Nel mio pezzo intitolato “La storia si ripete? Speriamo di no” tentavo una riflessione sulla democrazia a partire dal confronto tra l’Atene del V sec. a.C. e gli Stati Uniti d’America di oggi: realtà molto distanti nel tempo e nello spazio, ma accomunate dall’attributo di “democratiche”. Tra le analogie negative individuavo le gravi discriminazioni compiute all’interno di queste due società pur “democratiche” e la politica aggressiva rivolta da entrambe verso l’esterno. Ne ricavavo la conclusione che queste perversioni sembrano inevitabili all’interno di un sistema democratico.
La lettura di un agile volumetto (“Imparare democrazia”) di Gustavo Zagrebelsky, giurista e collaboratore di diversi quotidiani italiani, mi ha spinta ad approfondire il tema.
Sotto la guida del grande statista Pericle, nel
Il conflitto si concluse nel 404 con la completa sconfitta di Atene: da questo durissimo colpo la città non si sarebbe ripresa mai più. Nel 403 venne restaurato, ad opera di Trasibulo, un governo che si definiva democratico; ma ormai era l’ombra di se stesso.
Fu questo governo, infatti, che si macchiò di uno dei delitti più atroci della storia antica: la condanna a morte del filosofo Socrate (
Dunque, la più grande democrazia del mondo antico periva vittima di se stessa, incapace di continuare a nutrire il dibattito collettivo intorno alle idee e alla politica che aveva caratterizzato la sua breve età aurea. Prima in balìa di arrivisti senza scrupoli, poi timorosa e sospettosa perché intrinsecamente, tragicamente debole.
È questo il destino che attende anche le nostre democrazie contemporanee? Anche in questo senso qualcuno, magari tra altri 2500 anni, potrà paragonare le due società?
Effettivamente sembra che vi siano dei parallelismi. Nelle nostre democrazie occidentali (prendo gli USA ad es., ma potremmo parlare anche della nostra Italia) il voto del popolo è sempre più orientato da abili affabulatori capaci di conquistare consenso attraverso lo spregiudicato sfruttamento dei mezzi di comunicazione (oggi più numerosi e sofisticati che nei tempi antichi). Anche nei nostri paesi sembra, cioè, che sia venuta meno quella tensione ideale che anima le democrazie al loro nascere e che a quella tensione si siano sostituiti noia, disimpegno ed egoistica cura del particulare; e in una situazione di de-politicizzazione è facile acquistare voti da parte di chi sappia solleticare le paure o le ambizioni degli individui.
Un’altra analogia riguarda il confronto delle idee. Le nostre democrazie sono fragili: diversamente non si spiegherebbe la diffidenza crescente, e che sempre più spesso sfocia in intolleranza aperta e anche violenta, nei confronti del “diverso”. Si teme il “diverso”, io credo, quanto più si è consapevoli di non possedere risorse sufficienti a dibattere con lui pacificamente.
Mi piace citare, a questo proposito, un film inglese del 1999, “East is east”: la pellicola racconta, nei toni della commedia ma non senza momenti di tensione drammatica, la storia di una coppia anglo-pakistana e dei loro numerosi figli nell’Inghilterra degli anni ’70 e mostra una realtà di convivenza e di integrazione piuttosto civili e pacifiche tra comunità molto diverse per usi, costumi e tradizioni. La riflessione è sorta in me spontanea. Da un ambiente simile a quello descritto dal film provengono oggi coloro che potrebbero essere i figli dei figli di quella coppia: e sono quelli che organizzano attentati terroristici alle metropolitane e agli autobus di Londra.
Sono convinta che nell’adesione al terrorismo da parte di immigrati islamici di seconda o terza generazione vi sia anche una sorta di reazione alla crescente incomprensione e intolleranza da parte di un Occidente che si sente debole e ha paura di soccombere. E così siamo entrati in un circolo vizioso da cui diventa sempre più difficile venire fuori e da cui sembra perfino che non si voglia uscire, se si pensa alla possibile guerra contro l’Iran più volte e da più parti minacciata.
Tornando al tema principale dell’articolo.
Nel volumetto che citavo prima, Zagrebelsky spiega che effettivamente c’è stato negli ultimi decenni un pericoloso calo della tensione ideale nei confronti della democrazia e che in questa situazione di disinteresse e disimpegno i demagoghi hanno preso il sopravvento. Così, al di là delle apparenze, le nostre democrazie sono diventate piuttosto delle plutocrazie, dominio effettivo dei più ricchi, in quanto questi posseggono i mezzi per orientare il consenso e dunque quel che resta della politica.
Tuttavia secondo il giurista la reazione è possibile e deve essere messa in atto, partendo anche e soprattutto dalla scuola. La democrazia può essere insegnata, purché questo insegnamento si traduca immediatamente in azione concreta: nel nome della partecipazione attiva e consapevole, del dibattito delle idee, dell’uguaglianza, del rispetto e della solidarietà e prima di tutto della cultura come possesso collettivo, senza la quale non può darsi nessuna delle altre condizioni.
Una visione forse utopistica, ma che mi trova senz’altro concorde.
Spesso ho trovato noioso e stucchevole chi, nei blog o nei forum, parla esclusivamente (o quasi) d’amore; soprattutto quando è privo di ironia e di autoironia. Ora mi scopro a fare lo stesso, e devo ammettere che comincio a darmi fastidio. :-)
L’amore è stato al centro della mia vita per 16 anni, e voglio credere con tutte le mie forze che una nuova passione mi accompagnerà negli anni a venire; ma l’amore non è l’unica cosa che abbia riempito i miei giorni e dato loro un senso.
E anzi, quando ho messo penna su carta (o per meglio dire dita su tastiera) ho sempre preferito scrivere d’altro: del mio lavoro, di politica, di letteratura.
Dunque, è tempo di rituffarmi nella vita in tutti i suoi aspetti.
Ho sfogato il dolore e la rabbia; non sono sopiti, affatto, ma cominciano ad essere compagni di strada meno ingombranti. È giunto il momento che torni a cimentarmi con altri argomenti, e non solo riciclando pezzi già pubblicati, bensì producendo qualcosa di nuovo.
Come sempre, grazie a Jack di Avatar's Land per i suoi splendidi avatar.
Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E' bella una tale certezza
ma l'incertezza è più bella.
Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?
Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno "scusi" nella ressa?
un "ha sbagliato numero" nella cornetta?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.
Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.
Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.
Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all'altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell'infanzia?
Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.
Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.
Non credo che potrò mai perdonare l’uomo che mi ha spezzato il cuore. E non solo perché dalla felicità più intensa mi ha fatta piombare nella disperazione più lacerante; ma anche, e soprattutto, perché oggi un bambino di tre anni mi ha detto: “Che ti succede? Sei triste? Vuoi papà? Anche io voglio papà”. Ed è scoppiato a piangere.
Dietro gli occhiali da sole ho pianto anche io.
Era solo una ragazzina, la piccola S., quando cominciò a ripetersi quel sogno. Qualcuno si introduceva nella sua stanza, di notte, mentre lei dormiva; ma in realtà non era addormentata: avvertiva la presenza estranea, ma non poteva neppure intravederla perché le volgeva le spalle; aveva molta paura, ma cercava di fingere di dormire mentre il cuore batteva così forte e il respiro si faceva così irregolare da rivelare, nel silenzio, la sua veglia.
Il sogno terminava sempre allo stesso punto: l’estraneo si avvicinava a lei e il terrore la ridestava. Col cuore in gola, ma felice che fosse solo un sogno, la bambina riprendeva lentamente sonno, cercando di sostituire il ricordo dell’incubo con fantasie piacevoli.
Improvvisamente, in un momento della sua vita che lei non sa ricostruire con precisione–ma era già una giovane donna–, il brutto sogno non si presentò più.
Non molto tempo dopo un nuovo incubo prese il posto del precedente e accompagna S. ancora oggi. Si trova in un contesto familiare o lavorativo, qualcuno provoca la sua ira che esplode incontrollata, accompagnata talvolta da violente crisi di pianto.
Il sogno termina ogni volta quando il tono delle urla o i singhiozzi del pianto si fanno insostenibili.
S. non è sola, ha una vita ricca di affetti e di soddisfazioni professionali; eppure la paura e la rabbia le porta dentro da sempre e tuttora non riesce ad estirparle. Forse perché non ha ancora il coraggio di guardarle dritto negli occhi. Forse perché sono emozioni troppo grandi, ancestrali, contro cui sarà sempre impotente.
Un ringraziamento a Jack di Avatar's Land per l'avatar che accompagna questo mio pezzo. Nella speranza che la piccola S. diventi capace di difendersi dai demoni che la tormentano.
Era il 2004. Facevo ancora i conti con la mia infanzia e la mia adolescenza tormentate e scrivevo poesie... insomma, "poesie" è una parola grossa: componevo sciocchezze in versi. All'inizio dell'anno, tra gennaio e febbraio, scrissi una filastrocca che di lì a pochi mesi si rivelò profetica.
Era primo mattino,
il sole appena sorto,
nessuno in cammino
sulla strada del porto.
Sul mare verde e blu,
nell’aria rosa e bianca,
non vedevo ormai più
l’ultima stella stanca.
«Questa è ora di magia,
come all’imbrunire
quando il giorno va via:
c’è tanto da scoprire!».
Mi voltai per cercare
chi avesse parlato:
una voce dal mare?
Forse avevo sognato.
«Non guardare lontano
fino all’orizzonte.
Chi ti parla è vicino,
segue le tue impronte».
«Il mio amico pagliaccio!
L’amato cantastorie!»
esclamai nell’abbraccio
«Porti sempre baldorie?».
Trascorsero le ore,
cantando in allegria,
bimbi d’ogni colore
s’unirono per via.
Ballammo e ridemmo
fino a perdere il fiato;
allora ci accorgemmo:
il tempo s’è fermato!
«Spècchiati nelle acque,
mia piccola amica»
mi disse; e poi tacque
l’allegra voce amica.
«Non capisco perché»
e mi misi a sedere
«Non so che cosa c’è
di nuovo da vedere».
Ma curiosa mi sporsi
sull’acqua trasparente
e allora mi accorsi,
ed era sconvolgente.
Non era più la mia
l’immagine riflessa,
vedevo una bambina,
non ero più la stessa.
Mi rivolsi di scatto
all’amico pagliaccio:
rideva come un matto
vedendomi in impaccio.
Non c’era più nessuno
dei bimbi accanto al mare;
il clown serio ed arguto
mi spinse a confessare:
«Come sempre hai capito
quello che ho nel cuore:
quel dolore sopito
che segue le mie ore».
Taceva il pagliaccio,
con lo sguardo profondo;
di nuovo sciolse il ghiaccio
che avevo nel profondo.
Piansi come una bimba
stringendomi al suo petto,
piansi tutta la rabbia,
l’inganno e il dispetto.
«Ti ho concesso il tempo
per piangere l’infanzia
che fu tradita un tempo.
Ma ora guarda avanti!
Il corso è ripreso
e non si ferma più:
il tempo che fu speso
non ritorna mai più.
Si sta alzando la luna,
con le stelle intorno,
se vuole la fortuna
sarai madre un bel giorno.
E se non permetterai
che il male ti corroda,
per i tuoi figli sarai
la voce che consola,
colei che sa guidare,
l’amica che consiglia,
colei che più sa amare
la vita che l’è figlia!».
In ottobre arrivò il mio splendido bambino.
Sono gli occhi di quella studentessa che ancora non mi perdona per un cattivo voto che lei ritiene immeritato: azzurri come il mare e sapientemente truccati con lo stesso colore, quegli occhi mi guardano dall’alto in basso e sembra che mi vogliano incenerire. Sorrido e aspetto: capirà che anche quel mio giudizio negativo l’avrà aiutata a crescere.
Sono gli occhi di quello studente che non ama la scuola e che non crede che possa servirgli: scuri e penetranti, quegli occhi mi fissano per tutto il tempo mentre spiego appassionatamente la letteratura. Mi accorgo che lui sta recependo ogni cosa e che forse in questo modo io sono riuscita ad aprire uno spiraglio di comunicazione.
Sono gli occhi di quella studentessa che non sa spiegare cosa le succeda e odia i suoi 15 anni: cercano aiuto, quegli occhi in lacrime, ed io ho teso discretamente una mano. Ora questa ragazza sa di avere un’amica in più.
Sono gli occhi di quello studente che si è offerto per una interrogazione, pur non avendo studiato al meglio, e io so che l’ha fatto per “salvare” un compagno impreparato: sono rimasti bassi quegli occhi, che di solito mi guardano scanzonati e irriverenti, mentre lodavo la generosità, ma spiegavo anche che non bisogna rinunciare a buone opportunità per proteggere un amico. Il viso diventato rosso mi ha fatto tenerezza.
Sono gli occhi di quella studentessa che mi chiede come sia andata la sua prima interrogazione: timidi e lucidi, quegli occhi si illuminano quando dico che ha meritato un bel 7, perché era preparata e ha saputo anche dominare l’emozione restando ben lucida. Penso quanto siano belli i 15 anni mentre la vedo allontanarsi ripetendo “Grazie”.
Sono gli occhi di quello studente che per due anni si è divertito a polemizzare con i professori: dopo un mio rimprovero, quegli occhi hanno pianto. Nessuno prima aveva saputo parlare a questo ragazzo in maniera ferma e severa, ma senza alzare inutilmente la voce; nessuno prima lo aveva messo davanti alle sue responsabilità e alle conseguenze dei suoi comportamenti in modo chiaro, lasciando però aperta una porta: sono trascorsi pochi giorni, e qualcosa sta già cambiando in meglio.
Ho appena terminato di leggere uno degli ultimi saggi dello psicologo, psichiatra, scrittore Paolo Crepet, “I figli non crescono più”, e ne traggo spunto per approfondire una volta di più un tema che mi sta particolarmente a cuore.
Premetto che negli anni sono diventata diffidente nei confronti di quelle che genericamente definisco “scienze della psiche” (psicologia, psichiatria etc.). Continuo a considerarle una vera - e positiva - rivoluzione culturale, come ho sempre ritenuto; ma sono non di rado perplessa (e talvolta indignata) rispetto alla loro applicazione.
Parlando ad esempio dell’età adolescenziale, trovo che le scienze della psiche (alcuni dei loro rappresentanti, si intende) offrano troppo comodi alibi ai ragazzi in modo che non si assumano alcuna responsabilità. I “problemi dei giovani”, il “disagio dei giovani” sono diventate formule abusate nel linguaggio comune che servono a giustificare pressoché tutto con l’avallo di autorevoli specialisti. Io invece ritengo che comprendere sia doveroso (è perfino banale dirlo), mentre giustificare non è detto che sia la risposta più corretta sul piano educativo.
Si è passati, mi sembra, da un eccesso all’altro. Ancora la mia generazione (ho 35 anni) ha sofferto del disinteresse degli adulti nei confronti del proprio mondo interiore, emozioni, sogni, delusioni; oggi invece si professa un interesse enorme verso questa sfera. Questo interesse, che non esito a definire in molti casi ostentato, rischia però di diventare una nuova forma di indifferenza: il più delle volte, infatti, si banalizza il tema delicatissimo della fragilità degli adolescenti precludendo la strada di un intervento efficace.
A questo potrei aggiungere un altro aspetto. Ho l’impressione che le scienze della psiche stiano cercando di imporci dei modelli fondati su parametri piuttosto rigidi, rispetto ai quali qualunque deroga diventa quasi automaticamente una patologia. Se un bambino non parla piuttosto compiutamente a due anni o se a sei anni è molto silenzioso o viceversa molto vivace in classe, si trovano subito specialisti pronti ad assicurare che c’è un problema che va curato con opportune terapie (da quelle psicomotorie a quelle psicologiche fino alla somministrazione di farmaci).
Non metto in dubbio che alcuni bambini soffrano davvero di piccole difficoltà (quelle grandi, purtroppo, le vede anche un profano) e che queste difficoltà, se trascurate, possano diventare un handicap; ma non credo che ciò sia vero in maniera generalizzata: per alcuni bambini, come dicono altri esperti (a questo proposito c’è un interessante articolo sul Venerdì di Repubblica del 15 giugno), il tempo è sufficiente a risolvere ogni cosa e in questo modo non si corre il rischio di castrare le inclinazioni peculiari di un piccolo per rispettare i termini di una tabella.
Parlo da ignorante poiché non ho condotto studi specifici sulle scienze della psiche; ma qualcosa ho letto e soprattutto ho fatto esperienza attraverso l’insegnamento e la maternità. E queste sono alcune delle mie conclusioni.
Proprio date queste premesse mi sono stupita di trovarmi in sostanziale accordo con uno psichiatra, Crepet appunto; soprattutto dopo aver rischiato qualche travaso di bile leggendo Vittorino Andreoli, che pure in alcuni casi sostiene posizioni che mi sembrano assai interessanti e anche utili.
Nel libriccino che citavo sopra Crepet illustra quelle che a suo giudizio sono le ragioni sociali, familiari, culturali per le quali i giovani di oggi, dagli adolescenti ai trentenni, tendono a rifiutare le responsabilità e ad adeguarsi ad una normalità massificante che mortifica l’identità individuale.
Il volumetto si sofferma in ampia misura anche sulla scuola e sulle caratteristiche che essa dovrebbe possedere per assolvere al meglio il suo compito di istituzione educativa in senso lato.
In particolare si dice che la scuola dovrebbe essere attenta ai bisogni emotivi degli studenti, ma al tempo stesso educare all’impegno, alla responsabilità e anche alla sofferenza; dovrebbe seguire tutti gli allievi, e non solo i migliori, e cercare di risvegliare e coltivare i talenti di ciascuno, ma nello stesso tempo essere meritocratica e non aver paura di bocciare laddove ciò si renda davvero inevitabile.
Ebbene, è proprio ciò che io mi sforzo di fare, combattendo con il tempo scarso e con le ancor più scarse risorse di cui dispongo; per non parlare dell’indifferenza di colleghi e presidi con cui mi scontro quasi quotidianamente. Questi aspetti sono sottolineati anche da Crepet: è necessario più tempo per seguire al meglio i giovani nella loro crescita e sono necessarie risorse economiche cospicue da investire in formazione (io direi: rimotivazione) degli insegnanti e in strutture.
Se si imboccasse questa strada, sono convinta che non si verificherebbero più con tanta frequenza episodi di pestaggi di insegnanti e presidi da parte di genitori furibondi per la bocciatura di un figlio; né la bocciatura diventerebbe più così spesso la goccia che fa traboccare il vaso portando un giovane al suicidio. Ragazzi e famiglie sarebbero consapevoli che si raccoglie secondo ciò che si è seminato e che ai traguardi si arriva col coraggio, col lavoro ed anche col sacrificio e non attraverso le diverse scorciatoie che oggi più di ieri vanno di moda (come, restando all’àmbito scolastico, i famigerati “diplomifici”). Questa consapevolezza spingerebbe giovani e meno giovani ad un impegno più serio, ciascuno naturalmente secondo il proprio ruolo, e in questo modo avremmo nuove generazioni più preparate, più mature, più responsabili. E l’intera società si gioverebbe di questa svolta.
Stasera so soltanto una cosa. L'idea che la puttanella da due soldi che mi ha portato via il marito possa prendere per mano mio figlio in una di quelle giornate in cui il bambino starà con il padre... la sola idea mi dà la nausea.
Anche questa è una prova che dovrò superare, per poter davvero mettere la parola fine a quello che si è rivelato l'errore più grande della mia vita. Quando il pensiero di quella ragazzaccia non mi farà più né rabbia né disgusto, sarò libera. Vorrà dire che di lui non m'importa davvero più nulla.
E mi innamorerò di nuovo.
Fin da quando ero bambina io “sento” le storie di altri. È difficile da spiegare attraverso le parole. Uomini, donne, ragazzi che non ho mai conosciuto diventano dentro di me persone concrete, con le loro vicende di vita, i loro sentimenti, le loro riflessioni: e ad un certo punto le loro emozioni diventano mie, le loro gioie e i loro dolori diventano miei.
Per lungo tempo ho pensato che queste storie fossero solo frutto della mia fantasia e al tempo stesso proiezioni di me. Trascorrendo però gli anni mi è sempre più difficile interpretare la cosa in questi termini. Perché se è vero che in alcuni casi riconosco tracce di me, è anche vero che altre cose non mi appartengono affatto. E per giunta ho cominciato a conoscere donne ed uomini che hanno vicende di vita ed emozioni incredibilmente simili a quelle che io ho percepito dentro di me prima di incontrarli.
A questo si aggiunge anche il fatto che riesco facilmente ad entrare in sintonia con quelli che ho di fronte; e quando questa simpatia (nel senso etimologico del termine) si crea, io sento le loro emozioni e i loro sentimenti e capisco mille cose di loro anche da pochi indizi banali, dal tono di voce, da una parola o da un gesto.
Queste esperienze da un lato mi entusiasmano, perché mi arricchiscono e mi consentono anche di rendermi più utile se qualcuno che ho accanto ha bisogno di aiuto. Dall’altro lato, però, mi spaventano e sono difficili da sostenere, perché sentire ciò che sentono altri, soprattutto quando si tratta del dolore, e al tempo stesso mantenere un certo distacco, è molto duro. Non nego di essere anche fuggita davanti a qualcuno di cui percepivo un dolore troppo grande.
Per qualche tempo ho anche pensato che questa mia sensibilità fosse una sorta di difesa, perché preferivo evitare di guardare dentro di me. Oggi però certamente non è così. Parlo con me stessa, mi indago e mi analizzo ormai da anni; talvolta è piacevole, altre volte è doloroso, di certo però non fuggo di fronte allo specchio.
A volte vorrei davvero spegnere tutto: guardarmi dentro e vedere e sentire solo me stessa, incontrare gli altri e fermarmi alla superficie. Ma non è possibile, perché le mie sensazioni sono del tutto indipendenti dalla mia volontà.
Altre volte mi è capitato invece di pensare che forse, se non mi opponessi, potrei sentire di più, e più in profondità, ed essere al tempo stesso più serena.
È per questo che ho cominciato a mettere per iscritto alcune delle storie che sento dentro, come quelle che hanno ispirato “Caro M.” o “Amore e vita”. Per questo sto cercando di non impedirmi di guardare dentro gli altri, per quanto faticoso o doloroso possa essere.
In questo periodo di sofferenza e di paura mi sembra perfino che le mie sensazioni si stiano moltiplicando e affinando. Spero solo di essere forte abbastanza da sostenere tutto.