Avevo scritto un post molto più lungo, ma non ho ritenuto opportuno renderlo pubblico. Ricopio qui la sola conclusione.
Alla fine della lunga strada che ho appena iniziato a percorrere ignoro cosa mi attenda.
Non credo che la sofferenza mi renderà migliore, come sostiene qualche romantico. Però farò di tutto perché non mi renda peggiore: sarebbe una soddisfazione troppo grande per il verme schifoso che mi ha abbandonata; ma soprattutto sarebbe un danno irreparabile per mio figlio e un’offesa alla mia intelligenza, alla mia cultura e a tutti gli altri pregi che pure, dietro milioni di difetti, posseggo.
Caro Dio,
sarò diretta: non ho mai creduto alla tua esistenza. Sono stata cresciuta da genitori atei, che mi hanno descritto i princìpi essenziali delle diverse religioni, ma non mi hanno indirizzata verso nessuna di esse e non mi hanno quindi educata secondo i dettami di nessuna fede religiosa.
Nell’età infantile ho anche sofferto per questa diversità che mi allontanava da amici, parenti e compagni di scuola; poi ho trovato la mia strada.
L’unica volta in cui sono stata presa seriamente dal dubbio che tu potessi esistere è stata quando ho letto la celebre pagina di Francesco Petrarca sull’ascesa al monte Ventoso: avevo 15 anni e un’insegnante d’Italiano capace di rendere vivi i testi della letteratura, di farne degli interlocutori sempre interessanti e attuali (anche al di là delle personali posizioni ideologiche).
Fu in quella occasione che riflettei per la prima volta sulle convinzioni in cui ero cresciuta. Le feci mie. Non era più, semplicemente, un’educazione passivamente recepita; era la mia “fede”.
Non ricordo più quali furono, nello specifico, le mie riflessioni di allora.
Da quel tempo, però, mi accompagna un convincimento che con gli anni si è andato chiarificando e radicando sempre di più in me.
La fede religiosa è un “dono”: non nel senso che venga da te, che non esisti, bensì nel senso che nasce da dentro, da un moto interiore che nessuna disquisizione filosofica o teologica può veramente condizionare o intaccare.
È una delle risposte a quel bisogno profondo che credo ci accomuni tutti: trovare un senso alla esistenza nostra e dell’universo e ai secoli e millenni e milioni di anni di storia che abbiamo alle spalle.
Di questo bisogno interiore Chiese e governi nella storia si sono biecamente serviti, facendo della religione uno spregiudicato instrumentum regni, utilizzandola senza ritegno per tenere a freno le aspirazioni dei popoli.
Ancora oggi ci sono Chiese che riescono ad esercitare un fortissimo condizionamento sulla vita quotidiana e sulle scelte di vita della gente, gente che viene privata dell’opportunità di intraprendere una strada diversa, semplicemente perché nessun percorso alternativo le viene prospettato.
Ma non voglio parlare di Chiese, voglio parlare di te. E con te.
Ho vissuto periodi molto felici nella mia vita, come ne ho vissuti di dolorosi. Ho sempre però cercato di allargare l’orizzonte del mio occhio, di guardare all’umanità, alla Grande Storia e non solo alla mia piccola storia insignificante.
Non ho trovato tracce di te.
Tutto ciò che di grandioso, di sublime, di abietto, di miserabile io abbia visto o conosciuto non mi sembra che richieda la tua esistenza per essere spiegato. Basta l’uomo. Basta (o basterà) la scienza.
A dire il vero, c’è stata un’altra occasione in cui mi ha preso un dubbio: quando ho visto il mio splendido bambino.
Talvolta il pensiero riaffiora ancora in me quando lo osservo e mi dico: “Se esiste una scintilla di divino su questa Terra, è questo bimbo”.
Ma è un cedimento romantico, di cui sono assolutamente consapevole.
Caro Dio, concludo rapidamente. Nonostante sia assolutamente convinta che non esisti, ammetto di aver provato qualche imbarazzo nello scrivere questa lettera.
Mettere nero su bianco le mie riflessioni mi ha allontanato completamente da te, mi ha fatto prendere coscienza del tutto piena del fatto che non posso credere in te.
Quest’ultima riga è dunque un addio definitivo.
“Il libraio di Selinunte” è un breve romanzo (o racconto lungo, se si preferisce) del cantautore Roberto Vecchioni. Pubblicato nel 2004, porta lo stesso titolo di una canzone dell’album “Rotary Club of Malindi” dello stesso anno e dello stesso autore.
La storia è narrata in flash-back dal protagonista e racconta di quando, al tempo della sua infanzia, un misterioso libraio giunse a Selinunte e cercò inutilmente di appassionare gli abitanti alla lettura dei grandi classici (da Saffo a Catullo, da Sofocle a Shakespeare, da Leopardi a Pessoa, da Manzoni a Tolstoj...). Solo il tredicenne Nicolino, detto Frullo perché aveva sempre qualche pensiero che gli frullava nella testa, rimase affascinato dal libraio e dalle sue letture ad alta voce, che suscitavano in lui emozioni fortissime. Gli abitanti della città divennero invece col tempo sempre più diffidenti e ostili nei confronti di quel libraio dall’aspetto curioso e dalle strane abitudini. Un giorno la libreria andò a fuoco e il libraio sembrò scomparso nel disastro.
Tornò però poco dopo a prendersi la sua vendetta nei confronti di chi lo aveva escluso, deriso e umiliato: portò via agli abitanti di Selinunte la capacità di esprimersi mediante le parole e con essa il pensiero articolato e le mille sfumature delle emozioni. L’unico a conservare l’uso del linguaggio fu Nicolino, che è dunque la voce narrante.
Si tratta di un libro di lettura piacevole e spedita, a tratti anche emozionante, che al tempo stesso spinge a porsi numerose domande: sul valore della lettura, sul rapporto tra giovani e meno giovani, sull’esclusione dei “diversi”, sul potere della parola. E la conclusione ultima della storia, vista in una sorta di anticipazione che qui non rivelo, restituisce leggerezza a questa favola a tratti crudele senza togliere nulla alla sua intensità e ai suoi significati.
“E le trovai bellissime (le parole lette, n.d.r.), come se avessero un corpo, una vita, e fossero rivolte a me direttamente. Non ne capivo il significato, ma mi riempivano di calore; non mi spiegavo niente, ma da quel niente ero affascinato al punto da non potermi più muovere. [...] Fu uno shock, come la luna vista dall’altra parte. A tredici anni, scappato da casa, non potevo decifrare il senso di quella lettura, ci vagavo dentro e basta, cullato, inerme, felice come al centro di un gioco sconosciuto, felice di una felicità che era insieme il vecchio e il nuovo [...]”.
Odio il venerdì.
Odio questa giornata perché è quella in cui il mio ex-marito si fa vivo con nostro figlio. E siccome il bambino è ancora molto piccolo, mi tocca ospitare il verme, condividere con lui la tavola della cena, offrirgli colazione e pranzo il giorno dopo.
Ma quello che mi disturba di più è la sua presenza odiosa. Trovarmelo davanti bello e profumato (da quanto tempo non si profumava più per me?), con quel suo tono di voce pacato e vagamente mellifluo di chi vive in maniera del tutto normale una situazione che normale non è... tutto questo mi fa grandissima rabbia. Non posso però fare altro che ingoiare il rospo e far finta di nulla.
La mattina del sabato, tra le 11 e le 13, il verme è già in partenza. Per me è un sollievo, a maggior ragione perché il sabato mattina lavoro, sicché la convivenza si riduce veramente a poco.
C’è però un aspetto della questione che mi fa molto male. Nostro figlio avrebbe diritto a più tempo con suo padre, ma lui vi ha rinunciato (almeno per ora) perché impegnato a ristrutturare il suo nuovo nido romano (non ha esitato un istante a cambiare città per stare accanto alla puttanella!). E così io devo vedere un cucciolo di tre anni che non riesce a capacitarsi della improvvisa, pressoché totale, scomparsa del padre dalla sua vita e che rimane nervoso e triste per tutto il resto del weekend.
Senza parlare del fatto che da quando la nostra vita è tanto cambiata, il bambino è in generale molto più irrequieto e aggressivo.
Decisamente, non perdonerò MAI!
Recentemente il ministro della Pubblica Istruzione Fioroni ha ripreso una proposta dell’attuale vicepremier e ministro per i Beni Culturali ed Ambientali Francesco Rutelli: ridefinire il calendario delle lezioni a partire dall’anno scolastico 2008/2009, in modo che vi sia una pausa più lunga a Pasqua ed un’altra settimana di vacanze invernali (magari in occasione del Carnevale).
Per garantire i 200 giorni di lezione che per legge rendono valido un anno scolastico, occorrerebbe, di conseguenza, riaprire prima le scuole o chiuderle più tardi.
La seconda opzione è pressoché impraticabile (se non per pochissimi giorni), perché comporterebbe lo slittamento in avanti degli Esami di Stato, che si svolgono già spesso in una calura insopportabile.
Resta la prima opzione, la quale è logisticamente praticabilissima (e, aggiungo, risparmierebbe a noi docenti la sequela delle riunioni preliminari settembrine, spesso comunque ampiamente disertate e conseguentemente di fatto inutili, con buona pace della programmazione e della progettazione - per le quali, peraltro, credo che basti un tempo più breve, ma meglio utilizzato e maggiormente “partecipato”).
Personalmente non sono contraria a riprendere le lezioni agli inizi di settembre e a terminarle alla metà di giugno.
Penso, infatti, che tre mesi e mezzo di vacanze estive siano troppi e rendano molto difficile rientrare, in autunno, nei ritmi e nella disciplina dello studio. Sono gli studenti stessi, spesso, a lamentare di non riuscire ad ingranare col lavoro scolastico fino ai primi di ottobre (e parlo di studenti impegnati).
Tuttavia ritengo anche che 14 giorni di vacanza in occasione del Natale tra dicembre e gennaio,
Il primo quadrimestre si chiude il 31 gennaio; se si andasse in vacanza in febbraio e poi di nuovo poco più di un mese dopo, le attività del secondo quadrimestre rischierebbero di non decollare mai.
Credo pertanto che bisognerebbe avere il coraggio di una riforma molto più radicale. In questo modo, però, temo che entriamo nel mondo dei sogni.
Le scuole dovrebbero restare aperte per la gran parte dell’anno fino al pomeriggio, dotate di mensa e adeguatamente climatizzate in ogni stagione. In questo modo, organizzando opportunamente il lavoro, si potrebbero liberare quasi completamente gli studenti del carico dei cosiddetti “compiti a casa” e le pause potrebbero essere scaglionate meglio: 15 giorni a Natale,
Un’organizzazione di questo tipo garantirebbe continuità e sistematicità alle attività didattiche, senza privare gli studenti e il personale tutto della scuola delle doverose pause; sarebbe inoltre di grande aiuto a quei genitori (e sono tanti) che non trovano facilmente a chi affidare i propri figli mentre sono impegnati al lavoro.
Tutto questo però richiederebbe cospicui investimenti per stipendiare gli insegnanti in proporzione all’orario prolungato, per approntare le mense e per realizzare la climatizzazione degli istituti: un’illusione, considerando che reperire fondi per le scuole non è mai una priorità, anche a scapito della sicurezza (un’alta percentuale di scuole attualmente non rispetta tutte le norme di sicurezza). E soprattutto ci vorrebbe un cambiamento radicale nella mentalità, che forse è ancora più utopistico della messa a norma degli istituti.
In conclusione, la proposta di Rutelli e Fioroni è, a mio giudizio, una proposta a metà.
D’altro canto, come è stato esplicitamente dichiarato, l’intento di questa riforma è quello di incentivare il turismo invernale e pasquale di quei circa 10 milioni di disgraziati (tra docenti, personale ATA e studenti con le loro famiglie) imprigionati tra banchi e cattedra mentre potrebbero essere a Cortina, non quello di accrescere la qualità della formazione scolastica.
Ieri ho chiamato fuori dell’aula due studentesse alle quali volevo rivolgere un piccolo rimprovero. Per diversi motivi ho ritenuto che non fosse opportuno discutere la cosa di fronte all’intera classe e quindi, come faccio sempre in casi simili, ho parlato alle ragazze in privato.
Ho colto allora anche l’occasione per domandare ad una delle due, che all’inizio dell’anno mi aveva dato un’ottima impressione per l’impegno assiduo e lo studio attento e preciso, se ci sia qualcosa che non va: negli ultimi tempi infatti non l’ho più vista prendere appunti e l’ho notata spesso distratta durante le lezioni.
La ragazzina è scoppiata in lacrime e mi ha confidato di sentirsi stanca, di non riuscire a concentrarsi, di trovare difficoltà anche in argomenti semplici e di essere quindi molto delusa e demotivata.
L’ho consolata e incoraggiata. Le ho consigliato di staccare la spina per un paio di giorni e di riprendere poi a studiare senza esagerare: ha capacità e ambizioni, ma l’anno scolastico è lungo e in questo modo non si arriva alla fine. Le ho rinnovato stima e fiducia e l’ho rimandata in classe con l’amica del cuore.
Mi ha fatto molta tenerezza, anche perché di solito è una ragazza grintosa e un punto di riferimento per le amichette più fragili che si rivolgono a lei.
In questi anni ho asciugato molte lacrime di studenti, e anche di amiche.
Ma ora che sto soffrendo un dolore tanto grande che a volte mi toglie il respiro non ho una spalla a cui appoggiarmi di cui mi fidi davvero e a cui possa affidarmi completamente.
È colpa mia, del mio orgoglio da un lato e della mia diffidenza dall'altro.
E così... non mi resta che asciugarmi le lacrime da sola.
Mi è tornato in mente oggi, mentre rientravo a casa da scuola, e mi sono salite le lacrime agli occhi. Le ho ricacciate indietro, non ne valeva la pena.
Era il 24 luglio di quest'anno, il giorno del mio decimo anniversario di matrimonio. Ero in vacanza al mare con mio figlio, mia cognata e il suo bambino; mio marito era rimasto in città per motivi di lavoro. A cena mi viene voglia di raccontare la storia del mio grande amore e suscito la meraviglia di tutti perché parlo con un fervore ed un entusiasmo da adolescente.
Intanto in città, in una squallida chat, già si consumava, alle mie spalle, l'ignobile tresca tra mio marito e la sua puttanella.
Sono stata proprio cieca, stupida e cieca!
Vorrei amare di nuovo, e vorrei essere amata a mia volta, davvero per sempre. Ma temo di chiedere troppo, agli uomini, alla sorte e forse anche al mio cuore che si va inaridendo.
Negli ultimi 15 anni ho sempre festeggiato il Natale con grande entusiasmo.
Questa ricorrenza non ha per me nessun significato religioso; è sempre stata però un ottimo pretesto per dedicarmi di più alla cucina e soprattutto per coccolare di più le persone che amo.
Le decorazioni natalizie luminose, l’albero di Natale primo fra tutti, mi riempiono di allegria perché aggiungono luce e colore alle lunghe, buie sere decembrine. (Non solo decembrine, devo aggiungere. Con gli anni ho cominciato ad addobbare l’albero sempre prima, e quest’anno probabilmente batterò il mio record: lo farò stasera o al massimo domani).
Vedere progressivamente riempirsi il cesto rosso dei regali ai piedi dell’albero suscita in me una gioia infantile. Non importa che dentro i pacchetti ci siano oggetti di scarso valore economico; mi piace che ognuno ne abbia tanti da scartare e che siano sempre regalini “azzeccati”, adatti e graditi a chi li riceve.
Mio figlio arrivò in ottobre. Quel Natale lo fotografai adagiato su una coperta morbidissima dentro il cesto dei regali. I pacchetti erano disseminati tutt’intorno a fargli corona.
Aveva una tutina azzurra, di un azzurro intenso similissimo a quello dei suoi occhioni grandissimi. Dicono che ha uno sguardo simile al mio, animato dalla stessa maliziosa furbizia: siamo effettivamente due piccole pesti!
Da ieri pomeriggio sto lavorando ad uno dei regali per mio figlio.
Negli ultimi mesi si è appassionato alla lettura delle favole e alla visione di film a cartoni animati. Ho pensato allora di comporre un collage per la sua cameretta con immagini dei suoi personaggi prediletti.
Avrei voluto realizzare io le figure, ma purtroppo sono del tutto priva di talento per il disegno; d’altra parte mi sembrava banale e impersonale stampare da internet e limitarmi ad incollare.
Ho scelto una via intermedia. Ho stampato immagini in bianco e nero e le sto colorando io. Forse è una sciocchezza, ma in questo modo mi sembra che il risultato sia più autentico. Incollerò le figure su nuvolette di cartoncino di vari colori e le nuvolette a loro volta su un cartoncino bianco che sarà incorniciato.
In un primo tempo avevo pensato di scegliere esclusivamente immagini dedicate a madri e figli: Bambi e la sua mamma, Duchessa degli Aristogatti con i suoi tre cuccioli, Dumbo e la sua mamma etc.
Non l'ho fatto perché, nonostante siamo rimasti soli, non è questo il messaggio che voglio trasmettere a mio figlio.
Per me stessa, però, ho chiesto a Babbo Natale una riproduzione del quadro di Klimt che raffigura madre e figlio e lo appenderò nella camera da letto ormai non più coniugale, lì dove prima c’era un televisore che il mio detestato ex-marito ha portato via.
Così quella splendida raffigurazione sarà l’ultima cosa che vedrò ogni sera prima di dormire e la prima ogni mattina al sorgere del sole.
Come sempre, l'avatar è realizzato da Jack di Avatar's Land.
All’inizio di ogni anno scolastico i media ripropongono il tema dell’aumento dei prezzi dei libri e del materiale scolastico in genere. Ad ottobre non se ne parla già più e tutto tace fino al successivo mese di agosto.
Anche quest’anno il problema è stato sollevato, e perfino approfondito di più, forse perché l’attuale ministro della Pubblica Istruzione si è rivelato un po’ meno disinteressato ai problemi della scuola rispetto ai suoi predecessori.
A proposito dei libri di testo, in particolare, è stato rilevato che in diversi istituti si è superato, e talvolta non di poco, il tetto massimo di spesa fissato dal ministero. Non si capisce come dovranno regolarsi le famiglie e a chi saranno attribuite le responsabilità (ammesso che vengano individuate delle responsabilità), ma il dato di fatto resta.
Non sappiamo se esista, come si ipotizza da parte di alcuni, un accordo tra le case editrici per mantenere i prezzi al di sopra di una certa soglia (cosa che, per quanto disgustosa, non mi stupirebbe); bisogna comunque dire che è assolutamente possibile rientrare nel tetto. Occorre però che i docenti svolgano anche questa parte del loro lavoro con criterio e coscienza: bisogna infatti scegliere con oculatezza tra la miriade di titoli possibili, e soprattutto non si devono inserire in elenco testi “inutili”.
Accadeva già quando andavo a scuola io e i miei genitori si affannavano a far quadrare il bilancio delle spese di inizio anno scolastico: alcuni docenti richiedevano l’acquisto di testi che in non pochi casi restavano avvolti nel cellophane. Perché lo facessero (e si faccia ancora) l’ho capito dopo: si va dall’utopismo di chi pensa di far studiare ai ragazzi un numero di pagine di fronte al quale “Guerra e pace” sarebbe definito un breve racconto alla spregiudicatezza di quelli che sono legati, per vari motivi, ad una casa editrice e cercano di contribuire ad aumentarne le vendite. Nulla che abbia a che fare con la didattica in senso realistico e serio, evidentemente.
Con un minimo di attenzione, dunque, il problema è risolto. E si possono evitare sconcertanti pseudo-soluzioni come quella di cui sono stata testimone in prima persona: per ridurre le spese i docenti hanno eliminato dall’elenco un libro ritenuto superfluo, quello di Educazione Civica (!). È vero che molti testi di questa disciplina sono talmente noiosi da convincere una volta di più gli studenti (e non solo loro) che sia meglio restare incivili. È vero anche che l’Ed. Civica non si studia solo dal libro: ogni giornata tra i banchi offre spunti di discussione e di riflessione a chi voglia insegnare il rispetto dei diritti e l’osservanza dei doveri. Ma io trovo comunque emblematico che il primo (e unico) libro ad essere eliminato sia stato quello di Ed. Civica.
Ma il problema vero NON è rientrare nel tetto di spesa. Il problema vero è che questo tetto è troppo elevato (280 euro per il primo anno della scuola secondaria di primo grado, ovvero la scuola media). E questo perché i testi scolastici costano mediamente troppo (checché ne dica l’AIE, Associazione Italiana Editori)!
A questo si aggiunge che, in capo a due/tre anni, i libri acquistati diventano inutilizzabili perché sostituiti da nuove edizioni.
La cosiddetta scuola dell’obbligo copre ormai anche il biennio delle scuole superiori e bisognerebbe preoccuparsi seriamente di venire incontro alle famiglie che devono accollarsi spese cospicue per tanti anni e magari per più di un figlio. I prezzi sono invece elevati, mentre i rimborsi sono solo parziali, spesso vengono corrisposti solo l’anno successivo e comunque riguardano una percentuale di famiglie troppo esigua. Per giunta, per la scuola secondaria di secondo grado, ovvero la scuola superiore, non esiste ancora un tetto di spesa (lacuna che, a quanto pare, il ministro Fioroni si è impegnato a colmare in breve tempo).
La faccenda delle nuove edizioni, poi, è diventata il business più redditizio e più vergognoso. Nella stragrande maggioranza dei casi cambiano solo la copertina e la ripartizione degli argomenti (in 10 volumetti piuttosto che in 5 volumoni); viene aggiunta (o più spesso sottratta) qualche pagina. Nulla di sostanziale. Eppure una sorellina non può utilizzare il libro del fratello di due anni più grande.
In questo senso sono sempre venuta incontro ai miei studenti, con buona pace degli interessi delle case editrici. Ho insegnato ai ragazzi a cercare le pagine corrispondenti a quelle da me assegnate dalla nuova edizione e loro hanno potuto tranquillamente studiare al pari degli altri. Ma non tutti ci comportiamo allo stesso modo.
Negli ultimi anni sono nati nuovi canali, più convenienti, di distribuzione dei libri scolastici: c’è la possibilità di acquistare o scambiare i testi attraverso internet; ci sono libri non coperti da copyright scaricabili direttamente dalla rete; alcune scuole hanno adottato il sistema del “libro in prestito” da riscattare o restituire a fine anno. Ma sono ancora soluzioni di nicchia, riservate ai più abili a muoversi sul pc (che sono meno di quanto si creda) o, nel caso del “libro in prestito”, attuate da pochissime scuole. La maggior parte delle famiglie continua invece ad acquistare in libreria, affrontando file estenuanti, cercando di barcamenarsi tra “nuovo” e “usato” e talvolta indebitandosi.
In appendice, una considerazione che esula solo in parte dall’argomento specifico di questo pezzo.
I libri scolastici attuali non sono pretenziosi solo sul piano economico, ma non di rado anche sul piano dei contenuti. Tendono infatti a diventare sempre più complessi, per organizzazione dei contenuti e per linguaggio; mentre dall’altro lato i nostri studenti sono sempre meno preparati e capaci di uno studio critico.
Si tratta di una schizofrenia che pochi colgono, o almeno ammettono; mentre sarebbe fondamentale discutere anche di questo aspetto. Per evitare che la spesa per i libri, oltre a risultare un sacrificio, si riveli per giunta un sacrificio inutile, poiché lo studente non sarà in grado di adoperare i testi acquistati.
Il mio splendido, amatissimo bambino nomina spesso suo padre. Anche in contesti in cui non c'entra nulla. Come se volesse in questo modo renderlo presente. Ogni volta quel nome suscita in me rabbia, disgusto, repulsione. Che naturalmente devo mascherare.
Fino a quando sarò costretta a fingere? Quando finalmente prevarrà l'indifferenza? So che è trascorso poco tempo, ma davvero non ne posso più.