venerdì, 29 febbraio 2008

L'insostenibile peso dell'essere:

Il piccolo principe” è un breve romanzo – si può bene definirlo un racconto – pubblicato dal conte de Saint-Exupéry nel 1943, un anno prima di scomparire senza lasciare alcuna traccia di sé. Il libro è arricchito dagli acquerelli dello stesso autore, celebri almeno quanto la storia che illustrano.

 

Un aviatore è costretto ad un atterraggio di fortuna nel deserto del Sahara. Mentre è alle prese con la riparazione del guasto, gli si avvicina un bambino dall’età imprecisata, che gli rivolge richieste stravaganti e che rivela di provenire da un piccolissimo pianeta di cui era l’unico abitante. Dopo un approccio iniziale difficile, tra il piccolo principe e l’uomo nasce un’amicizia intensa, rivelatrice, per entrambi, del significato dell’esistenza. L’aviatore riesce infine a riparare il suo aereo, ma deve contemporaneamente dire addio al suo piccolo amico, che, morso da un serpente, cade tra la sabbia senza fare alcun rumore. Il giorno dopo il suo corpo è scomparso.

 

Molti hanno rilevato il carattere parzialmente autobiografico del racconto: l’autore era lui stesso un aviatore, proprio come il protagonista adulto (e voce narrante) della storia, ed aveva avuto una disavventura nel deserto nel 1935. Inoltre la sorte del piccolo principe appare una sorta di presagio della fine dello scrittore, di cui non è mai stato possibile ricostruire esattamente le circostanze della sparizione.

Il romanzo gode inoltre da sempre di un’ammirazione pressoché unanime, che ne ha fatto un best-seller come pochi. I toni sognanti e magici del racconto, gli insegnamenti sull’amicizia e sul senso della vita che esso contiene, ne hanno decretato un successo immediato e duraturo.

 

La storia del piccolo principe mostra come i bambini siano capaci, con la loro semplicità e la loro disarmante coerenza, di leggere la realtà molto meglio degli adulti. Questi infatti non sono più in grado di cogliere gli aspetti veramente importanti, quelli che si trovano sotto la superficie dell’egoismo, dell’avidità, della smania di successo e di potere.

Solo i bambini riescono a vedere ciò che non c’è, o per meglio dire ciò che c’è, ciò che è, guidati dall’istinto, dalla fantasia, dal sogno.

Solo i bambini possono comprendere il vero valore dei rapporti umani, che riempiono la vita e la rendono unica.

Solo i bambini non mascherano le proprie emozioni e sono capaci di arrossire di fronte ad una domanda imbarazzante.

 

Non c’è dubbio che dietro la favola c’è un testo che parla anche, se non soprattutto, agli adulti. Un testo scritto da un adulto che, con i suoi rossori (simili a quelli del piccolo protagonista) e il suo amore sviscerato per il volo, era rimasto in qualche modo bambino.

D’altra parte i giudizi che sono generalmente espressi sul racconto trascurano, a mio parere, la conclusione della storia.

Il piccolo principe stringe un accordo con un serpente del deserto: si farà mordere da lui nel giorno del primo anniversario del suo arrivo sul pianeta Terra. Un’atmosfera particolarmente malinconica domina le ultime pagine del libro, quando il bambino si avvia alla fine che lui stesso ha scelto e l’aviatore assiste impotente, incapace di impedire il dolorosissimo evento.

Il bambino, nel suo girovagare tra i pianeti, ha imparato a conoscere i propri sentimenti e a riconoscere ciò che per lui era più importante, e sulla terra ha trovato un amico. Eppure decide di morire: sa benissimo che il morso del serpente non lo riporterà vivo sul suo pianeta, che non è quello il “ricongiungimento” che lo attende.

 

In questa conclusione io leggo la morte dell’infanzia, anche se il racconto è da sempre presentato come il suo trionfo. Quella del piccolo protagonista è una resa di fronte alla complessità dell’esistenza e alla difficoltà di coniugare lo sguardo infantile con gli impegni dell’età adulta.

E sono portata a pensare che la misteriosa scomparsa dell’autore non sia stata affatto dovuta ad un incidente o ad un attacco di aerei nemici, ma sia stata piuttosto la scelta deliberata di un uomo che si è arreso all’inconciliabilità tra realtà e sogno.

 

 

“Solo i bambini sanno quello che cercano [...] Perdono tempo per una bambola di pezza, e lei diventa così importante che, se gli viene tolta, piangono...”

 

Dedicato ad un amico che si sente perso nel mare della vita da parte di chi ha appena raggiunto la riva, e sa cosa vuol dire.


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categorie: recensioni, libri, favole, fantasia
giovedì, 28 febbraio 2008

Aggiornamento

Il mio patetico ex-marito, che ha bisogno di lavarsi la coscienza, vuole a tutti i costi sostenere che io mi lamento delle responsabilità che sono ricadute su di me dopo che lui se n'è andato. Non vuol capire che io non mi lamento affatto, perché mio figlio è per me l'unica cosa che conti davvero sulla faccia di questa terra (non ho altre priorità, io!). Non vuol capire che se io sottolineo il discorso delle responsabilità è solo per farlo sentire per quello che è: un padre degenere. E le sue reazioni sono illuminanti proprio in questo senso: reagisce aspramente perché si sente colpito sul vivo.

Ultima chicca: già parlando con mia madre una volta, e poi oggi di nuovo con me, il mio ex-marito ha insinuato che io dica chissà cosa di lui a nostro figlio. Meschinità su meschinità: basta vedere con quanta gioia sincera il bambino lo accoglie al suo arrivo. Ma naturalmente, come sanno i miei 25 lettori, il titolare del senso morale è lui, laddove io sono una mina vagante.


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categorie: follia

Il lupo perde il pelo...

Tra ieri pomeriggio e stamattina c’è stato un simpatico scambio di mail fra me ed il mio ex-marito che merita qualche chiosa.

Tutto è nato da una sua frase che gli ho chiesto di spiegarmi meglio, perché davvero non l’avevo compresa, e di lì il discorso si è allargato.

 

Il mio ex-marito non vede l’ora di portare suo figlio a Roma con sé per qualche giorno.

Voglio anche credere che sia sincero (ma su questo torno più avanti), certo però non può pretendere che io sia contenta di sapere che il mio bambino, già traumatizzato dall’allontanamento del padre, sarà messo a contatto con altre figure dal ruolo ambiguo (e che io considero pure pericolose, e anche questo punto lo approfondisco più avanti).

La cosa più notevole è che la puttanella lui non la nomina mai: glissa, per non riconoscere apertamente che intende farli incontrare. Evidentemente ha paura delle conseguenze che potrebbero derivare da una sua ammissione esplicita.

 

Questo mi conferma anzitutto un sospetto che coltivavo da giorni. Ho scritto che l’apertura del blog dei due fedifraghi era stata poco tempista, e invece poi ho capito che i tempi sono stati calcolati con la massima precisione. La lettera che mi è stata indirizzata è uscita subito dopo che io ed il mio ex-marito abbiamo apposto le firme in tribunale per la separazione: finché lui non è stato sicuro che io non avrei chiesto l'“addebito di colpa” (mi pare si dica così), si sono ben guardati dall’uscire allo scoperto. Quando si sono garantiti che non avrebbero corso rischi, son venuti fuori come tutti sanno.

Quello che loro non hanno pensato è che io, per quanto li disprezzi, avrei evitato comunque qualunque ritorsione, per non provocare a mio figlio, soprattutto nel tempo, ulteriori traumi. E però una piccola soddisfazione me la sono presa: quando in tribunale il mio ex-marito voleva aver ragione sull’impossibile, con quella sua aria fredda e maligna, io ho paventato la possibilità di non firmare nulla e di trascinarlo in causa. Non era vero, ma son sicura che ha avuto una fifa boia.

 

Ma torniamo al tema del giorno.

Il mio ex-marito, che non più tardi di quattro mesi fa diceva che, se uno psicologo gli avesse consigliato per il bene del bambino di sparire dalla sua vita, lui l’avrebbe fatto (a proposito di concezioni romantiche della psicologia di cui sono stata accusata io); ebbene, lo stesso uomo ora è tutto proclami di amore sviscerato per suo figlio.

Come dicevo più sopra, voglio anche crederci, voglio pensare che la frase pronunciata lo scorso autunno fosse dettata da confusione, da turbamento. Tuttavia un buon padre, che si vanta d’esser tale, dovrebbe capire (e senza neppure bisogno di psicologi) che un bambino di tre anni e mezzo, che sta già vivendo con dolore e disorientamento una separazione che ovviamente non può comprendere fino in fondo, non dovrebbe essere confuso ulteriormente, conoscendo persone il cui ruolo nella famiglia non è definito.

Naturalmente, come pure scrivevo poco sopra, la ragazzetta lui non l’ha mai nominata, per non compromettersi. Ma io l’interpreto come un argumentum ex silentio, e do quindi per acquisito che saranno a contatto.

 

La chicca migliore l’ho conservata però per la conclusione.

Il mio ex-marito vorrebbe l’affidamento del bambino!!! Questa non meriterebbe neppure d’essere commentata, ma qualche osservazione voglio farla ugualmente.

Il padre amorevole e coscienzioso, sapendo di lavorare tutto il giorno, vorrebbe tenere il bambino con sé. Significherebbe affidarlo a qualcun altro (anche in questo caso lui resta vago, ma io non posso che pensare ad una persona sola). Mentre io, col mio lavoro, posso garantire a mio figlio una presenza costante.

 

Già mesi fa, e l’ho scritto in questo blog, ebbi il sospetto che Romeo e Giulietta volessero giocare alla famiglia felice con mio figlio. Ora il sospetto è cresciuto. E credo anche che lei abbia un ruolo fondamentale in questo senso, perciò la considero pericolosa.

Sono spaventata. Mi spaventano le ripercussioni che convivenze “anomale” potranno avere sul bambino. Ma ho anche altre paure, più profonde, che spero siano davvero immotivate.

E dire che io faccio uno sforzo sovrumano su me stessa per non rovinare l’immagine del padre agli occhi di suo figlio e ho ridotto drasticamente la mia vita di donna per non turbare il bambino.

 

Una cosa è certa: rispetterò gli impegni presi in tribunale alla lettera, perché ovviamente non voglio rogne. Ma non sarò disponibile ad un passo in più verso chi credo stia cercando di ingannarmi ancora (come se non fosse bastato!) e soprattutto verso chi mi sembra che non abbia davvero a cuore il bene del mio bambino.


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categorie: follia, figli
venerdì, 22 febbraio 2008

Il buio della coscienza: "Notte dentro" di Léonora Miano

“Notte dentro” è il romanzo d’esordio di Léonora Miano, scrittrice proveniente dal Camerun e residente in Francia. L’opera, edita nel 2005 e pubblicata nel 2007 anche in traduzione italiana, ha ricevuto numerosi riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale.

 

Ayané si è trasferita in Francia per studiare e torna ad Eku, il suo villaggio nel cuore dell’Africa nera, per visitare la madre morente. La sua famiglia è stata sempre guardata con diffidenza e perfino con disprezzo dalla piccola comunità per il suo modo di vivere non del tutto rispettoso delle tradizioni; l’arrivo della giovane in abiti occidentali non fa che allargare la distanza che la separa dai suoi compaesani. Lei stessa, d’altro canto, rifiuta gli usi e i costumi della sua terra d’origine.

Nel paese infuria la guerra civile e, proprio la sera del ritorno di Ayané, dei miliziani esaltati e violenti piombano ad Eku in cerca di nuove reclute da arruolare. La ragazza riesce a rimanere nascosta e in questo modo assiste solo in parte, e da lontano, agli orrori di quella lunga notte.

Tuttavia l’impressione suscitata da un grido disumano, udito dal suo nascondiglio, tormenterà Ayané finché l’orribile, indicibile verità le sarà svelata.

 

Il romanzo mostra che i pregiudizi nei confronti del diverso dividono anche quelle comunità che spesso sono vittime del razzismo dei bianchi.

“Notte dentro” apre però soprattutto uno squarcio sulle guerre tribali dell’Africa nera, che vedono contrapposti gruppi spesso ugualmente poveri e disperati. L’autrice non nega le responsabilità del colonialismo e del neo-colonialismo occidentali, ma vuole soprattutto mettere in evidenza l’inerzia colpevole con cui i neri africani accolgono gli eventi, per cui diventano essi stessi i primi responsabili dello sfruttamento a cui sono sottoposti, dell’ignoranza e dell’indigenza in cui vivono.

Il romanzo si legge speditamente, anche nei passaggi più drammatici e crudi che suscitano incredulità, rabbia e repulsione. E la figura di Ayané, divisa tra due mondi molto diversi e in realtà estranea ad entrambi, resta davvero impressa nel ricordo di chi ha seguito la sua storia.

 

A differenza di Ayané, Léonora Miano si considera (http://dweb.repubblica.it/dweb/2007/09/01/attualita/attualita/060afr56360.html) una donna che ha il privilegio di vivere a cavallo tra due culture e ciò a cui più tiene è proprio che l’Africa nera acquisti coraggio e ammetta i propri errori, in modo da poter cominciare a risorgere.

 

“Ora basta! Lo dico e lo ripeto. Basta far finta, basta accusare sempre gli altri. Hanno le loro colpe, e le loro mani sono macchiate del sangue con cui si sono dissetati. Ma qualunque cosa abbiano potuto fare e qualsiasi siano potute essere le manipolazioni che hanno tramato contro di noi, non possiamo attribuire a loro i nostri crimini. [...] Mentre mendichiamo il senso di colpa dell’Occidente, a chi chiederanno soddisfazione i nostri figli?”.


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categorie: recensioni, libri, africa
giovedì, 21 febbraio 2008

Il cielo azzurro sopra di me

Nei giorni scorsi il cielo sopra la mia città era di un azzurro intenso, come accade di rado nelle nostre terre umide e inquinate dallo smog. Soffiava un vento gelido di tramontana, ma splendeva il sole nel cielo completamente sgombro di nuvole.

Ho camminato col naso all’insù, per non perdermi neppure uno squarcio di quell’azzurro, mentre il vento mi scompigliava i capelli. Il cielo terso, il sole scintillante, l’aria fredda che mi sferzava il viso... mi sono sentita viva e felice.

Il passato, col suo carico di sofferenza e di umiliazione, non riusciva a tenere il passo della mia marcia spedita e non poteva offuscare la rinata gioia di esserci.

 

Ci sono. Sembra incredibile anche a me dopo il disincanto, la delusione, la rabbia, il dolore. Ci sono. E vivo, intensamente, con gioia, con entusiasmo, con il desiderio di costruire qualcosa.

Ho anche pianto in questi giorni, ma non ho avuto paura di non riuscire a smettere, non mi ha preso il terrore di essere sopraffatta.

 

Mi considero una sopravvissuta. È una parola forse troppo grossa, ma non riesco a trovarne un’altra che mi sembri efficace.

Sono sopravvissuta ad un dolore che mi ha straziata, tanto più perché chi lo ha causato lo ha giudicato con disprezzo e con derisione; un dolore che può comprendere solo chi si sente venir meno la terra su cui cammina, o l’aria che respira.

Perché io ero innamorata. Quando mi è stato detto “Non ti amo più, mi fai schifo”, io ero innamorata. Ho creduto di non farcela. E invece ce l’ho fatta.

Sono sopravvissuta e mi sono rafforzata. Forse mi sono anche indurita, ma a questo potrò porre rimedio.

Con mio figlio e con i miei studenti non sono più dura. È solo verso gli uomini che ho delle remore. Ma spero di essere tanto fortunata da conoscere qualcuno capace di abbattere le mie difese.

 

Oggi piove, ma ho camminato comunque a testa alta, sorridendo, cullando e coccolando i miei pensieri e i miei sogni, orgogliosa di aver saputo uscire dal tunnel, orgogliosa di aver vinto un dolore lancinante, orgogliosa di aver conosciuto la parte più oscura di me senza esserne rimasta vittima, orgogliosa di essere una donna con mille difetti, ma con un pregio fondamentale: quello di non mentire e non ingannare mai, né me stessa né gli altri.


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categorie: emozioni, futuro
venerdì, 15 febbraio 2008

Io ballo da sola

Il mio primo S. Valentino da single "di ritorno" è trascorso serenamente.

Ieri mattina mi sono concessa una colazione speciale, visto che mi voglio bene: una cioccolata calda bollente e densissima accompagnata da un cornetto alla marmellata.

A scuola ho ricevuto gli auguri dei miei studenti e poi, a casa, ho trovato una e-mail davvero molto bella.

Ho conosciuto diversi uomini in questi ultimi mesi, ma nessuno mi ha colpita, interessata, intrigata... fatta (forse) eccezione per quello che si è tenuto più defilato ma, unico, ha approfittato della giornata di ieri per mandarmi un messaggio affettuoso e, sembra, sincero: mi ha fatto gli auguri perché ha sentito che sono una persona che sa amare, che ha amato e che merita di amare ancora.

Il mio scetticismo e la mia diffidenza sono, attualmente, difficili da superare; ma non si può mai dire.

 

Riflettevo però su un fatto. Non saprò mai cosa si provi a festeggiare il primo S. Valentino dopo aver volontariamente sfasciato un matrimonio e aver deliberatamente umiliato un compagno innamorato. Deve essere un'emozione unica, e molto piacevole, ma a me resterà preclusa. Pazienza: non si può avere tutto dalla vita. 


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categorie: emozioni
giovedì, 14 febbraio 2008

L'urgenza del ricordo

“Ogni cosa è illuminata” è un film statunitense diretto da un regista esordiente, Liev Schreiber, e tratto dal romanzo omonimo di uno scrittore esordiente, Jonathan Safran Foer. La pellicola è uscita nel 2005.

 

Il giovane Jonathan, ebreo americano, parte per l’Ucraina alla riscoperta delle radici della sua famiglia: suo nonno, morto qualche anno prima, era scampato fortuitamente al massacro dei nazisti e si era rifatto una vita in America; non aveva però mai dimenticato il suo passato e aveva trasmesso al nipote l’esigenza del ricordo. Nella sua ricerca del paese natale del nonno, Trachimbrod, Jonathan è accompagnato da due guide locali, il giovane Alex e suo nonno.

La voce narrante della storia è quella di Alex, col suo inglese stentato e buffo. La storia è quella del viaggio, un viaggio che sarà prima di tutto dell’anima, e nell’anima.

Attraverso le campagne dell’Ucraina, sterminate e splendide ma segnate anche dalla lotta d’indipendenza dai Sovietici, dall’ignoranza e dalla povertà, i tre personaggi impareranno a conoscersi e a rispettarsi. Infine sarà ritrovato il villaggio di Trachimbrod, dimenticato da tutti perché la sua popolazione era stata interamente massacrata dai nazisti nel 1942, e tutto sarà chiaro: a Jonathan, che potrà anche portare a casa importanti ricordi per la sua collezione di memorie di famiglia; al giovane Alex, che scoprirà di avere origini insospettate; al vecchio nonno di Alex, che troverà finalmente pace, anche se in una decisione estrema.

 

La prima parte del film ha un tono vivace e divertente, accentuato anche dalla colonna sonora etnica: la comicità, che non scade mai nel cattivo gusto, scaturisce dalle nevrosi del protagonista americano, dallo strano inglese di Alex, dagli scontri involontari tra le culture a cui i personaggi appartengono. La seconda parte della pellicola, senza che si avverta una sgradevole frattura rispetto alla prima, ha un andamento più lento e malinconico, avvicinandosi e poi compiendosi lo svelamento di terribili verità.

 

In questa pellicola l’orrore degli stermini nazisti resta sullo sfondo, ma non per questo il dramma personale e collettivo viene sminuito. Anzi, il film punta in particolare sul tema della memoria, della necessità del ricordo: chi ricorda, vive; chi sceglie di dimenticare, di rimuovere, di rinnegare, non può vivere.


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categorie: recensioni, film
mercoledì, 13 febbraio 2008

La generazione della "monnezza"

Quello che vedo affacciandomi al balcone sono cumuli di immondizie (nella foto). Quello che incrocio sulla via andando al lavoro o facendo una passeggiata sono cumuli di immondizie. Ovunque. La mia regione è su tutti i tg, e l'emergenza si sta aggravando giorno dopo giorno.

Intanto sono arrivate, l'una dietro l'altra, le cartelle esattoriali relative ai rifiuti di due anni. Quasi 600 euro da pagare per il 2006 e il 2007 per avere le strade ridotte in questo modo. Oltre al danno, la beffa!

Qualche giorno fa una collega mi ha annunciato di essersi candidata per le prossime elezioni amministrative nelle file del tal partito, ed ha aggiunto: "Se t'avanza un voto, ricordati di me". Comincerei col dire che non "m'avanza" nessun voto: dispongo di un solo voto, come qualunque cittadino, e cerco di utilizzarlo nel modo migliore. I tempi attuali non sono affatto incoraggianti, ma piuttosto che cedere completamente le armi, lasciando il paese in assoluta balìa delle clientele, continuerò a dare il mio voto a chi mi sembra meno marcio. Devo dire anche che il partito per il quale correrà la mia collega non mi dispiace: appartiene a quella che, nonostante tutto, considero sempre la mia area politica, e anzi è un partito che attualmente offre maggiori garanzie di laicità rispetto a quello per il quale ho sempre votato. Certo è anche un partito condannato ad una scarsa visibilità proprio in ragione del suo vessillo di laicità, che in un paese come l'Italia è considerata una malattia grave; però è vero pure che a livello locale la situazione acquista connotati parzialmente diversi e si potrebbe quindi anche ambire a qualche traguardo.

Ma il problema è un altro. Quando incrocerò la mia collega la prossima volta, voglio proprio chiederle: "Se do a te il voto "che m'avanza", cosa cambia?". Lasciamo da parte i massimi sistemi: in questo caso ho un interrogativo molto concreto e urgente. Saremo liberati dal pattume che inonda le nostre strade o continueremo a camminare rasente i marciapiedi, zigzagando tra i rifiuti, le auto parcheggiate e le auto in corsa?

A chi devo dare il voto che "m'avanza" per ottenere che mio figlio non cresca in mezzo alla "monnezza"?


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categorie: politica, futuro, follia
lunedì, 11 febbraio 2008

Il fascino del libro

Qualche giorno fa ho letto un articolo che parlava di un docente americano autore di più di 85.000 libri. L’altissimo numero di pubblicazioni è stato reso possibile dall’utilizzo di un programma per il computer in grado di elaborare i dati relativi ad una determinata materia e di produrre un saggio, più o meno lungo, sull’argomento. I costi di produzione sono bassissimi e il testo viene stampato solo quando richiesto da un acquirente.

Chi vuole approfondire la storia di questo signore può partire dall’articolo su repubblica.it (http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/scienza_e_tecnologia/macchina-libri/macchina-libri/macchina-libri.html) e svolgere qualche ulteriore ricerca in rete. Io l’utilizzo solo come spunto per qualche pensiero in libertà.

 

Amo il libro come oggetto, anzitutto. Perché mi sembra di sentire, anche quando è una copia di centomila identiche messe in commercio, la storia umana che c’è alle spalle. Perché è una compagnia insostituibile, tanto che ho sempre un libro in borsa.

Ricordo sempre che quando, per ragioni di studio, ho potuto per qualche mese sfogliare manoscritti medievali databili dal X al XV secolo, ero felice. Ero entusiasta di poter anche semplicemente toccare libri antichi, volumi scritti e miniati a mano da amanuensi ed artisti di cinquecento o mille anni fa, testi sfogliati da chissà quante mani prima delle mie eppure sopravvissuti pressoché integri.

Ogni volta che ho l’opportunità di entrare in una libreria, resterei ore intere a voltare pagine, a consultare risvolti, per scegliere la successiva lettura da mettere sul comodino.

 

I miei 25 lettori sanno che amo scrivere. E che ho delle ambizioni (delle velleità, per meglio dire) in questo senso.

Quando scrivo, sia pure il testo più breve e banale o anche tecnico, come una relazione quadrimestrale, dedico molto tempo alla revisione: alla scelta del vocabolo più appropriato, della formula più scorrevole, dell’espressione più efficace. E difficilmente sono davvero soddisfatta.

Ebbene, l’idea di lasciar compilare ad una macchina qualcosa che dovrebbe essere unico perché prodotto creativo e originale di un essere umano, mi fa semplicemente tristezza.


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categorie: libri, emozioni
domenica, 10 febbraio 2008

Il corpo sa tutto

“Il corpo sa tutto” è il titolo di una raccolta di racconti della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto.

Non intendo, però, recensire il libro dell’autrice nipponica, oggi mi interessa solo prendere spunto da quel titolo.

 

Era l’autunno del 2006 quando cominciai ad avvertire dei disturbi particolari.

La cosiddetta sindrome pre-mestruale, di cui ho sempre sofferto, si acuiva mese dopo mese e né gli integratori di magnesio né alcuni prodotti omeopatici consigliatimi dalla mia ginecologa sortivano effetti significativi. Il ciclo mestruale diventava sempre più irregolare e a volte doloroso come non era mai stato. Pensavo perfino di essere entrata in pre-menopausa precoce, perché avevo improvvise, e sempre più frequenti, vampate di calore.

In realtà il mio corpo aveva capito ciò che il mio cuore e la mia mente si rifiutavano di vedere e di comprendere. Il mio corpo mi mandava dei segnali che io non ho saputo interpretare.

La riprova sta in ciò che è accaduto in seguito.

Quando la scorsa estate il mio ex-marito si è finalmente deciso a confessare che non mi amava più (ma solo dietro mie insistenti richieste, perché glissava; e continuando a negare fino all’impossibile interessamenti verso altre persone), il mio problema si è ulteriormente accentuato.

Da un paio di mesi a questa parte, invece, sembra tutto “miracolosamente” risolto. Il ciclo è tornato alla sua regolarità, le vampate sono scomparse, la sindrome pre-mestruale è nuovamente gestibile semplicemente con qualche camomilla.

 

In passato, quando mi capitava di somatizzare disagi o stress, avevo sempre fastidi allo stomaco. Questa volta invece, ma l’ho capito solo adesso, il mio corpo ha reagito nella parte più direttamente “ferita”: io non lo sapevo, non lo vedevo, ma il mio compagno mi stava già abbandonando.

 

Sto davvero procedendo spedita, sempre più spedita, verso la luce.

Me ne accorgo anche quando cammino per strada: di nuovo a testa alta, desiderosa di sorridere  alle persone che incrocio e al cielo sopra di me, leggera perché libera!

E ieri sera ho fatto un altro passo avanti molto significativo. Avevo ancora nella memoria del mio cellulare i messaggi d’amore del mio ex-marito, alcuni risalenti anche al 2002 e al 2003... adesso ci vorrebbe il coro dei miei 25 lettori: “Sceee-ma, sceee-ma!!!”... Li ho cancellati con estrema leggerezza e un pizzico di soddisfazione.

 

Buona domenica e un sorriso (ma solo a chi lo merita).


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categorie: emozioni