Non c’è più alcun dubbio: ho preso un abbaglio gigantesco! L’uomo che ho sposato non è neppure lontanamente quello che io ho creduto che fosse.
Non solo ha meditato per lungo tempo di lasciarmi senza dirmi nulla e continuando a giocare al marito affettuoso e devoto; non solo mi ha sbattuto in faccia il suo flirt con la puttanella romana; non solo pretendeva di restare sotto il tetto coniugale trascorrendo però il tempo libero a chattare con lei e precipitandosi da lei ogni domenica (diceva di aver bisogno di tempo per decidere, ma in realtà aveva già deciso: voleva tempo solo per sistemare al meglio la sua situazione professionale ed economica. L’ho capito e l’ho sopportato per tre settimane, nella folle illusione che tutto tornasse alla normalità; poi ho ricordato di avere una dignità e l’ho messo davanti ad una scelta seria e definitiva).
Non solo tutto questo. Ma anche...
Avevamo un conto corrente, purtroppo intestato a suo nome perché non avrei mai pensato che le cose finissero come stanno finendo, su cui versavamo periodicamente del denaro che i miei genitori regalavano al nostro bambino.
Lui ha usato quei soldi per sistemarsi a Roma ed ora sostiene di dovermene restituire solo la metà, perché l’altra metà l’avrei usata io per far fronte a spese straordinarie.
Ma quali spese straordinarie?
Da quando non c’è più lui in casa, le spese si sono ridotte. E non di poco. Non ho più da pagare rata della macchina, garage, benzina, bolli e revisioni, telepass; gli sfizi mangerecci di ogni genere con cui mi riempiva la credenza; le sue megalomanie tecnologiche.
Con il contributo che mi deve, secondo gli accordi presi di fronte all’avvocato, io riesco ad arrivare, seppure a fatica, a fine mese senza dover ricorrere a nessun aiuto. Ho rifatto i conti proprio oggi, per sbatterglieli in faccia quando torneremo a discutere dell’argomento.
Quel denaro non era mio né suo: era di nostro figlio, regalatogli dai nonni. Era il piccolo salvadanaio per future vacanze-studio, per la cameretta nuova quando sarà il momento, per le altre nececessità che si prospetteranno.
Come si può arrivare a tanto?
Sono stata ingenua per l’ennesima volta. Ho voluto credere alla sua onestà, che era una delle caratteristiche per cui lo amavo tanto. Ho voluto convincermi che almeno sul piano economico lui fosse ancora l’uomo integerrimo che ho avuto accanto (che ho creduto di avere accanto) per 16 anni. Mi sono sentita perfino in colpa, settimane fa, quando nel corso di una conversazione sull’argomento “denaro” lui mi ha detto: “Ma non ti fidi di me?”; quel giorno ho pensato che stavo esagerando, che non dovevo demonizzarlo fino a tal punto.
Non so se riavrò tutto il denaro di mio figlio; non so neppure quando l’avrò, perché lui dice di aver bisogno di un paio di mesi per comunicarmi dopo quanto tempo potrà restituirmi la cifra.
So solo che oggi ho pianto per la millesima volta, disperatamente, per le ingiustizie che continuo a subire da chi credevo non mi avrebbe ferita mai.
Sono stata davvero del tutto cieca o la stronzetta romana è stata capace di trasformare un uomo in un verme?
Sono stanca di sentirmi ripetere che "oggi non è più come una volta, le coppie si dividono sempre più spesso": intanto nelle riunioni familiari come alle feste dei bambini sono l'unica donna sola (se si eccettuano la classica zia rimasta zitella e l'amica sfigata che ha incontrato solo uomini bastardi sulla sua strada).
Sono stanca di conoscere uomini indecisi, insicuri, incapaci di corteggiare una donna. Per 16 anni ho corteggiato un ragazzo (poi uomo) che non sapeva dire la parola giusta o compiere il gesto giusto per farmi sentire desiderata; per 16 anni ho progettato uscite e vacanze perché lui non era capace di propormi programmi interessanti: lo amavo da ragazzina e ritenevo che ci fossero cose più importanti. Speravo adesso di incontrare uomini capaci almeno di scegliere da soli il ristorante dove portarmi o di organizzare un weekend fuori e farmi una sorpresa. Niente da fare: non sanno fare altro che dire "Decidi tu".
Sono stanca di domandarmi cosa mai possa avere più di me una ragazzina di 20 anni, non bella certamente (e credo neppure particolarmente sensuale), non più colta di me, non più intelligente e neppure (per quello che ho potuto appurare dalla superficiale conoscenza) più dolce né più altruista (io sono qui a sputare veleno, ma intanto la vigliaccata vera l'ha compiuta lei).
Sono stanca di svegliarmi ogni notte e di trascorrere ore intere piangendo e digitando post lacrimosi e squallidi per questo stupido blog aspettando che il sonno prenda il sopravvento.
Sono stanca di disperarmi per un rapporto che non potrà ricucirsi mai più, ma che mi ha lasciato dentro un vuoto senza fine. E sono stanca di scoprire ogni giorno la parte più meschina e più debole di me che questa storia sta facendo emergere.
Sono stanca di essere sola.
Grazie ancora una volta a Jack di Avatar's Land per l'avatar.
Auguri di serenità e di gioia a tutti coloro che si sforzano ogni giorno di essere migliori; a coloro che cercano di vivere in maniera onesta e pulita, di fronte alla coscienza prima ancora che alla legge; a coloro che per i loro amori sono disposti a lottare con tutte le forze.
Ma un augurio ancora più intenso agli egoisti, che mettono se stessi prima di chiunque altro, che calpestano i sentimenti degli altri senza scrupolo, che costruiscono senza rimorso sulle macerie delle vite altrui che proprio loro hanno distrutto. Che siate ripagati con la stessa moneta, e con gli interessi: che si tramuti in sterco tutto ciò che toccate, che vi restino soltanto solitudine e abbandono. A voi non concedo attenuanti, né comprensione né perdono. In questo caso non consento alla mia coscienza di richiamarmi a più miti consigli.
Per Natale il mio ex-marito si è regalato lo stereo ed il videoregistratore che avevamo in casa. Sono belli e impacchettati vicino alla porta d'ingresso in attesa di essere caricati in auto alla volta della capitale.
Non mi lamento della perdita degli oggetti: io non li usavo. Ma gli scaffali rimasti vuoti sono lo specchio della mia vita, e mi fa malissimo guardarli. Lui sta costruendo, perché ha una compagna e un progetto. A me restano solo spazi da riempire alla meglio, dove però rimangono, sul legno come nel cuore, i segni indelebili di ciò che c'era prima.
C’era una volta un anziano contadino, vedovo e con un’unica figlia che viveva in città. La sua proprietà non era molto ampia e con qualche piccola collaborazione occasionale riusciva ancora a gestirla. Tutt’intorno erano venute formandosi imponenti aziende agricole, molto estese e tecnologicamente all’avanguardia. Il vecchio contadino aveva ricevuto più volte buone offerte per vendere la sua terra, ma le aveva sempre rifiutate: era nato e vissuto sempre lì e voleva restarci.
Un aiuto costante e prezioso l’anziano agricoltore lo riceveva dai suoi due gatti. La femmina l’aveva chiamata Dea, per il suo pelo quasi completamente bianco e il portamento elegante. Il maschio era invece un gattaccio selvatico, abilissimo cacciatore di topi e uccelli molesti: per questo gli aveva dato il nome di Killer (o Assassino, a seconda delle giornate).
Proprio recentemente Dea aveva dato alla luce tre cuccioli che l’agricoltore aveva chiamato Miau (perché miagolava in continuazione), Ritz (perché dormiva sempre appallottolato e dato il colorito rossiccio del suo pelo assomigliava al famoso biscotto) e Yo-Yo (perché si era impossessato di un vecchio giocattolo appartenuto alla figlia del padrone e non voleva separarsene mai).
Una mattina Dea notò una particolare inquietudine nel suo compagno. Già da tempo, a dire il vero, aveva percepito in lui qualcosa di diverso: era distratto e qualche volta gli erano perfino sfuggiti dei topolini appetitosi.
La gatta decise di andare fino in fondo alla faccenda e gli chiese esplicitamente cosa avesse. Killer le confidò che, durante una delle sue esplorazioni delle fattorie vicine, aveva visto su un albero una mela, una mela rossa e lucida, rimasta sola su uno dei rami più alti dopo la raccolta. Quella mela sembrava così appetitosa... Se solo non fosse stata così distante!
Dea fu stupita e divertita: “Sei fuori di testa? – gli disse – È solo un insipido frutto dentro un involucro dal colore sgargiante. Non mi sembra che meriti tanto interesse. E poi i gatti non mangiano mele!”.
Killer guardò la sua compagna, a sua volta stranito e vagamente seccato: “Non capisci. – le rispose – Io non ci rinuncio: è così attraente che deve avere anche un sapore speciale. Occupati tu di sorvegliare la fattoria, io tornerò solo dopo che avrò colto la mela. Non so come, ma devo assolutamente raggiungerla”.
“Va’ pure. – replicò stizzita Dea – Mi sembra una sciocchezza, ma se per questo non devi avere pace, assaggiala. Poi mi dirai”.
Trascorsero diversi giorni senza che Killer si facesse vivo. Intanto accadde un fatto nuovo e drammatico. Il vecchio contadino ebbe un infarto.
Per fortuna si riprese, ma dovette riconoscere di non avere più l’età e la forza per occuparsi della sua amata terra. Se pure molto a malincuore, accettò di venderla e di andare a stare in città con la figlia e i nipoti. A patto però che Dea e i piccoli potessero seguirlo; nessuno credeva più nel ritorno di Killer, altrimenti l’agricoltore avrebbe chiesto di portare anche lui. La figlia acconsentì e una bella mattina d’autunno la fattoria fu abbandonata.
Quello stesso giorno Killer, ormai stanco e malconcio per le numerose arrampicate fallite sul melo, riuscì finalmente a colpire con una zampa il frutto desiderato, che cadde tra l’erba.
Il gatto si precipitò a raccogliere la mela e solo allora si accorse che l’altro lato del frutto era completamente marcito e terribilmente maleodorante.
Deluso, frustrato e affamato (per diversi giorni non aveva trovato molto con cui sfamarsi) si diresse verso casa. Non vedeva l’ora di farsi consolare dalla sua Dea e di divorare un piatto di polpettine del padrone.
Quando arrivò, trovò però tutto sprangato e nessuna traccia da seguire.
Solo e disperato, terminò i suoi giorni di lì a poco.
Se sei un gatto avventuriero, o una mela marcia, il tuo destino è di finire disfatto e dimenticato tra l’erba alta. Si chiama giustizia.
Natale è ormai vicinissimo. Gli anni scorsi ero in fibrillazione: ultimi acquisti, ultimi ritocchi agli addobbi dell'albero - il tutto condito di entusiasmo ed eccitazione. Quest'anno è diverso. Naturalmente è l'umore ad essere diverso, dal punto di vista delle cose concrete e materiali non sembra che ci sia differenza.
Per me sarà un Natale triste. E quando penso che lo sarà soltanto per me, perché quel verme del mio ex-marito ha fatto in modo di non essere mai solo, la cosa mi fa ancora più rabbia. La fitta al cuore è ancora più grande quando ripenso allo scorso Natale: lui vestito da Babbo Natale per fare una sorpresa a nostro figlio, il piccolo che lo riconosce dalle pantofole, risate, abbracci...
La sera della vigilia mi toccherà ospitare quello schifoso: è il tempo con suo figlio che gli spetta. Non preparerò niente di eccezionale, perché non ne vale la pena. E so già che sarà, negli ultimi sei mesi, la sera più difficile di tutte, quella che più di tutte striderà nel confronto col passato. Io non solo dovrò sopportare questo, ma trovarmi anche quel lurido verme di fronte, con i suoi modi gentili e il tono mellifluo di chi ti dice di non prendertela, che è il normale corso della vita, che possiamo essere amici.
Ed io invece vorrei solo gridare, e non posso farlo. Perciò da oggi, per precauzione, parte l' "Operazione Camomilla". Due camomille al giorno fino alla maledetta sera per essere sicura di essere quanto più calma possibile.
Perché tutto questo? La sorte non mi ha dato ricchezza e prestigio familiare ed io a mia volta non ho cercato denaro e successo: ho scelto una vita semplice e umile nel nome della famiglia. E non mi è rimasto niente. Solo debiti e solitudine. Solo un Natale tristissimo, freddo e senza luce.
Qualche giorno fa ho scritto una breve riflessione sul dolore. In uno scatto di ottimismo dicevo che farò di tutto per evitare che la sofferenza mi renda una persona peggiore, anche se è difficile che mi renda migliore, come invece vorrebbe la retorica sull'argomento. Quel giorno non pensavo che ho sotto gli occhi un caso eclatante di come il dolore, spesso, faccia diventare le persone più egoiste.
La puttanella che ha contribuito a sfasciare la mia famiglia ha molto sofferto in passato. Per questo motivo aveva la mia simpatia. Per questo motivo non mi sono opposta in nessun modo, per lungo tempo, al fatto che mio marito le stesse tanto vicino. Nella mia ingenuità pensavo che fosse un semplice rapporto di amicizia di cui lei aveva particolarmente bisogno.
Ora invece interpreto tutta la vicenda in altro modo. Il dolore ha reso questa ragazza quanto mai egoista: le ha insegnato a prendersi tutto ciò che vuole, senza nessuno scrupolo, come fosse un risarcimento delle sue sofferenze. E non nascondo il timore che, dopo avermi portato via il marito, stia pensando di allungare le grinfie anche su mio figlio. È solo una mia supposizione, che potrebbe rivelarsi del tutto infondata, ma io ho questo sospetto: qualcosa che mi ha detto il mio ex-marito durante un'ultima, accesa telefonata mi ha lasciato questa sensazione.
Non aggiungo altro. Spero solo con tutte le mie forze che il dolore non mi renda mai insensibile ed egoista come lei.
Nel frangente difficile e doloroso nel quale mi trovo, l'episodio che sto per raccontare è una sciocchezza divertente. Alimenta però in me la diffidenza verso gli uomini.
Ho conosciuto un piccolo imprenditore poco più grande di me e siamo usciti tre volte. All'improvviso è sparito senza lasciare tracce e soprattutto per motivi che mi restano oscuri. Nel suo ultimo sms diceva di non vedere l'ora di riprendere il discorso rimasto in sospeso tra noi (un bacio fuggevole). Ho cercato di contattarlo una volta senza avere risposta; non credo che valga la pena insistere.
Chissà di quale altra strana nevrosi maschile soffre questo tipo?!
«Le donne gli uomini li uccidono anche, e certamente li odiano, ma se vai a scavare negli abissi più neri del cuore di una femmina, ci trovi sempre un’altra femmina».
La frase è pronunciata da una delle protagoniste (tutte femminili) del romanzo giallo “Solo tra ragazze” di Diana Lama.
In questo caso, però, la mia non è una recensione al libro; bensì una riflessione scaturita dalla lettura delle parole citate.
La mia recente esperienza personale mi spinge ad aderire completamente al punto di vista del personaggio.
Provo rabbia e disgusto verso l’uomo che mi ha tradita e abbandonata; verso l’uomo egoista e superficiale che ha preferito una ragazzina ad una donna, e ad una famiglia.
Ma quello che provo verso la puttanella che me lo ha portato via è odio puro. Ho cercato di allontanare da me questo sentimento per tutta la vita, ritenendolo disumano, indegno di una persona colta, sensibile e intelligente. Ci sono sempre riuscita. Questa volta non ce la faccio.
La odio.
È questa l’unica verità. Una verità che, come ho già scritto in un’altra occasione, non mi fa onore. Ma è più forte di me. E mi spinge ad augurarle tutto il male possibile, magari lo stesso che sto soffrendo io oggi, impotente e distrutta; magari anche una sofferenza più grande.
Ho sempre pensato che l’odio distrugga anzitutto e soprattutto chi lo concepisce. Mi sto accorgendo che, almeno adesso che la ferita è ancora fresca, urlare il mio odio mi fa stare meglio che cercare di metterlo a tacere seguendo la razionalità.
Tra il novembre del 1943 e il febbraio del 1944, mentre infuriava la Seconda Guerra Mondiale, lo scrittore di origini scozzesi George Orwell portava a termine un progetto concepito già diversi anni prima: il romanzo “La fattoria degli animali”, che insieme a “1984” resta la sua opera più celebre.
È il 24 giugno quando nella fattoria del signor Jones scoppia la rivoluzione. Sotto la guida dei maiali, gli animali scacciano l’odiato padrone e i due capi della rivolta, Palla di Neve e Napoleon, si danno ad organizzare una nuova società di bestie libere e uguali.
Con il trascorrere dei mesi, però, la situazione muta. Tradendo gli ideali che hanno animato la rivoluzione, i maiali si appropriano del potere e con un’abile, spregiudicata propaganda mistificano la verità agli occhi degli altri animali. Napoleon espelle Palla di Neve, entra in rapporti commerciali con gli esseri umani e insieme agli altri maiali va ad occupare la casa che era di Jones.
La fattoria sopravvive tra enormi difficoltà, mentre i maiali esercitano un potere sempre più crudele e contemporaneamente assumono comportamenti sempre più simili a quelli degli uomini.
Nell’ultimo capitolo il ritmo narrativo subisce un’accelerazione. Sono trascorsi diversi anni: gli artefici della rivoluzione sono in gran parte morti ed il ricordo di essa diventa sempre più vago. Le condizioni di vita degli altri animali peggiorano senza sosta, al contrario di ciò che afferma la propaganda. I maiali, invece, sono diventati ancora più ricchi e potenti e ormai indistinguibili, nei comportamenti e perfino nell’aspetto fisico, dagli uomini.
Nella forma della favola, l’autore ha inteso descrivere la rivoluzione russa, dagli inizi fino all’epilogo ideale e politico.
Napoleon rappresenta evidentemente Stalin e l’involuzione autoritaria della rivoluzione. Palla di Neve altri non è che Trotzky, che paga a caro prezzo la sua opposizione a Stalin. Le fattorie vicine, con le quali Napoleon alternativamente stringe rapporti commerciali, sono la Germania e l’Inghilterra... Tra i tanti colpisce anche il personaggio di Benjamin, l’asino taciturno e ombroso, unico a comprendere la realtà dei fatti, ma convinto che sia inutile qualunque opposizione: simbolo dell’intellettuale disincantato e disimpegnato.
Come spiega Orwell stesso nella prefazione intitolata “La libertà di stampa”, il romanzo incontrò numerosi ostacoli ad essere pubblicato. Nel pieno della guerra, in Gran Bretagna, un apologo satirico che alludeva palesemente al potente e prezioso alleato sovietico non poteva che essere avversato.
Trovò comunque infine un editore ed uscì nel corso dello stesso 1944.
Il libro si legge senza difficoltà, coinvolge e appassiona, suscita sdegno e rabbia mentre fa anche sorridere e commuovere.
È certamente un ottimo spunto di riflessione su un interrogativo di straordinaria attualità a tutt’oggi: se sia realisticamente possibile evitare la degenerazione della politica in corruzione e ambizione sfrenata.
Lo considero però anche e soprattutto un inno contro tutte le dittature e tutte le menzogne del potere e a favore di un’autentica libertà di pensiero e di parola. Perché mi ostino a credere che quella degenerazione non sia ineluttabile.
“Per una volta Benjamin consentì a rompere la sua regola e lesse ciò che era scritto sul muro. Non vi era scritto più nulla, fuorché un unico comandamento. Diceva: TUTTI GLI ANIMALI SONO EGUALI, MA ALCUNI ANIMALI SONO PIÙ EGUALI DEGLI ALTRI. Dopo ciò non parve strano che i maiali che sorvegliavano i lavori reggessero fruste nelle loro zampe”.