domenica, 30 marzo 2008

L'ennesima farsa: i corsi di recupero estivi

Nel 1995, per volontà del ministro della Pubblica Istruzione D’Onofrio, furono aboliti gli esami di riparazione nella scuola secondaria di secondo grado (legge n. 352 dell’8 agosto). A sostituirli fu introdotto il sistema dei “debiti formativi” da saldare nel corso del successivo anno scolastico, secondo modalità che i singoli istituti avrebbero previsto e programmato. In parole povere, non si rischiava più di essere bocciati a settembre.

 

Il nuovo sistema non ha funzionato. Nei fatti gli studenti hanno potuto da quel momento proseguire il loro corso di studi superiore in presenza di lacune gravi e gravissime perfino in quattro materie, e senza colmarle mai.

Il fallimento è dipeso non tanto dalla nuova normativa in sé quanto dalla sua scriteriata gestione da parte di molti dirigenti scolastici e di tanti insegnanti.

Consentire infatti il passaggio alla classe successiva con quattro debiti (ad es., in una mia classe, in Italiano, Latino, Inglese e Matematica) anche con voti di 3 e di 4 (è lo stesso esempio) è semplicemente folle. A quel punto è inevitabile che lo studente pensi che gli sia stata garantita una impunità perpetua.

Tanto più che la verifica del cosiddetto “saldo del debito” si è fatta sempre più superficiale, per il lassismo e la demotivazione dei docenti, ma anche a causa di precise direttive (ufficiose, ma non per questo meno vincolanti) di alcune dirigenze: per timore dei ricorsi, sempre più numerosi, e per poter diffondere all’esterno l’immagine di una scuola nella quale la percentuale di successo formativo è molto alta, si rinuncia ad esprimere una valutazione degli studenti che sia aderente al vero.

Oggi le scrivanie dei dirigenti scolastici sono invase da centinaia di ricorsi da parte di genitori che non accettano un esito negativo. Molti colleghi e dirigenti ritengono che sia meglio evitare simili rogne promuovendo il più possibile, senza pensare che si tratta di un circolo vizioso: se le famiglie sono diventate tanto arroganti e pretenziose è perché la scuola ha perso autorevolezza e credibilità.

Ho visto inoltre con i miei occhi i grafici che misurano il successo formativo non sulla base delle conoscenze e delle abilità effettivamente acquisite dai ragazzi, bensì sulla base del numero di studenti promossi. Come vengano promossi, non conta. Salvo poi piangere lacrime di coccodrillo sulla crassa ignoranza dei nostri giovani. Salvo poi stupirsi, ipocritamente, se ad un recente concorso sono rimasti vacanti degli ambitissimi posti da magistrato, poiché molti candidati sono stati respinti a causa di grossolani e ripetuti errori di ortografia e morfo-sintassi.

 

Resosi conto di questo sfacelo, l’attuale ministro Fioroni ha cercato di correre in qualche modo ai ripari e ha reintrodotto gli esami di riparazione (D.M. 80 del 03.0.2007 e O.M. 92 del 05.11.2007).

A dire il vero, non si dovrebbe definirli in questo modo, bensì “nuove modalità di recupero dei debiti scolastici”. La sostanza comunque non cambia: a giugno, in presenza di una o più insufficienze, si sospende il giudizio sull’allievo e prima dell’inizio dell’anno scolastico successivo lo studente viene sottoposto a prove di verifica che determinano la sua promozione o la sua bocciatura.

Rispetto al passato c’è però anche qualche novità.

Con l’introduzione del sistema dei debiti formativi le scuole hanno dovuto destinare una parte dei propri fondi alla organizzazione degli IDEI (“interventi didattici e educativi integrativi”, i cosiddetti corsi di recupero), affidati di norma a docenti interni all’istituto stesso nel corso dell’anno scolastico. Si tratta di lezioni extra-curricolari che hanno lo scopo di aiutare gli studenti in difficoltà a colmare le proprie lacune.

Col ritorno degli esami di riparazione, che devono tenersi, salvo casi eccezionali, entro il 31 agosto, il ministro ha stabilito che le scuole debbano attuare degli interventi di recupero anche per il periodo estivo.

 

La mia esperienza dei corsi di recupero è stata disastrosa, tanto che ho deciso di non tenerne più, anche se mi fruttavano un piccolo guadagno supplementare non disprezzabile.

I fondi sono insufficienti e l’organizzazione carente sotto vari punti di vista: ero in pratica obbligata, e i miei studenti con me, a lezioni pomeridiane di Italiano o di Latino della durata di 2 o addirittura 3 ore e il totale delle ore a mia disposizione non ha mai superato le 14.

L’utilità sul piano didattico di corsi del genere è praticamente nulla. 2 o 3 ore di lezione pomeridiana su un’unica materia, dopo una mattinata trascorsa di già tra i banchi, non fruttano quanto lo stesso numero di ore diluito in più giorni; e comunque 14 ore complessive sono del tutto insufficienti. A maggior ragione se vengono iscritti al corso studenti di classi diverse, parallele o addirittura neppure parallele.

 

Per l’estate si profila lo stesso scenario, perfino più grottesco.

Se 14 ore non bastano nel corso dell’anno, a maggior ragione non saranno sufficienti a giugno, quando ci sarà da recuperare un intero programma e se, ancora una volta, verranno aggregati allievi di diversa provenienza.

Come se non bastasse, per non riunire i consigli di classe a fine agosto a scapito delle ferie di docenti e famiglie di studenti, alcuni istituti si sono impegnati a chiudere tutte le attività di recupero e le prove di verifica per la fine del mese di luglio.

Dunque, ricapitolando: in poco più di un mese, con 14 ore di corso, si pensa di permettere il recupero di una materia (o magari due, tre o anche quattro).

È chiaro che alle famiglie converrà, come già avviene durante l'anno scolastico, rinunciare agli IDEI e ricorrere alle lezioni private. Se possono permettersele.

 

Il sistema dei debiti, come quello degli esami di riparazione (o comunque si voglia chiamarli), non è di per sé efficace o inefficace.

Il nocciolo della questione è un altro. Il problema sta nell’inadeguatezza dei fondi stanziati, nella cattiva organizzazione, nella scarsa motivazione di docenti e dirigenti.

Fino a quando la scuola sarà concepita (quasi) esclusivamente come un parcheggio per bambini e adolescenti; fino a quando la cultura sarà considerata accessoria rispetto al “pezzo di carta”; fino a quando non saranno gli insegnanti per primi a ritrovare passione e fede nel proprio lavoro; non ci sarà normativa che potrà risollevare le sorti della scuola.


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categorie: politica, scuola
martedì, 25 marzo 2008

Al di là del bene e del male: “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino

Nel 1952 usciva il primo dei romanzi che, insieme al “Barone rampante” e al “Cavaliere inesistente”, sarebbe rientrato nella raccolta “I nostri antenati” del 1960.

 

In un’epoca non precisata, ma che sulla base di indizi interni dovrebbe essere la metà del Settecento, il giovane visconte Medardo di Terralba è appena giunto in Boemia per combattere contro i Turchi. Una palla di cannone lo centra in pieno e lo divide in due parti perfettamente simmetriche. La metà destra viene miracolosamente ritrovata viva e rientra in patria, ma ben presto si rivela essere la parte malvagia del nobiluomo, che in maniera spietata e disperata insieme si dà a devastare i luoghi e ad opprimere gli abitanti. Col tempo si scopre che anche la metà sinistra è sopravvissuta: si tratta della parte buona, che con un impegno costante, ma anche pedante e molesto, si dedica a rimediare alle malefatte dell’altra. Infine le due metà saranno ricucite insieme e il visconte tornerà “intero”.

 

Come nei due romanzi successivi, l’elemento che immediatamente balza all’attenzione del lettore è il gusto calviniano per la narrazione fantastica, ironica ed anche amara. Lo stesso autore, trentuno anni dopo, spiegava a degli studenti pesaresi di aver voluto trasmettere il suo messaggio attraverso un racconto che fosse divertente, che invogliasse alla lettura.

D’altra parte la “morale della favola” è assolutamente chiara. L’uomo, nella sua interezza, nella sua completezza, è costituito di luce e di ombra: la sola parte oscura, e così anche la sola metà luminosa, sono disumane, non-umane.

Il romanzo è dunque, come scrisse ancora lo stesso Calvino su “Mondo nuovo” nel 1960, una riflessione sull’ “essere”.

 

Che si tratti della prima riflessione sul tema si avverte chiaramente, poiché dei romanzi della trilogia “Il visconte dimezzato” è il meno vivace e originale sul piano dell’inventiva e quello in cui più pesano i significati simbolici e metaforici che vengono attribuiti ai personaggi (questi significati li spiegò lo stesso autore sull’ “Unità” nello stesso anno 1952).

Le conclusioni sono però a mio parere condivisibili. L’essere umano contiene in sé il bene ed il male: questa è l’essenza del suo limite ma anche il seme della sua grandezza, se riesce a dominare la componente negativa senza perdere la straordinaria ricchezza che deriva dalla sua fragilità e dalla sua fallibilità.

 

 

“E al carpentiere veniva il dubbio che costruir macchine buone fosse al di là delle possibilità umane, mentre le sole che veramente potessero funzionare con praticità ed esattezza fossero i patiboli e i tormenti”.


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categorie: recensioni, libri, il bene e il male
lunedì, 24 marzo 2008

Festa di primavera

Subito dopo il vergognoso tradimento subìto, il mio primo impulso è stato quello di trovare quanto prima un nuovo compagno. In questo modo avrei consegnato definitivamente al passato l’errore di avere amato l’uomo sbagliato e tutto il dolore e l’umiliazione che i recenti avvenimenti mi avevano provocato.

Come ho capito solo in séguito, quando ho riacquistato maggiore lucidità, non era quello il percorso corretto: dovevo toccare il fondo della sofferenza per riemergere. Inoltre, ovviamente, non ero nelle condizioni di spirito giuste per dare inizio ad una storia e non potevo che incontrare, sulla mia strada, dei disperati più disperati di me.

 

Così è stato. Il primo con cui sono uscita aveva alle spalle una storia incredibilmente simmetrica alla mia, anche per i tempi in cui si era svolta; riaccompagnandomi a casa mi salutò con gli occhi lucidi di lacrime. Quasi mi avrebbe sposata quella sera stessa: naturalmente non perché avessi colpito il suo cuore e i suoi sensi, bensì per riempire un vuoto per lui insostenibile, ancor più che per me. Mi sono ben guardata dal rivederlo, nonostante le sue telefonate insistenti; dopo due settimane si è rassegnato e non mi ha chiamata più.

 

Poi è venuto l’imprenditore, di cui su questo blog ho parlato in un paio di occasioni. Siamo usciti tre volte e c’è scappato anche un bacio. Mi piaceva il suo approccio, che mi sembrava equilibrato e razionale: non abbiamo più l’età per i colpi di testa e abbiamo entrambi un figlio da crescere che rappresenta la priorità assoluta (detta da un uomo - i miei 25 lettori lo capiranno - è suonata alle mie orecchie come un’affermazione sconvolgente); nulla toglie però che si possa trascorrere del tempo piacevole insieme, senza fare progetti e affidando proprio al tempo il compito di definire meglio il rapporto. Sparì. Ricomparve col capo cosparso di cenere. Sparì di nuovo. È riapparso per gli auguri pasquali. Inutile dire che ho “archiviato” anche lui: se i sei anni dedicati al lavoro e alla sua bambina che ha in affidamento esclusivo lo hanno reso così insicuro nei fatti, le parole contano assai poco. Ho imparato a mie spese quale distanza possa separare i bei proclami dall’azione concreta. Perseverare sarebbe diabolico.

 

Come terzo è arrivato un altro imprenditore, un 45enne che per una intera sera mi ha intrattenuta raccontandomi dei suoi innumerevoli viaggi. È difficile che qualcuno, uomo o donna che sia, riesca a farmi stare zitta interessandomi con i propri argomenti (lo ammetto: sono molto esigente e selettiva), ma lui c’era riuscito. Tuttavia abbiamo capito di non avere nulla in comune per pensare anche solo lontanamente di intrecciare una relazione. La presa di coscienza è avvenuta quando mi ha invitata ad andare a ballare sui tavoli con la sua comitiva di amici. Considerando che io non ho ballato sui tavoli (né sotto né intorno) neppure a vent’anni, a maggior ragione non intendevo cominciare con una combriccola di (quasi) cinquantenni che in questo modo cerca di esorcizzare la paura del tempo che passa.

 

Quindi è arrivato l’amico a cui ho dedicato la mia recensione del “Piccolo principe”.

Condividiamo molto, anzitutto un’indole fortemente umorale. È stato lui a dirmi, in riferimento al mio ex-marito, che il fatto di essere (o di presentarsi) come persona razionale ed equilibrata non è un pregio, se va a scapito dell’emozione e del sentimento. Detto da lui, ovviamente, è un giudizio di parte, come se lo dicessi io; ma è comunque la conclusione alla quale sono giunta a mia volta. Al diavolo l’equilibrio e la razionalità, se devono significare freddezza e calcolo opportunistico; al diavolo a maggior ragione, se poi la follia esplode tutta in una volta travolgendo ogni cosa.

Abbiamo un rapporto stranissimo, in continua altalena.

Il fatto è che siamo due anime ferite, perché siamo stati traditi in ciò che per noi contava di più. È difficile rimettersi in gioco quando si è imparato a proprie spese che l’amore può finire in un modo devastante, col nostro cuore calpestato in maniera inesorabile e spietata. È ancora più difficile nel nostro caso perché ci separa una distanza geografica non trascurabile e la consapevolezza che il nostro piccolo mondo di affetti familiari e amicali è tutto ciò che attualmente abbiamo: nessuno di noi è disposto a sradicarsi, scommettendo su un rapporto che potrebbe finire (l’abbiamo imparato!) e lasciarci quindi di nuovo soli e per giunta lontani dalle poche certezze faticosamente riconquistate.

La più cauta, a dire il vero, sono io. Sono io a frenare i suoi timidi entusiasmi, le sue piccole aperture.

Non so dire da cosa dipenda esattamente. Forse sento che comunque non sarebbe la persona giusta. Forse sento che non è il momento giusto.

In questi ultimi mesi mi sono ricostruita una vita a mia piena misura. Anche se mi costa delle terribili levatacce per riuscire ad incastrare tutti gli impegni, è una vita assolutamente appagante. Mi godo mio figlio, giorno dopo giorno, con gioia e soddisfazione; ricevo tanti riconoscimenti umani e professionali sul lavoro; riesco a coltivare, seppure solo telefonicamente, splendide amicizie; le letture mi arricchiscono e contribuiscono a farmi sentire viva. Spesso mi trovo a pensare che non mi serva altro per essere serena e perfino felice.

Forse non ho bisogno di altro. O forse ho paura di rimettere tutto in discussione, di tentare una nuova strada che potrebbe rivelarsi fallimentare e dolorosa come quella che ho da poco abbandonato.

Attualmente non so districare questa matassa aggrovigliatissima. Forse occorre solo del tempo. O forse la mia disposizione d’animo è sbagliata e mi preclude, a priori, felicità più grandi.

 

 

La Pasqua per me non è una festa, perché non sono credente. Per questo non ho rivolto auguri a nessuno da questo blog (a Natale l’ho fatto, ma ovviamente solo perché c’era un intento polemico).

Questi giorni mi piace chiamarli “festa di primavera”. Per ora piove a dirotto e l’aria è greve, ma presto dovrebbe tornare il sole caldo della bella stagione.

Ai miei 25 lettori (tranne, ovviamente, quelli che passano di qui senza essere invitati e assolutamente non graditi) l’augurio che la primavera possa splendere nelle loro vite, oggi e sempre. E, mi si perdoni un ennesimo peccato di egocentrismo, che un raggio di luce illumini anche la mia confusione e sciolga un po’ del ghiaccio che altri hanno prodotto nel mio cuore.


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categorie: auguri, emozioni, futuro
venerdì, 14 marzo 2008

Esserci o non esserci:

Nel 1959 Calvino pubblicava l’ultimo dei tre romanzi che sarebbero poi confluiti, l’anno successivo, nella raccolta “I nostri antenati”. Nel volume unico “Il cavaliere inesistente” venne ad occupare il primo posto in ragione della sua ambientazione medievale, anteriore a quella del “Visconte dimezzato” e del “Barone rampante”.

 

L’esercito di Carlo Magno è impegnato nella guerra contro i musulmani di Spagna e si avvale anche del contributo prezioso di un cavaliere “che non c’è”: Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez è infatti niente altro che  un’armatura vuota. Una conversazione alla tavola del sovrano rivela al cavaliere che l’impresa da cui sono scaturiti i suoi titoli non è stata un’azione onorevole e meritoria quanto si credeva e Agilulfo rischia così di perdere nome e privilegi. Parte allora alla ricerca della donna che, sola, potrebbe dimostrare come stanno le cose. In conclusione la verità viene svelata, ma Agilulfo, avendo ascoltato solo una parte dei fatti e convinto di non meritare titoli e onori, fugge. L’armatura, smembrata, sarà ritrovata proprio dal giovane guerriero Rambaldo a cui Agilulfo ha voluto lasciarla in eredità.

 

Il romanzo, come gli altri due che compongono la trilogia, mostra anzitutto il gusto calviniano per la narrazione fantastica e ironica: l’autore si diverte a coniare nomi che suscitano ilarità per la lunghezza o per il suono, si diverte a collocare i suoi personaggi in situazioni grottesche, si diverte a ideare improbabili colpi di scena.

Dall’altro lato, come Calvino stesso spiegava nel 1960 sulla rivista “Mondo nuovo”, “Il cavaliere inesistente” costituisce anche una terza riflessione sul tema dell’ “essere”, già affrontato nei due romanzi precedenti.

La persona degna di questo nome non è Agilulfo, il cavaliere preciso e impeccabile che non accetta la debolezza e rifugge dai sentimenti. Né esiste, nel senso pieno del termine, lo scudiero Gurdulù, lo scemo del villaggio che crede di essere qualunque uomo, animale o cosa lo circondi, che conserva gli istinti primari, ma non ha alcuna coscienza di sé.

Tra la sarabanda delle avventure e delle trovate comiche, Calvino dedica al suo protagonista inesistente anche qualche passaggio malinconico, in cui si descrive il cavaliere irreprensibile e orgoglioso, condannato alla solitudine dall’incapacità di stabilire rapporti con gli altri, che pur di non essere sovrastato dalle emozioni si impegna in attività materiali che cerca di svolgere nella maniera più accurata. L’esistenza di Agilulfo è pura esteriorità (tanto è vero che l’identità del paladino si identifica con le imprese compiute) e rispetto delle norme.

 

Umanissimi invece vengono presentati i giovani cavalieri Rambaldo e Torrismondo, ed anche le due figure femminili, la guerriera Bradamante e la principessa Sofronia. Accompagnati da incertezze, da paure, da desideri oscillanti, trovano infine ciascuno la propria strada. E questa via è percorsa sempre insieme a qualcun altro, non nella solitudine di Agilulfo (o di Gurdulù).

Sembra dunque questa, infine, la “morale della favola”. La vera umanità è coscienza di sé e accettazione anche dei propri tentennamenti; la realizzazione dell’individuo passa inevitabilmente dai rapporti umani e sociali.

Perciò anche l’attività della scrittura, a cui Calvino dedica ampie riflessioni attraverso il personaggio di suor Teodora, narratore interno della vicenda, è arte nobile e appassionante, purché non si sostituisca alla vita realmente vissuta.

 

In questa ottica mi sembra che venga confermata anche l’interpretazione che proponevo tempo fa del “Barone rampante”: la selvatica solitudine di Cosimo non rappresenta una orgogliosa, anticonformistica realizzazione di sé, quanto piuttosto una testardaggine infantile che lo esclude dalla vera umanità.

 

 

“L’applicarsi a queste esatte occupazioni gli (ad Agilulfo, n.d.r.) permetteva di vincere il malessere, d’assorbire la scontentezza, l’inquietudine e il marasma, e di riprendere la lucidità e compostezza abituali”.


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categorie: recensioni, libri
mercoledì, 12 marzo 2008

Adgnosco veteris vestigia flammae (Verg., Aen. IV 23)

"Riconosco i segni dell'antica fiamma" confessa la regina Didone alla sorella Anna nel poema virgiliano. Aveva amato il marito Sicheo, l'aveva perduto, aveva giurato eterno amore alle sue ceneri. L'arrivo di Enea sconvolge gli equilibri, Didone si innamora di nuovo. Anche questo amore avrà fine in maniera drammatica: Enea l'abbandonerà e la regina si toglierà la vita.

Ho conosciuto un uomo e forse riconosco anche io i sintomi dell'amore. Ma la paura di un altro fallimento, di un altro tradimento, è grande. Non riesco ad essere spontanea, non mi sento libera di lasciarmi andare.


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categorie: emozioni
venerdì, 07 marzo 2008

Che la scelta sia davvero libera!

In questo periodo in cui la Chiesa di Roma sta portando avanti un’offensiva a 360° contro alcune delle più preziose conquiste della laicità e della scienza del XX secolo, il dibattito più aspro si è acceso, come era prevedibile, intorno al tema dell’aborto.

Se ne sta parlando tanto, che forse questo intervento risulterà quanto meno superfluo. Ma sento l’esigenza di esprimere la mia opinione.

 

Personalmente non ricorrerei mai all’interruzione volontaria della gravidanza, tranne che nel caso di diagnosi mediche particolarmente infauste che, lo ammetto senza ipocrisie, non mi sentirei di affrontare.

D'altra parte sono anche convinta che non sia giusto mettere al mondo bambini che si sa già che non potranno avere una vita cosiddetta normale, o che addirittura ne avranno una breve e dolorosa. Fermo restando che rispetto chi la pensa in maniera diversa.

Il problema è però ben più ampio e complesso, e va naturalmente molto oltre i limiti della mia esperienza individuale.

 

L’aborto è sempre stato praticato, fin da tempi antichissimi. Ed è storia purtroppo anche assai recente quella che racconta di interruzioni di gravidanza effettuate in condizioni igieniche precarissime con sistemi dolorosi e disumani, a cui è seguita anche la morte di tante madri.

Proibire l’aborto, come vorrebbero alcuni, significherebbe semplicemente far rinascere le pratiche clandestine. Occorre dunque essere realisti e confrontarsi con i fatti.

La legge 194 non deve essere toccata. È una garanzia per le donne e per la società tutta. Per quanto atroce possa suonare.

 

Vorrei però spostare l’interesse su un altro aspetto. Bisognerebbe lavorare sulla prevenzione. Evitare che si verifichino almeno alcune delle circostanze che fanno sentire alcune donne costrette ad interrompere la gravidanza.

Le donne dovrebbero essere meglio informate circa i propri diritti, in particolare quello di partorire e di non riconoscere il bambino senza incorrere in alcuna sanzione.

Le donne non dovrebbero essere costrette a scegliere tra un posto di lavoro, vitale per il sostentamento della famiglia, e la maternità.

Le ragazze dovrebbero ricevere una corretta educazione sessuale per evitare le gravidanze indesiderate.

Il sostegno materiale e psicologico nei confronti delle donne che, per qualunque motivo, avessero delle incertezze sul prosieguo della gravidanza, dovrebbe essere totale. Soprattutto se mancasse quello della famiglia.

E dovrebbe essere un sostegno concreto e quanto più disinteressato possibile, non ideologico, per aiutare ogni donna, ciascuna con la propria storia personale e la propria situazione socio-economica, a compiere una scelta consapevole. Qualunque essa fosse.

Non bisogna infine dimenticare altre situazioni, come le gravidanze che derivano da violenza sessuale. Qui il discorso si fa oltremodo delicato; e in questo caso, più che mai, il rispetto dovrebbe essere massimo, e così pure il sostegno.

 

Se simili interventi si realizzassero, sono convinta che il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza avrebbe un crollo.

Per molti però è più facile criticare, mortificare, umiliare una donna che decide di abortire, senza offrirle nessuna concreta alternativa, che non siano chiacchiere e fumo.

 

Questo pezzo è in realtà il frutto di un lavoro a quattro mani, di cui l'amica Spes ha curato la parte che segue.

 

Ogni storia, ogni caso, è a se stante. Fortunatamente non posso parlare per esperienza personale visto che non mi sono mai trovata nella condizione di dover prendere una decisione in tal senso ma so che, semmai dovesse presentarmisi una tale scelta da compiere, sarei molto combattuta.E non per quello che ha tentato di inculcarmi la chiesa: sono atea. Non è prerogativa esclusiva dell' essere credenti avere certi valori o pensarla in un determinato modo su taluni argomenti. So che se avessi la certezza che mio figlio avrà problemi gravi, malformazioni o che soffrirà tantissimo, farei quello che c'è da fare per evitargli queste cose. Egoismo? Paura di affrontare i problemi? No, più "semplicemente" grande e sofferto gesto d'amore. Si, perchè il più delle volte l'aborto è una scelta sofferta, che non si prende a cuor leggero ma soltanto dopo aver valutato tante cose; so che questo può sembrare strano ai più, soprattutto a quelli che parlano di "assassinio", ma tante donne prendono questa decisione "morendo" un po' anche loro.

La legge 194 è una grande conquista per qualsiasi Paese che voglia ritenersi civile; eliminandola non solo si regredirebbe di trent'anni (cosa che è nelle mire di più persone e su vari fronti) ma soprattutto si tornerebbe alle vecchie pratiche, con grandi rischi da parte delle donne che per un motivo o per l'altro vi devono ricorrere.

Come ben esposto dalla cara CuoreMagico, bisognerebbe mettere le persone in condizione di poter evitare di trovarsi davanti ad un bivio così doloroso. Come? Facendo prevenzione, informando e non dicendo semplicemente che esiste soltanto l'astensione. Sappiamo tutti che il rapporto sessuale tra due persone è la cosa più naturale che possa esserci, quindi basta con i tabù.

E poi non dimentichiamo la cosa più importante: la donna che si trova di fronte ad una scelta del genere merita rispetto e sostegno da parte di tutti; solo lei può sapere come si sente e le motivazioni che la spingono a dover scegliere.


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categorie: aborto, libertà, chiesa romana
mercoledì, 05 marzo 2008

È giunto il tempo

È giunto il tempo di voltare pagina. Passo dopo passo, il percorso è compiuto.

Da oggi in poi questo blog non parlerà più dei due amanti fedifraghi che mi hanno regalato i mesi più dolorosi di tutta la mia vita. Se dovessi sentirmi provocata o minacciata, certamente reagirò; altrimenti un velo di silenzio si stenderà su di loro.

 

Vorrei poter dire che quei due non esisteranno più per me, ma purtroppo non è possibile; ciò che però più conta è che ormai sono per me inoffensivi.

Ci sono ultime vicende che qui sul blog non ho riferito, ma che mi hanno convinta definitivamente del fatto che non vale la pena di soffrire per il mio ex-marito e che è inutile anche infuriarsi: uomini del genere meritano semplicemente l’oblio, e un pizzico di pietà (da chi ne ha da elargire).

Alla sua compagna, invece, voglio rivolgere perfino un ringraziamento. Perché mi ha dato l’idea chiara di ciò che io non vorrò diventare mai: una donna(?) infida, che agisce nell’ombra, che manipola, e che al tempo stesso si autoproclama una persona virtuosa.

Posseggo mille difetti, tra cui quello di non dimenticare mai un torto subìto e di non saper perdonare; ma non ne ho mai nascosto uno. Anzi. Anche su questo blog mi sono presentata a tutto tondo, spesso con vergogna, sempre con sincerità: non mi vanto di essere ciò che non sono.

 

Ho rischiato di impazzire dal dolore, ma ne sono venuta fuori. Forse loro ci hanno sperato: in un colpo solo, liberarsi di me e prendere il bambino.

E invece ne sono venuta fuori. Da sola. Senza l’aiuto di nessuno specialista (a cui la fidanzata del mio ex-marito mi invitava a rivolgermi). Da sola. E nel frattempo mi sono presa cura di mio figlio e dei miei studenti, senza far avvertire loro contraccolpi.

Non vanto nessuna virtù. Questo traguardo non è un merito, era semplicemente un dovere da compiere, nei confronti di me stessa e delle persone che amo.

Vedo tutti i miei limiti e non ne sono fiera. Ma cerco con tutte le mie energie di non far soffrire nessuno, di non ingannare, di non tradire. Mi sforzo di essere presente ai miei doveri e alle mie responsabilità, di diventare migliore.

 

E ora posso definirmi perfino felice, visto che la mia vita è densa di affetti importanti e di realizzazione professionale. L’unico tarlo è il pensiero del futuro di mio figlio, ma non mi avvilisce; piuttosto mi sprona ad impegnarmi per la sua felicità.

Sorrido al cielo, alla vita, all’amore. E quando piango, so che non potrà “piovere per sempre”.

 

In conclusione, un augurio ai due piccioncini. Spero davvero che siano felici.

Altrimenti tutto il mio dolore degli scorsi mesi, ma soprattutto quello attuale (e futuro) di un bambino che sempre più spesso chiede del suo papà lontano, non avranno alcun senso. Almeno si potrà dire “qualcuno soffre e qualcuno ride: è nell’ordine delle cose”.


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categorie: blog, emozioni
martedì, 04 marzo 2008

Guerriera

Nessuna nube nera

spegnerà la mia luce,

mai un mostro malvagio

ciberà le mie carni.

 

Con la spada sguainata

difenderò il mio regno

e la sua prosperità.


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categorie: poesie, futuro