periodo particolare della storia italiana: l’Unità nazionale si era appena compiuta e l’Italia si trovava ad affrontare non pochi problemi concreti.

In un anno molto vicino (1886) venne pubblicato anche un altro celebre libro per l’infanzia che si cita sempre accanto a “Pinocchio”: “Cuore” di Edmondo de Amicis. Entrambi furono concepiti per quel giovane, giovanissimo pubblico di scolari italiani che occorreva educare ad una lingua e a valori comuni, dopo secoli di frammentazione politica e culturale.

Leggere però le due opere, e soprattutto quella di Collodi, esclusivamente in questa chiave significa precludersi la loro piena comprensione.

 

“Le avventure di Pinocchio” ha infatti avuto vasta risonanza e grandi apprezzamenti anche presso un pubblico adulto, e ben oltre i limiti cronologici della fine dell’Ottocento. Questo ha naturalmente attirato l’attenzione e l’interesse degli studiosi che si sono interrogati, e continuano ad interrogarsi, sulle ragioni di un successo così strepitoso. Numerose sono, conseguentemente, le interpretazioni (alcune anche francamente anacronistiche o fuorvianti) che sono state proposte.

In questa sede, però, non mi interessa approfondire questo aspetto: ampia bibliografia sull’argomento è reperibile facilmente sulle antologie scolastiche o in rete.

Mi piace piuttosto mettere a confronto il romanzo con lo sceneggiato, il quale, se certamente ne riprende tutti gli episodi salienti e perfino le battute più famose, dall’altro mi sembra offrire una chiave di lettura molto interessante.

 

“Le avventure di Pinocchio” è quello che si definisce un romanzo di formazione, poiché descrive il processo di maturazione del suo protagonista. La maturità in questo caso consiste in senso del dovere e rispetto delle regole.

Il percorso di crescita è segnato da diverse cadute, provocate dalla volontà debole del burattino che preferisce seguire ciò che più lo diverte e lo alletta, e i cattivi consiglieri, piuttosto che i saggi insegnamenti della Fata e del Grillo parlante.

Tuttavia in molti hanno rilevato una certa ambiguità nel modo in cui l’autore ha affrontato e descritto questo percorso: è infatti evidente la simpatia dello scrittore verso il suo scapestrato, dispettoso, capriccioso burattino.

L’autore, e così il suo romanzo, oscillano tra l’intento pedagogico edificante e un’istintiva disposizione d’animo più libera e ribelle.

 

Lo sceneggiato di Comencini, a quasi un secolo di distanza, va ancora oltre.

Le monellerie di Pinocchio, all’inizio della versione cinematografica, non sono gravi quanto quelle descritte nel romanzo; le punizioni inflitte dalla fata sono invece ancora più dure, alcune perfino crudeli. Successivamente le birbonate del burattino diventano più serie e continuano ad essere punite sempre più severamente.

La storia del Pinocchio di Comencini mi sembra dimostrare che diventerà certamente “cattivo” un bambino a cui si ripete continuamente ed aspramente, e senza dare spiegazioni, che si comporta male; un bambino che viene punito in maniera sproporzionata per delle sciocchezze. Il bambino, a questo punto, sente di non avere nulla da perdere.

Una battuta dello sceneggiato mi ha colpita particolarmente (e naturalmente manca nel romanzo): quando Pinocchio, dopo aver ritrovato il suo babbo dentro il ventre della balena, racconta a Geppetto le sue avventure e gli interventi della fata, il padre commenta: “Più che una fata, mi sembra una strega”.

 

Per chi, come me, svolge in due vesti diverse – di madre e di insegnante – il difficilissimo compito dell’educatore; in un tempo come il nostro, per giunta, in cui sembra che gran parte degli educatori abbia abdicato a questo impegno, il tema proposto è di fondamentale interesse.

Non trascorre giorno in cui io non mi interroghi su ciò che sia più giusto dire e fare per accompagnare nella loro crescita il mio bambino e i miei allievi: amandoli senza soffocarli e nello stesso tempo senza rinunciare ad un ruolo normativo, spronandoli a dare il meglio di sé senza farli sentire caricati di eccessive aspettative, educandoli senza castrarli nella loro personalità e nelle loro attitudini; affinché possano (perché devono) ribellarsi senza perdere di vista i valori irrinunciabili, affinché possano diventare uomini e donne senza perdere curiosità e voglia di sperimentare e continuando a ribellarsi a ingiustizie e soprusi.


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categorie: recensioni, libri, educazione
venerdì, 18 aprile 2008

Recensione semiseria e acida, nonché di parte, al libro “La principessa che credeva nelle favole” di Marcia Grad

L’autrice è laureata in psicologia, tiene seminari presso scuole e università e insegna tecniche di crescita personale a gruppi di manager e professionisti. Già questo curriculum dovrebbe rendere diffidenti.

Nutro poca fiducia negli specialisti delle scienze della psiche, ma le mie perplessità aumentano non di poco quando ho l’impressione che sfruttino conoscenze e competenze, vere e presunte, per riscuotere successo personale e soldoni piuttosto che per contribuire al benessere della gente.

 

“La principessa che credeva...” è un libro smaccatamente a tesi: già i nomi dei luoghi e dei personaggi alludono chiaramente ai significati che l’autrice ha inteso esprimere.

Victoria è una principessa graziosa e ben educata e va in sposa al tanto sognato Principe Azzurro. Quando il consorte si rivela immaturo, egoista e aggressivo, la principessa comincia un faticoso e doloroso viaggio attraverso il Sentiero della Verità, e dopo aver passato il Mare delle Emozioni, la Terra delle Illusioni, il Campeggio per viaggiatori smarriti, la Terra di Ciò che è, il Viale dei Ricordi e la Valle della Perfezione, giunge al Tempio della Verità dove una pergamena sacra le rivela ciò che infine ha meritato di sapere.

 

Attraverso il personaggio di Victoria e quello del suo alter ego infantile immaginario, l’ingenua, sognatrice, ribelle Vicky, Marcia Grad ha voluto rappresentare ogni donna che ha bisogno di liberarsi del mito del Principe Azzurro per comprendere che l’amore vero è qualcosa di meno perfetto, e anche di meno melenso e retorico, ma di più sincero e appagante nella sua imperfezione. E ha voluto anche spiegare che per essere felici accanto ad un compagno occorre essere anzitutto soddisfatte e realizzate in se stesse.

Una morale, direi, ineccepibile! Ed anche estremamente originale. Pare d’altronde, stando al risvolto di copertina, che questo volumetto sia un bestseller a livello mondiale.

 

Ho acquistato il libro in un autogrill (dove, altrimenti?). L’ho scelto col preciso intento di dedicarmi ad una lettura leggera, ma speravo pure, non lo nego, di trovare anche io l’arma per uccidere il Principe Azzurro.

Mi auguravo un approccio ironico dell’autrice, che invece si prende terribilmente sul serio nel tracciare il percorso verso l’ “imperfetta perfezione”.

La delusione è stata massima.

Insomma, in questi mesi di scrittura del mio blog personale ho detto esattamente le stesse cose della Grad, il percorso di Victoria l’ho vissuto sulla mia pelle: sono passata anche io dai sogni romantici della bambina al brusco, doloroso risveglio della donna; ho scoperto anche io, fino ad allora accecata dall’amore e da falsi miti, di avere accanto un uomo completamente diverso da quello che tutti avevamo creduto che fosse; ho dovuto anche io barcamenarmi tra mari in tempesta e salite erte e sdrucciolevoli sforzandomi sempre di riemergere e di rimettermi in piedi; infine anche io ho ritrovato me stessa, più forte e più volitiva, consapevole di non aver perso nulla che valesse la pena possedere. Quando mi ci metto, i toni patetici so usarli alla perfezione. Così come sono capacissima di partorire qualche frase ad effetto sul senso della vita.

Intanto però il mio blog non ha una diffusione planetaria ed io non diventerò mai milionaria grazie al mio percorso esistenziale.

 

Ma c’è un motivo in più per il quale detesto il libro e la sua autrice, come certe trasmissioni di Alda d’Eusanio (che si collocano, per me, quasi allo stesso livello): ho pianto.

“La principessa che credeva...” mi ha fatto rivivere i mesi della mia sofferenza senza aggiungere nulla di nuovo e di utile. Io ho percorso la mia strada senza l’ausilio di nessun manuale, e in verità dubito che una guida del genere possa davvero aiutare qualcuna (che non sappia già farlo da sé).

Soprattutto mi ha fatto rabbia la descrizione della principessa che compie il suo viaggio verso l’autocoscienza dovendo rispondere solo di se stessa a se stessa e che alla fine della favola riparte rafforzata e determinata verso una nuova vita.

Non mi risulta che, né qui né altrove, Marcia Grad abbia affrontato il problema di ritrovare se stesse mentre contemporaneamente si accudiscono i frutti dell’errore più grande mai compiuto nella vita, cercando di non confondere i piani.

Se non altro, però, ho capito le ragioni dello straordinario successo commerciale (nell’accezione più negativa del termine) del libro: punta tutto su un coinvolgimento emotivo viscerale e del tutto acritico.

 

In conclusione.

Non perdete tempo e denaro per questo libro. Per sbarazzarsi del Principe Azzurro è molto più utile, e divertente, seguire la serie dei film di animazione di Shrek.

Se invece avete proprio voglia di cimentarvi con questi temi in chiave patetica e di psicologia salottiera, leggetevi tutto d’un fiato il mio blog personale. Per lo meno è gratis. Ed è una storia vera.


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categorie: recensioni, libri, favole, psicologia, shrek
giovedì, 17 aprile 2008

Hic et nunc

Avevo un grande bisogno di essere abbracciata forte e di sentirmi importante. Grazie per avermi regalato questa emozione.

Il futuro, qui e ora, non esiste e non importa.


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categorie: emozioni
martedì, 15 aprile 2008

E adesso?

Non scrivo mai diffusamente di politica, perché ritengo di non padroneggiare l’argomento e non mi piace parlare senza cognizione di causa.

I risultati di queste ultime elezioni, però, sono tali che non riesco a restare lontana dalla tastiera.

 

Che Berlusconi avrebbe vinto era prevedibile, perché il PD non rappresenta nulla: è un conglomerato informe e perfino patetico.

Non ho potuto votare per Veltroni, neppure turandomi naso bocca orecchie e cervello: ho una dignità e posseggo anche facoltà raziocinanti che non si lasciano ottundere da discorsi accattivanti e da allettanti promesse che celano il vuoto assoluto di idee (non parlo di ideali: mi informano da più parti che non esistono più – prendo atto, anche se non ne sono convinta).

Come dicevo anche in passato, anche se con immenso rammarico, il centro-destra ha qualcosa di concreto da dire e sa realizzare obiettivi altrettanto concreti.

Quelli del centro-destra sono a volte messaggi contraddittori, non mancano imbonitori che cercano di convincere l’uditorio solleticando lo stomaco piuttosto che il cervello, le false promesse e gli scambi di favori si incontrano a tutte le latitudini e a tutte le longitudini della politica. Tuttavia solo il centro-destra, da decenni, è riuscito a portare a termine una legislatura; ed è stato sostituito da un centro-sinistra ben più composito e confuso che aveva vinto le elezioni (ammesso che le avesse vinte) per un pugno di voti.

Questa volta il centro-destra ha trionfato: lo scarto è tale da non dare adito a dubbi. Governerà altri cinque anni, a vantaggio del futuro premier e di determinate categorie socio-economiche.

Si era detto che sarebbe stata una partita a due, ma in realtà non c’era nessuna partita. Spero solo che questi risultati dimostrino al PD che è necessario dire qualcosa che sia davvero di sinistra, combattere senza tentennamenti e compromessi le battaglie della libertà, della laicità, della giustizia sociale, perché altrimenti non si potrà proporre mai un’alternativa credibile.

 

I risultati deludenti del PD e il tracollo della Sinistra l’Arcobaleno danno però, secondo me, anche altri segnali.

La somma dei loro voti resta comunque lontana dai risultati del PDL e dei suoi alleati.

Significa, per come sono in grado di interpretare io i dati, che gli elettori di sinistra non hanno creduto in nessuna delle due principali formazioni che si proponevano di rappresentarli. Il PD avrà anche tolto qualche voto, parecchi voti, a Bertinotti, ma la somma delle percentuali è comunque tragicamente bassa.

L’elettorato di sinistra, a mio parere, ha perso fiducia nei partiti istituzionali, da cui non si è sentito né rappresentato né tutelato: il PD era solo una scelta anti-berlusconiana, che non ci ha convinti tutti. Tutt’altro. La SA era comunque destinata a perdere nella "lotta tra titani" e quindi in molti non avranno neppure votato.

 

Personalmente, ho votato per la Sinistra l’Arcobaleno, anche se ero stata attirata dalla Sinistra Critica. Speravo che in tanti, a sinistra, avrebbero votato Bertinotti e l’avrebbero fatto pesare in parlamento tanto che nessun PD, PDL e PPPPPPP vari avrebbe potuto ignorarlo. Ho creduto che fosse possibile dare un segnale del genere, soprattutto a quel Veltroni che non è chiaro cosa sia e cosa voglia essere.

Ho fatto una valutazione sbagliata, ma non sono pentita. L’alternativa vera, unica, per me sarebbe stata il non-voto. Ma non appartiene alla mia cultura.

 

In conclusione, ho un timore che mi opprime.

Ho paura che l’elettorato di sinistra, deluso da un bipolarismo solo apparente, privo di rappresentanti autorevoli, possa dare vita ad una deriva irrazionale e anche violenta. Temo che possano acquistare vigore sempre maggiore forme di ribellione aggressive, perfino terroristiche.

I problemi non mancano: le reti Mediaset hanno proposto ogni giorno, per mesi, servizi giornalistici sul caro-vita, sulla precarietà, sui disservizi della scuola pubblica e degli ospedali. Lo hanno fatto, evidentemente, per dimostrare le mancanze del governo Prodi.

Ora cosa succederà? Nasconderanno i drammi delle famiglie per dimostrare che va tutto bene, quando le cose, per molti, non potranno che peggiorare? E come potrà reagire la gente comune, sempre più disperata e sempre più incattivita?


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categorie: politica
venerdì, 11 aprile 2008

Frivolezza

Ho fatto qualche acquisto di vestiario primaverile e... sono tornata ad essere una taglia 40 praticamente perfetta!  E senza seguire una dieta: semplicemente vivendo serena.


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categorie: frivolezze

Piccoli professori crescono

Qualche mattina fa due dei miei studenti, un ragazzo ed una ragazza, hanno tenuto una lezione al posto mio con splendidi risultati.

Avevo fornito loro del materiale bibliografico e per il resto hanno proceduto autonomamente, indirizzati da me solo in un paio di occasioni. Ne sono venuti fuori due lavori notevoli.

Soprattutto la relazione del ragazzo è stata pregevole: ha parlato per più di un’ora, con proprietà di linguaggio e sviluppando il discorso in maniera coerente e compiuta.

Nel corso della sua esposizione, invece, la ragazzina si è emozionata e ha avuto un vuoto di memoria: mi ha guardata mortificata e avvilita, ma l’abbiamo tutti incoraggiata (i compagni le hanno anche fatto un applauso) ed è arrivata brillantemente alla conclusione.

 

Avevo proposto ai due studenti questa sfida perché li considero complessivamente i migliori della classe: desiderosi di apprendere e di emanciparsi dalle proprie origini modeste attraverso la cultura, prima ancora che desiderosi di buoni voti.

Hanno lavorato per settimane per preparare la loro lezione, mi hanno sottoposto le bozze. Il ragazzo, in particolare, non soddisfatto della prima versione, ne ha elaborata un’altra effettivamente molto meglio strutturata e quando mi sono complimentata con lui per il salto di qualità i suoi occhi scintillavano.

 

Ho presentato loro il compito come un gioco, divertente e serio al tempo stesso, come ogni gioco che si rispetti.

Loro si sarebbero messi in cattedra al posto mio, io seduta nei loro banchi. E loro avrebbero dovuto anche cercare di abbandonare quel tono un po’ cantilenante tipico dell'esposizione degli argomenti da parte degli studenti e assumere toni più spigliati e spontanei.

 

Il gioco è riuscito. I compagni hanno fatto festa ed io ho premiato i miei due “sostituti” con un bellissimo voto.

Sono uscita dall’aula anche io entusiasta, mentre ancora si festeggiava e i due protagonisti, rossi in viso e felici, si godevano il loro momento di gloria.

 

La prossima volta, in quella stessa classe, mi tocca tenere una noiosa “lezione curricolare di recupero e di consolidamento delle conoscenze e delle abilità”, dedicata in particolare agli studenti in difficoltà.

Cercherò di organizzarla, come sempre, nella maniera più vivace e nuova possibile; d’altro canto è mio dovere fare tutto il possibile per portare avanti l'intero gruppo, senza che nessuno rimanga indietro.

Ma alternando le attività evito il rischio della noia e della ripetitività e soprattutto evito che i ragazzi più capaci e ambiziosi, come spesso accade nella nostra scuola attuale, si demotivino perché costretti ad ascoltare sempre le stesse cose e non stimolati a migliorare a loro volta.


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categorie: scuola, emozioni
martedì, 08 aprile 2008

Mi manchi

Mi ero ripromessa di non lasciarmi più conquistare dalla dolcezza e di restare sempre molto vigile, perché un’altra batosta non la reggerei.

Ma è difficile! Soprattutto quando un uomo sa usare così bene verbi e aggettivi.

 

Ebbene sì, la prof. che è in me valuta con attenzione anche gli sms... e l’amico di queste giornate primaverili sa come scriverli! Due in particolare hanno rischiato di farmi cedere completamente alla tenerezza.

Mi sto invece sforzando di restare lucida, di scherzare, divertirmi, vivere evitando coinvolgimenti eccessivi. Una persona che è sparita e ricomparsa due volte non mi rende molto sicura. E in ogni caso siamo solo agli inizi.

 

Lo rivedrò presto e devo ammettere che non ne vedo l’ora, perché il nostro tempo insieme non è mai molto, ma è sempre molto intenso. Mi accorgo di pensare a lui la sera prima di dormire e la mattina quando mi sveglio; di sentire la sua mancanza se trascorrono troppi giorni tra un incontro e l’altro.

Evito di lasciar trasparire tutto questo con lui: qualcosa dico e su altro taccio, un po’ scherzo e un po’ parlo sul serio, mi lascio andare a tratti alla tenerezza e a tratti ritorno ironica e perfino un pizzico sarcastica.

 

D’altra parte non credo di essere innamorata. E anzi ho paura che il mio bisogno di amore e di sicurezza possano giocarmi qualche brutto scherzo e farmi credere di provare sentimenti che in realtà non provo. Mi serve del tempo per capire.

Cosa senta lui, d’altro canto, non lo so esattamente; e probabilmente il mio comportamento (oltre ad una sua certa timidezza) non lo aiuta ad esprimersi.

In ogni caso ci divertiamo molto e per adesso può essere sufficiente.


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categorie: emozioni
domenica, 06 aprile 2008

«Come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre?»: “Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov

Soltanto dopo quasi trent’anni dalla morte del suo autore, venne pubblicato il romanzo “Il maestro e Margherita”. Bulgakov vi aveva lavorato dal 1928 fino a poche settimane prima di morire, nel 1940, senza riuscire a portarlo a termine. Fu sua moglie, che già negli anni precedenti lo aveva aiutato a revisionare il lavoro, ad ultimarlo. Nell’Unione Sovietica della fine degli anni ’60 il romanzo fu pubblicato in forma censurata e solo qualche anno dopo in edizione integrale. L’opera fu accolta immediatamente, anche in Italia, tra grandi entusiasmi.

 

Nella Mosca degli anni ’20 o ’30, in un afoso giovedì di primavera, compare, con uno sgangherato e grottesco seguito di accoliti, Satana in persona. Presentandosi come un esperto di magia nera di nome Woland, il diavolo semina per tre giorni disordine e terrore, e molte delle sue vittime vengono ricoverate in manicomio. La domenica il demonio torna da dove è venuto e tutti gli eventi a lui legati vengono spiegati dalle forze dell’ordine sovietiche come l’opera di illusionisti abilissimi e senza scrupoli.

A questa linea narrativa se ne intreccia un’altra, che domina tutta la seconda parte del romanzo: è la storia dell’amore sconfinato tra un personaggio chiamato il Maestro e la sua amante Margherita. Lui non aveva accettato la stroncatura di un romanzo su Ponzio Pilato che aveva scritto anni addietro ed era uscito di senno. Perciò era stato ricoverato in manicomio (lo stesso nel quale si riversano poi le vittime di Woland) e si era separato dalla sua Margherita, senza mai dimenticarla e senza esserne mai dimenticato. Alla fine i due amanti si ricongiungono e ricevono da Dio il dono del riposo in una sorta di limbo isolato e sereno.

Una terza linea narrativa è costituita proprio dalla storia di Ponzio Pilato, il quinto procuratore della Giudea che aveva mandato a morte Gesù. Le vicende che vedono protagonista il governatore romano, dalla condanna all’esecuzione di Jeshua Hanozri (come è chiamato nel romanzo), sono diverse da quelle tramandate dai testi tradizionali: a narrarle sono in parte Woland e in parte il Maestro, il quale si rivela quindi una sorta di profeta non creduto. Solo nelle ultime pagine del libro la storia di Pilato si conclude: egli riceve finalmente il perdono per la colpa di quella crocifissione che non avrebbe voluto che fosse compiuta ma che non seppe evitare.

Accanto a quelli già citati, sono tanti altri i personaggi più o meno rilevanti all’interno del romanzo: essi vengono a comporre un quadro della Mosca di epoca staliniana molto poco edificante, in cui dominano avidità, arrivismo spregiudicato, egoismo, inganno, volgarità. Una figura che spicca è quella del poeta Bezdomnyj, sul quale il libro si apre e si chiude. Al principio è giovane, scrive brutti versi ed è profondamente convinto del proprio ateismo; l’arrivo di Woland sconvolge completamente la sua vita e le sue certezze, lasciandogli in eredità un incubo che ritorna ad ogni plenilunio di primavera.

 

Il romanzo ha una struttura complessa, di cui qualcuno ha messo anche in evidenza degli elementi di debolezza, dovuti probabilmente al fatto che l’opera non fu revisionata compiutamente dall’autore.

Resta però un libro originalissimo e potente, al tempo stesso fantastico e surreale, ironico e dissacratore, tragico e lirico. Nelle sue pagine, ricorrendo a toni comici e sarcastici, ma anche spietati e violenti, si mettono a nudo le meschinità e le debolezze degli uomini, si confutano l’ateismo e le credenze religiose tradizionali. In quelle stesse pagine si descrivono però anche voli di streghe e Sabba infernali e si parla d’amore in maniera intensa e appassionata.

Quello che resta, dopo la lettura – non semplice, non breve, ma assolutamente avvincente ed emotivamente coinvolgente – è un senso di vertigine, un dubbio che si insinua.

 

Satana è un servo di Dio: provoca la follia, la distruzione, anche la morte; ma la sua azione serve a ristabilire la giustizia, a punire la vanità e la malvagità degli uomini. È ironico e sprezzante, questo demonio, ma porta con sé anche la consapevolezza lucida, drammatica, della sua impotenza.

D’altra parte il mondo della luce è visto solo in lontananza, di scorcio: è quello che infine rende la libertà al governatore della Giudea e concede serenità ai due amanti; è rappresentato da un ironico, umanissimo Gesù che su un raggio di luna si allontana discutendo animatamente del senso delle cose proprio con Pilato.

A tratti si ha l’impressione che Dio non abbia un potere assoluto. Di certo esercita il suo dominio in una maniera diversa da quella a cui una certa cultura ci ha abituati a credere.

 

Amo questo romanzo. Non ha messo in crisi le mie certezze, ma mi ha travolto nelle atmosfere surreali di certi episodi, mi ha commosso con la dolcezza di altri, mi ha spinto ad un’ennesima riflessione sul significato della vita, sul bene e sul male.

Lo rileggerò di certo ancora, per la quarta volta, alla scoperta dei mille risvolti che, ne sono sicura, ancora mi sfuggono.


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categorie: recensioni, libri, il bene e il male
giovedì, 03 aprile 2008

Occhi azzurri

Il mese di aprile è cominciato in maniera davvero imprevedibile.

 

La storia con l’amico al quale dedicavo la recensione del “Piccolo principe” non è decollata. E ad essere onesti era stato follia pensare che potesse funzionare. Per la distanza geografica, certamente, ma anche perché il nostro rapporto appariva già sbilanciato. Da un lato c’era lui con il suo entusiasmo a volte imbarazzante e il suo desiderio di entrare nella mia vita troppo in fretta e troppo in profondità; dall’altra c’ero io, gelosa della mia libertà e attenta anzitutto al benessere del mio adorato bambino, al quale non intendo sconvolgere ulteriormente la vita.

 

Ho però fatto la pazzia di rivedere l’imprenditore “sparito-ricomparso-sparito-ricomparso”. Non sapevo cosa aspettarmi da quell’incontro, e forse è stato meglio così. Tutto è avvenuto in maniera assolutamente spontanea.

E ora spesso il mio pensiero va a due occhi azzurri che mi guardano con tenerezza, a una barba brizzolata e un po’ ispida che mi punge il viso, alle nostre dita intrecciate e strette.

 

Siamo solo all’inizio e, come è giusto, ognuno di noi conserva la propria vita e le proprie abitudini. I nostri figli rimangono la priorità assoluta e per noi ritagliamo il tempo che si riesce, il tempo che si può, tra una lezione di latino e un appuntamento in banca.

Non costruiamo castelli in aria e non ci riempiamo la bocca di parole troppo grandi (e nelle quali, dopo le esperienze del passato, è un po’ difficile credere), ma aspettiamo comunque con emozione, con trepidazione, il momento in cui ci incontreremo di nuovo.

Non ci sono pretese, non ci sono progetti a lungo termine. Solo la voglia di riappropriarci di uno spazio nostro, dello spazio a cui hanno diritto ciascun uomo e ciascuna donna per sentirsi pienamente tali.


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categorie: emozioni, occhi