Era tempo che spiegassi ad un mio ex-alunno, con il quale ho mantenuto rapporti epistolari, i motivi per i quali in questi ultimi mesi sono diventata molto meno assidua nella nostra corrispondenza. Era così entusiasta di mettermi a parte delle sue riflessioni filosofiche e politiche e non capiva perché le mie risposte si lasciassero attendere sempre tanto.
Non gli ho scritto prima quello che mi è accaduto, perché mi sentivo a disagio ad affrontare un discorso così personale e doloroso con un ragazzino di 17 anni. Un ragazzino, peraltro, che ha imparato anche dalle nostre lunghe chiacchierate a credere al grande amore. Un paio di giorni fa, però, gli ho raccontato la verità, perché doveva sapere che i miei tempi si sono ristretti e che a volte comunque l'umore non era dei migliori, ma che è solo per questo che non gli ho scritto tanto spesso.
La sua risposta è stata molto discreta e la chiusa mi ha resa commossa e felice: "Continua a essere forte, te lo dice uno che ti considera la più forte di tutti, da anni".
Durante l’inverno più lungo e più triste, è stato il mio bambino la prima ragione di vita; per lui mi sono imposta di dominare il dolore e di riprendere in mano, saldamente, le redini della mia vita, della nostra vita. È stato lui il faro che mi ha guidata fuori dal tunnel della disperazione, quando rischiavo di soccombere alle meschinità e alla malvagità di persone di cui mi ero fidata.
Sono consapevole di avere avuto bisogno del mio cucciolo, in questi mesi, forse più di quanto lui ne abbia avuto di me. Di certo ci siamo stretti l’uno all’altra ed ora possiamo essere orgogliosi dei progressi compiuti.
Abbiamo condiviso le storie fantastiche e avvincenti di libri e film; abbiamo impegnato interi pomeriggi costruendo macchine spettacolari con i mattoncini; abbiamo trascorso ore al parco dei divertimenti tra la casa dei fantasmi, il veliero di Capitan Uncino, il selvaggio West; abbiamo fatto lunghe passeggiate chiacchierando e cantando; abbiamo mangiato pizza e patatine in tenda in salotto davanti alla TV; abbiamo organizzato feste al Baby-Park e pic-nic all’aperto con gli amichetti preferiti...
È cresciuto tanto, il mio bambino, dallo scorso, maledetto, autunno. Si è fatto più alto, ha assunto tratti del viso più maturi. Il suo vocabolario si è ampliato moltissimo, tanto da stupire le sue maestre per la proprietà del linguaggio. La sua intelligenza e la sua sensibilità si sono affinate.
Sono convinta che gli avvenimenti che, nostro malgrado, hanno rischiato di travolgerci, abbiano in qualche misura accelerato la sua crescita. Entrambi abbiamo dovuto compiere uno scatto in avanti, per non restare schiacciati dall’abbandono e dalla solitudine.
È proprio così. Una volta, una cara persona che ho conosciuto grazie a questo blog (e nei riguardi della quale sono molto colpevole, perché non le ho dedicato la stessa attenzione che lei ha riservato a me) mi ha scritto che quello che non ci uccide ci rende più forti. Allora non ero così fiduciosa che saremmo riusciti ad evitare il crollo, ma il tempo le ha dato ragione... e ci ha restituito la vita.
Mio figlio è solo un bambino e non conosce tutta la verità sui cambiamenti improvvisi e dolorosi che ci sono stati imposti. Ha sofferto, si è fatto mille domande, ma io sono riuscita a rispondere in maniera comprensibile e convincente a tutte; e oggi è molto sereno.
Lo hanno notato anche i terapisti che lo seguivano già prima del “diluvio” a causa di piccoli problemi di sviluppo psico-motorio e che lo seguono a maggior ragione adesso, affinché non siano vanificati i progressi compiuti e affinché possa essere “metabolizzata” meglio la nuova situazione familiare. Mi hanno riconosciuto che ho fatto, e sto continuando a fare, un buon lavoro.
Mi hanno dato anche la conferma che ho fatto bene ad essere sempre sincera con lui, spiegandogli (seppure in maniera semplificata e edulcorata) la verità sulla separazione dei suoi genitori e non nascondendogli (anche se, davanti a lui, controllandolo) il mio dolore. In questo modo, ed era appunto questo il mio scopo, il mio bambino saprà sempre che sua madre non gli ha mentito mai; che sua madre, anche quando ha sofferto, non lo ha trascurato e non lo ha abbandonato; insomma, che su di me potrà davvero contare in ogni momento.
A volte, pensando ai tanti inverni che ancora verranno, mi prende la paura che potrei non farcela. Che i ritmi forsennati a cui sono obbligata per il fatto di essere sola a gestire figlio, casa e lavoro non potrò reggerli a lungo.
Tuttavia, se ho superato questo primo inverno, se sono riuscita, anche se con immenso strazio, ad archiviare il passato (anche se non perdonerò MAI!), consapevole che esistano ormai solo il presente ed un futuro da costruire, posso avere fiducia che riuscirò ad affrontare tutte le difficoltà del domani.
Un passo alla volta, tenendo per mano il mio bambino finché sarà necessario, fino a dargli l’ultima spinta per spiccare il volo: in alto, lontano, coraggioso e libero, felice.
Che la vita ti sorrida sempre, piccolo mio! E che tu sorrida sempre alla vita!
Grazie di esistere.
Ho cominciato a lavorare a 29 anni. Non pochi, in assoluto; ma con i tempi che corrono mi ritengo una privilegiata. A maggior ragione perché sono entrata in ruolo passando direttamente, come sono solita dire, “dal banco alla cattedra”.
Ho vinto un concorso, e credo di averlo meritato: per due anni ho lavorato puntando esclusivamente a quell’obiettivo e le mie prove d’esame non erano affatto malvagie. Sono però consapevole di essere stata anche fortunata: colleghi d’università non meno preparati di me, se non addirittura più ferrati, non ce l’hanno fatta.
D’altro canto, come in ogni altra vicenda della vita (e forse più che in altre), la sorte si è rivelata un fattore niente affatto trascurabile.
Sono entrata nella mia prima classe il 13 settembre 2001, due giorni dopo l’attacco alle Twin Towers di New York, e in me si agitavano emozioni molto diverse, ma tutte molto intense.
Avrei voluto assaporare le sensazioni di orgoglio e di timore che l'ingresso nel mondo del lavoro portava con sé; ma gli avvenimenti internazionali rendevano meschine le mie emozioni personali.
Ricordo che mi tremavano leggermente le mani, mentre parlavo a quei 27 ragazzini di primo liceo scientifico, confidando loro che in qualche modo stavamo condividendo l’esperienza del primo giorno di scuola. E mi tremavano ancora mentre accennavo ai fatti di New York, cercando di mantenermi quanto più neutra possibile nel giudizio: sottolineai soprattutto l’importanza di ritornare alla normalità nel tempo più breve possibile, per non darla vinta a chi combatte le sue battaglie seminando terrore, distruzione e morte; senza al tempo stesso rinunciare ad una riflessione profonda sulle cause e sui fatti stessi dell’11 settembre.
Ricordo i visi più o meno emozionati, turbati, interessati dei ragazzi.
Ricordo di essere uscita dall’aula con l’impressione di essermela cavata piuttosto bene nella mia prima prova sul campo.
Cominciava così la mia grande avventura da insegnante. Nonostante i miei (non pochi) 29 anni, ero la più giovane tra 100 professori, titolari e supplenti. Sentivo gli occhi puntati su di me e sentivo anche, nei colleghi di corso più seri, preoccupazione e diffidenza verso questa "matricola" bassina e mingherlina, dallo sguardo lievemente spaesato, che loro temevano non avrebbe saputo gestire la situazione. Soprattutto quella terribile classe seconda per nulla scolarizzata che mi era toccata (sono i "regalini" che si fanno agli ultimi arrivati, l’ho imparato poi).
In capo a due mesi la mini-prof. si fece valere.
Dentro di me restavo consapevole di avere ancora tutto da imparare, e spesso ero preoccupata di non essere all’altezza del mio ruolo; ma di questo non traspariva nulla all’esterno e colleghi ed allievi impararono a conoscermi come un’insegnante preparata e appassionata delle sue materie; seria e precisa; autorevole e determinata. Così guadagnai la stima e la fiducia di alcuni compagni di viaggio, e l’antipatia e l’invidia di tanti altri.
Dopo sei anni trascorsi nella mia prima scuola ho ottenuto il trasferimento nel liceo vicino casa e alcune situazioni si sono riproposte.
Mi è stato affidato per la prima volta il triennio e di nuovo ho temuto di non essere all’altezza del compito. La classe più scalcagnata e meno scolarizzata del liceo è toccata a me. I colleghi più anziani mi hanno guardata inizialmente con diffidenza e paternalismo, a maggior ragione visto che dimostro ancora i 30 anni che avevo quando ho cominciato ad insegnare.
Questa volta mi sono bastate due settimane per farmi conoscere, e apprezzare da chi ha voluto farlo. Ed ora che l’anno volge al termine il mio bilancio è assolutamente positivo.
Più che mai sono consapevole di avere tanto da imparare. Ma sono anche orgogliosa di quanto ho appreso in questi sette anni: dai libri, perché non si impara mai tanto e tanto bene come quando si ha l’obiettivo di condividere la conoscenza; e dai tanti ragazzi e dai tanti colleghi che hanno compiuto una parte più o meno lunga della strada insieme a me.
E sono più che mai convinta che la sorte e le mie energie mi abbiano portata a svolgere il lavoro per il quale sono nata.
Avevo altri progetti, fino a dieci anni fa. Mi sarebbe piaciuto restare dentro l’Università, diventare col tempo ricercatrice o che so io.
Non ce l’ho fatta, perché per sfondare nell’Università, come purtroppo è noto, occorre essere dei geni o dei raccomandati: ed io non appartengo a nessuna delle due categorie.
Ero amareggiata, perfino furiosa - soprattutto quando scoprii che mi era stata offerta l’opportunità di pubblicare qualcosa su un argomento che in realtà interessava alla nipote di una docente dell’Ateneo per la sua tesi… sicché il mio lavoro non sarebbe mai uscito a mio nome. Me ne andai senza lasciare una riga di ciò che avevo scritto: che l’illustre raccomandata s’arrangiasse!
Ma non tutti i mali vengono per nuocere, si dice.
Con la mia laurea in Lettere non potevo fare altro, a quel punto, che tentare la via dell’insegnamento. Credevo che l’avrei considerato per tutta la vita un ripiego, che mi avrebbe ricordato sempre la delusione delle mie speranze.
Invece è diventato per me, semplicemente, il lavoro più bello del mondo.
Grazie ai colleghi più anziani che in questi anni mi hanno consigliata e incoraggiata; grazie ancora a loro per la fiducia, la stima e l’amicizia.
Grazie ai miei studenti, di cui ricordo ancora tutti i nomi (anche se temo che la memoria non potrà sostenermi in questo senso ancora per molto), che mi hanno regalato e continuano a regalarmi ogni giorno una stilla di giovinezza, anche quando mi fanno disperare; grazie in particolare a quelli che non sono più miei allievi, ma che ancora mi scrivono e vengono a trovarmi, che vorrebbero che tornassi nella loro classe, che mi permettono di accompagnarli ancora nel loro percorso di crescita.
Grazie, perché se la mia vita ha un senso e una direzione è anche merito vostro.
Un paio di settimane fa ho seguito insieme a mio figlio lo sceneggiato su Pinocchio diretto da Luigi Comencini nei primi anni ’70. Sei puntate, di circa 50 minuti ciascuna, che riproponevano le vicende del più famoso burattino del mondo.
Il mio bambino, che già conosceva la versione disneyana della storia, si è appassionato anche a quest’altra, tempestandomi di domande ogni volta che qualcosa gli era poco chiaro.
Lo sceneggiato è piaciuto anche a me e mi ha spinta a leggere, per la prima volta nella mia vita, il romanzo originale di Carlo Collodi (al secolo Carlo Lorenzini).
Il racconto fu pubblicato a puntate, tra il 1881 e il 1883, sul “Giornale per i bambini”. I primi quindici capitoli ebbero per titolo “La storia di un burattino” e la vicenda si concludeva con l’impiccagione di Pinocchio da parte del Gatto e della Volpe. Successivamente l’autore decise di dare un prosieguo alla storia e a due riprese concluse il romanzo, che ricevette il nuovo e definitivo titolo “Le avventure di Pinocchio”.
La trama è celebre, almeno nelle sue linee generali. Un vecchio falegname si costruisce un burattino di legno, a cui dà il nome di Pinocchio; ma prima ancora d’essere compiuta, la marionetta si rivela dotata di intelligenza e parola e di un carattere pigro e dispettoso. Pinocchio affronterà mille peripezie fantastiche e surreali prima di comprendere gli errori dettati dalla sua superficialità e dalla sua indolenza: solo allora
Il romanzo ha alle spalle una tradizione comica e teatrale popolaresca tutta toscana, che le conferisce una freschezza ed una vivacità che si apprezzano ancora oggi. È però anche un’opera realizzata in un periodo particolare della storia italiana: l’Unità nazionale si era appena compiuta e l’Italia si trovava ad affrontare non pochi problemi concreti.
In un anno molto vicino (1886) venne pubblicato anche un altro celebre libro per l’infanzia che si cita sempre accanto a “Pinocchio”: “Cuore” di Edmondo de Amicis. Entrambi furono concepiti per quel giovane, giovanissimo pubblico di scolari italiani che occorreva educare ad una lingua e a valori comuni, dopo secoli di frammentazione politica e culturale.
Leggere però le due opere, e soprattutto quella di Collodi, esclusivamente in questa chiave significa precludersi la loro piena comprensione.
“Le avventure di Pinocchio” ha infatti avuto vasta risonanza e grandi apprezzamenti anche presso un pubblico adulto, e ben oltre i limiti cronologici della fine dell’Ottocento. Questo ha naturalmente attirato l’attenzione e l’interesse degli studiosi che si sono interrogati, e continuano ad interrogarsi, sulle ragioni di un successo così strepitoso. Numerose sono, conseguentemente, le interpretazioni (alcune anche francamente anacronistiche o fuorvianti) che sono state proposte.
In questa sede, però, non mi interessa approfondire questo aspetto: ampia bibliografia sull’argomento è reperibile facilmente sulle antologie scolastiche o in rete.
Mi piace piuttosto mettere a confronto il romanzo con lo sceneggiato, il quale, se certamente ne riprende tutti gli episodi salienti e perfino le battute più famose, dall’altro mi sembra offrire una chiave di lettura molto interessante.
“Le avventure di Pinocchio” è quello che si definisce un romanzo di formazione, poiché descrive il processo di maturazione del suo protagonista. La maturità in questo caso consiste in senso del dovere e rispetto delle regole.
Il percorso di crescita è segnato da diverse cadute, provocate dalla volontà debole del burattino che preferisce seguire ciò che più lo diverte e lo alletta, e i cattivi consiglieri, piuttosto che i saggi insegnamenti della Fata e del Grillo parlante.
Tuttavia in molti hanno rilevato una certa ambiguità nel modo in cui l’autore ha affrontato e descritto questo percorso: è infatti evidente la simpatia dello scrittore verso il suo scapestrato, dispettoso, capriccioso burattino.
L’autore, e così il suo romanzo, oscillano tra l’intento pedagogico edificante e un’istintiva disposizione d’animo più libera e ribelle.
Lo sceneggiato di Comencini, a quasi un secolo di distanza, va ancora oltre.
Le monellerie di Pinocchio, all’inizio della versione cinematografica, non sono gravi quanto quelle descritte nel romanzo; le punizioni inflitte dalla fata sono invece ancora più dure, alcune perfino crudeli. Successivamente le birbonate del burattino diventano più serie e continuano ad essere punite sempre più severamente.
La storia del Pinocchio di Comencini mi sembra dimostrare che diventerà certamente “cattivo” un bambino a cui si ripete continuamente ed aspramente, e senza dare spiegazioni, che si comporta male; un bambino che viene punito in maniera sproporzionata per delle sciocchezze. Il bambino, a questo punto, sente di non avere nulla da perdere.
Una battuta dello sceneggiato mi ha colpita particolarmente (e naturalmente manca nel romanzo): quando Pinocchio, dopo aver ritrovato il suo babbo dentro il ventre della balena, racconta a Geppetto le sue avventure e gli interventi della fata, il padre commenta: “Più che una fata, mi sembra una strega”.
Per chi, come me, svolge in due vesti diverse – di madre e di insegnante – il difficilissimo compito dell’educatore; in un tempo come il nostro, per giunta, in cui sembra che gran parte degli educatori abbia abdicato a questo impegno, il tema proposto è di fondamentale interesse.
Non trascorre giorno in cui io non mi interroghi su ciò che sia più giusto dire e fare per accompagnare nella loro crescita il mio bambino e i miei allievi: amandoli senza soffocarli e nello stesso tempo senza rinunciare ad un ruolo normativo, spronandoli a dare il meglio di sé senza farli sentire caricati di eccessive aspettative, educandoli senza castrarli nella loro personalità e nelle loro attitudini; affinché possano (perché devono) ribellarsi senza perdere di vista i valori irrinunciabili, affinché possano diventare uomini e donne senza perdere curiosità e voglia di sperimentare e continuando a ribellarsi a ingiustizie e soprusi.
L’autrice è laureata in psicologia, tiene seminari presso scuole e università e insegna tecniche di crescita personale a gruppi di manager e professionisti. Già questo curriculum dovrebbe rendere diffidenti.
Nutro poca fiducia negli specialisti delle scienze della psiche, ma le mie perplessità aumentano non di poco quando ho l’impressione che sfruttino conoscenze e competenze, vere e presunte, per riscuotere successo personale e soldoni piuttosto che per contribuire al benessere della gente.
“La principessa che credeva...” è un libro smaccatamente a tesi: già i nomi dei luoghi e dei personaggi alludono chiaramente ai significati che l’autrice ha inteso esprimere.
Victoria è una principessa graziosa e ben educata e va in sposa al tanto sognato Principe Azzurro. Quando il consorte si rivela immaturo, egoista e aggressivo, la principessa comincia un faticoso e doloroso viaggio attraverso il Sentiero della Verità, e dopo aver passato il Mare delle Emozioni,
Attraverso il personaggio di Victoria e quello del suo alter ego infantile immaginario, l’ingenua, sognatrice, ribelle Vicky, Marcia Grad ha voluto rappresentare ogni donna che ha bisogno di liberarsi del mito del Principe Azzurro per comprendere che l’amore vero è qualcosa di meno perfetto, e anche di meno melenso e retorico, ma di più sincero e appagante nella sua imperfezione. E ha voluto anche spiegare che per essere felici accanto ad un compagno occorre essere anzitutto soddisfatte e realizzate in se stesse.
Una morale, direi, ineccepibile! Ed anche estremamente originale. Pare d’altronde, stando al risvolto di copertina, che questo volumetto sia un bestseller a livello mondiale.
Ho acquistato il libro in un autogrill (dove, altrimenti?). L’ho scelto col preciso intento di dedicarmi ad una lettura leggera, ma speravo pure, non lo nego, di trovare anche io l’arma per uccidere il Principe Azzurro.
Mi auguravo un approccio ironico dell’autrice, che invece si prende terribilmente sul serio nel tracciare il percorso verso l’ “imperfetta perfezione”.
La delusione è stata massima.
Insomma, in questi mesi di scrittura del mio blog personale ho detto esattamente le stesse cose della Grad, il percorso di Victoria l’ho vissuto sulla mia pelle: sono passata anche io dai sogni romantici della bambina al brusco, doloroso risveglio della donna; ho scoperto anche io, fino ad allora accecata dall’amore e da falsi miti, di avere accanto un uomo completamente diverso da quello che tutti avevamo creduto che fosse; ho dovuto anche io barcamenarmi tra mari in tempesta e salite erte e sdrucciolevoli sforzandomi sempre di riemergere e di rimettermi in piedi; infine anche io ho ritrovato me stessa, più forte e più volitiva, consapevole di non aver perso nulla che valesse la pena possedere. Quando mi ci metto, i toni patetici so usarli alla perfezione. Così come sono capacissima di partorire qualche frase ad effetto sul senso della vita.
Intanto però il mio blog non ha una diffusione planetaria ed io non diventerò mai milionaria grazie al mio percorso esistenziale.
Ma c’è un motivo in più per il quale detesto il libro e la sua autrice, come certe trasmissioni di Alda d’Eusanio (che si collocano, per me, quasi allo stesso livello): ho pianto.
“La principessa che credeva...” mi ha fatto rivivere i mesi della mia sofferenza senza aggiungere nulla di nuovo e di utile. Io ho percorso la mia strada senza l’ausilio di nessun manuale, e in verità dubito che una guida del genere possa davvero aiutare qualcuna (che non sappia già farlo da sé).
Soprattutto mi ha fatto rabbia la descrizione della principessa che compie il suo viaggio verso l’autocoscienza dovendo rispondere solo di se stessa a se stessa e che alla fine della favola riparte rafforzata e determinata verso una nuova vita.
Non mi risulta che, né qui né altrove, Marcia Grad abbia affrontato il problema di ritrovare se stesse mentre contemporaneamente si accudiscono i frutti dell’errore più grande mai compiuto nella vita, cercando di non confondere i piani.
Se non altro, però, ho capito le ragioni dello straordinario successo commerciale (nell’accezione più negativa del termine) del libro: punta tutto su un coinvolgimento emotivo viscerale e del tutto acritico.
In conclusione.
Non perdete tempo e denaro per questo libro. Per sbarazzarsi del Principe Azzurro è molto più utile, e divertente, seguire la serie dei film di animazione di Shrek.
Se invece avete proprio voglia di cimentarvi con questi temi in chiave patetica e di psicologia salottiera, leggetevi tutto d’un fiato il mio blog personale. Per lo meno è gratis. Ed è una storia vera.
Avevo un grande bisogno di essere abbracciata forte e di sentirmi importante. Grazie per avermi regalato questa emozione.
Il futuro, qui e ora, non esiste e non importa.
Non scrivo mai diffusamente di politica, perché ritengo di non padroneggiare l’argomento e non mi piace parlare senza cognizione di causa.
I risultati di queste ultime elezioni, però, sono tali che non riesco a restare lontana dalla tastiera.
Che Berlusconi avrebbe vinto era prevedibile, perché il PD non rappresenta nulla: è un conglomerato informe e perfino patetico.
Non ho potuto votare per Veltroni, neppure turandomi naso bocca orecchie e cervello: ho una dignità e posseggo anche facoltà raziocinanti che non si lasciano ottundere da discorsi accattivanti e da allettanti promesse che celano il vuoto assoluto di idee (non parlo di ideali: mi informano da più parti che non esistono più – prendo atto, anche se non ne sono convinta).
Come dicevo anche in passato, anche se con immenso rammarico, il centro-destra ha qualcosa di concreto da dire e sa realizzare obiettivi altrettanto concreti.
Quelli del centro-destra sono a volte messaggi contraddittori, non mancano imbonitori che cercano di convincere l’uditorio solleticando lo stomaco piuttosto che il cervello, le false promesse e gli scambi di favori si incontrano a tutte le latitudini e a tutte le longitudini della politica. Tuttavia solo il centro-destra, da decenni, è riuscito a portare a termine una legislatura; ed è stato sostituito da un centro-sinistra ben più composito e confuso che aveva vinto le elezioni (ammesso che le avesse vinte) per un pugno di voti.
Questa volta il centro-destra ha trionfato: lo scarto è tale da non dare adito a dubbi. Governerà altri cinque anni, a vantaggio del futuro premier e di determinate categorie socio-economiche.
Si era detto che sarebbe stata una partita a due, ma in realtà non c’era nessuna partita. Spero solo che questi risultati dimostrino al PD che è necessario dire qualcosa che sia davvero di sinistra, combattere senza tentennamenti e compromessi le battaglie della libertà, della laicità, della giustizia sociale, perché altrimenti non si potrà proporre mai un’alternativa credibile.
I risultati deludenti del PD e il tracollo della Sinistra l’Arcobaleno danno però, secondo me, anche altri segnali.
La somma dei loro voti resta comunque lontana dai risultati del PDL e dei suoi alleati.
Significa, per come sono in grado di interpretare io i dati, che gli elettori di sinistra non hanno creduto in nessuna delle due principali formazioni che si proponevano di rappresentarli. Il PD avrà anche tolto qualche voto, parecchi voti, a Bertinotti, ma la somma delle percentuali è comunque tragicamente bassa.
L’elettorato di sinistra, a mio parere, ha perso fiducia nei partiti istituzionali, da cui non si è sentito né rappresentato né tutelato: il PD era solo una scelta anti-berlusconiana, che non ci ha convinti tutti. Tutt’altro.
Personalmente, ho votato per
Ho fatto una valutazione sbagliata, ma non sono pentita. L’alternativa vera, unica, per me sarebbe stata il non-voto. Ma non appartiene alla mia cultura.
In conclusione, ho un timore che mi opprime.
Ho paura che l’elettorato di sinistra, deluso da un bipolarismo solo apparente, privo di rappresentanti autorevoli, possa dare vita ad una deriva irrazionale e anche violenta. Temo che possano acquistare vigore sempre maggiore forme di ribellione aggressive, perfino terroristiche.
I problemi non mancano: le reti Mediaset hanno proposto ogni giorno, per mesi, servizi giornalistici sul caro-vita, sulla precarietà, sui disservizi della scuola pubblica e degli ospedali. Lo hanno fatto, evidentemente, per dimostrare le mancanze del governo Prodi.
Ora cosa succederà? Nasconderanno i drammi delle famiglie per dimostrare che va tutto bene, quando le cose, per molti, non potranno che peggiorare? E come potrà reagire la gente comune, sempre più disperata e sempre più incattivita?
Ho fatto qualche acquisto di vestiario primaverile e... sono tornata ad essere una taglia 40 praticamente perfetta!
E senza seguire una dieta: semplicemente vivendo serena.
Qualche mattina fa due dei miei studenti, un ragazzo ed una ragazza, hanno tenuto una lezione al posto mio con splendidi risultati.
Avevo fornito loro del materiale bibliografico e per il resto hanno proceduto autonomamente, indirizzati da me solo in un paio di occasioni. Ne sono venuti fuori due lavori notevoli.
Soprattutto la relazione del ragazzo è stata pregevole: ha parlato per più di un’ora, con proprietà di linguaggio e sviluppando il discorso in maniera coerente e compiuta.
Nel corso della sua esposizione, invece, la ragazzina si è emozionata e ha avuto un vuoto di memoria: mi ha guardata mortificata e avvilita, ma l’abbiamo tutti incoraggiata (i compagni le hanno anche fatto un applauso) ed è arrivata brillantemente alla conclusione.
Avevo proposto ai due studenti questa sfida perché li considero complessivamente i migliori della classe: desiderosi di apprendere e di emanciparsi dalle proprie origini modeste attraverso la cultura, prima ancora che desiderosi di buoni voti.
Hanno lavorato per settimane per preparare la loro lezione, mi hanno sottoposto le bozze. Il ragazzo, in particolare, non soddisfatto della prima versione, ne ha elaborata un’altra effettivamente molto meglio strutturata e quando mi sono complimentata con lui per il salto di qualità i suoi occhi scintillavano.
Ho presentato loro il compito come un gioco, divertente e serio al tempo stesso, come ogni gioco che si rispetti.
Loro si sarebbero messi in cattedra al posto mio, io seduta nei loro banchi. E loro avrebbero dovuto anche cercare di abbandonare quel tono un po’ cantilenante tipico dell'esposizione degli argomenti da parte degli studenti e assumere toni più spigliati e spontanei.
Il gioco è riuscito. I compagni hanno fatto festa ed io ho premiato i miei due “sostituti” con un bellissimo voto.
Sono uscita dall’aula anche io entusiasta, mentre ancora si festeggiava e i due protagonisti, rossi in viso e felici, si godevano il loro momento di gloria.
La prossima volta, in quella stessa classe, mi tocca tenere una noiosa “lezione curricolare di recupero e di consolidamento delle conoscenze e delle abilità”, dedicata in particolare agli studenti in difficoltà.
Cercherò di organizzarla, come sempre, nella maniera più vivace e nuova possibile; d’altro canto è mio dovere fare tutto il possibile per portare avanti l'intero gruppo, senza che nessuno rimanga indietro.
Ma alternando le attività evito il rischio della noia e della ripetitività e soprattutto evito che i ragazzi più capaci e ambiziosi, come spesso accade nella nostra scuola attuale, si demotivino perché costretti ad ascoltare sempre le stesse cose e non stimolati a migliorare a loro volta.
Mi ero ripromessa di non lasciarmi più conquistare dalla dolcezza e di restare sempre molto vigile, perché un’altra batosta non la reggerei.
Ma è difficile! Soprattutto quando un uomo sa usare così bene verbi e aggettivi.
Ebbene sì, la prof. che è in me valuta con attenzione anche gli sms... e l’amico di queste giornate primaverili sa come scriverli! Due in particolare hanno rischiato di farmi cedere completamente alla tenerezza.
Mi sto invece sforzando di restare lucida, di scherzare, divertirmi, vivere evitando coinvolgimenti eccessivi. Una persona che è sparita e ricomparsa due volte non mi rende molto sicura. E in ogni caso siamo solo agli inizi.
Lo rivedrò presto e devo ammettere che non ne vedo l’ora, perché il nostro tempo insieme non è mai molto, ma è sempre molto intenso. Mi accorgo di pensare a lui la sera prima di dormire e la mattina quando mi sveglio; di sentire la sua mancanza se trascorrono troppi giorni tra un incontro e l’altro.
Evito di lasciar trasparire tutto questo con lui: qualcosa dico e su altro taccio, un po’ scherzo e un po’ parlo sul serio, mi lascio andare a tratti alla tenerezza e a tratti ritorno ironica e perfino un pizzico sarcastica.
D’altra parte non credo di essere innamorata. E anzi ho paura che il mio bisogno di amore e di sicurezza possano giocarmi qualche brutto scherzo e farmi credere di provare sentimenti che in realtà non provo. Mi serve del tempo per capire.
Cosa senta lui, d’altro canto, non lo so esattamente; e probabilmente il mio comportamento (oltre ad una sua certa timidezza) non lo aiuta ad esprimersi.
In ogni caso ci divertiamo molto e per adesso può essere sufficiente.